closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Scelta cinica nel partito padronale

Con il passaggio ormai quasi completo dei parlamentari di Scelta civica nelle fila del Pd si raggiunge una significativa tappa nella navigazione del sistema politico. Renzi ormai è una calamita attrattiva che assorbe un arco di forze eterogeneo, che va da Verdini a Migliore. Dinanzi a questo vistoso sconfinamento, si tratta solo di chiarire se è il Pd che si amplia, in virtù di una nuova vocazione egemonica, o se non è invece Scelta civica che, proprio dileguandosi, svela che il renzismo aiuta il definitivo compimento della sua originaria missione di partito neopadronale. Creatura della flaccida volontà di potenza di Monti, Scelta civica si insinuava nel solco delle formazioni politiche personali, così abbondanti nel corso della seconda repubblica. Con delle specifiche connotazioni, però. La lista era il frutto della manifestazione di avidità politica dei poteri forti che rinunciavano alla loro tradizionale tattica di influenzare spezzoni di diversi partiti, senza però allestirne uno in proprio, con il rischio di racimolare solo magri frutti nel mercato elettorale.

Dietro le armate di Monti si compiva una brutale semplificazione dell’antico centro presidiato con cura da Casini. Con le prove di sfondamento condotte prima da Montezemolo, e poi rinsaldate con le operazioni di occupazione guidate da Monti, si ordinava la destrutturazione dell’area moderata. Il vecchio centro cattolico non aveva più ragione di esistere nella sua autonomia (contro di esso vennero non a caso gettati in pista figure come Oliverio, Dallai, con l’avallo di alte o medie gerarchie). Il mondo cattolico era destinato a portare in dote i voti residui al disegno dei poteri forti che in vista dell’appuntamento del 2013 entravano in ballo con una doppia bocca di fuoco: la prima a sostegno della prova di bonapartismo tecnocratico tentata da Monti (prima va al potere, con grazia ricevuta dal Colle, e poi va alla ricerca dei voti); la seconda, viste le insormontabili difficoltà espansive del bocconiano cavallo poco di razza, a disposizione di Grillo, celebrato dai media per strappare decisive porzioni di consenso a Bersani e Vendola.
Il tecnico e il comico erano le due figure speculari che i poteri forti (il Corriere, Sky, la Sette) accarezzavano per determinare un pareggio alle urne e sbarrare così la strada ad una sinistra scrutata come troppo legata ai colori inquietanti del passato. Il progetto è stato centrato in pieno. Non è un caso che figure come Mentana o Galli della Loggia siano passati rapidamente dalle simpatie per il comico genovese all’innamoramento totale verso Renzi. Quello che per loro contava era cancellare ogni residua traccia di rosso nella storia repubblicana. E lo statista nato sulle rive dell’Arno è la provvidenziale congiunzione dei diversi sentieri che si erano aperti per abbattere le velleità di governo di una sinistra «neosocialdemocratica».

Con la sconfitta del 2013, il Pd ha subito una metamorfosi completa. Dalle velleità di ricollocarsi in uno spazio più chiaramente di sinistra, deve accasarsi nelle paludi di un moderatismo dal volto neopadronale. Con Ichino, la Lanzillotta rientrano agli ordini del Nazareno personalità che erano fuggite perché in disaccordo con una virata a sinistra mal digerita. L’operazione, gestita in perfetto stile trasformista, trova però una giustificazione sostanziale nell’operato del governo Renzi che ha, sul piano sociale e sindacale, mostrato un’anima liberista che tanto piace a Ichino ed altri profeti dell’abbattimento brutale del diritto del lavoro.
Con il soccorso delle fresche truppe di Ichino e Migliore finisce anche la velleità della minoranza Pd di ficcare qualche graffio nel volto sempre ridente del condottiero di Rignano. Con i ritrovati del trasformismo, Renzi diventa un capo parlamentare che taglia e incolla i personaggi ambigui, pronti a dare un sostegno alla sua leadership. La minoranza del Pd viene così resa inoffensiva e paga le sue esitazioni strategiche. Invece di andare all’assalto frontale quando il governo rompeva la cultura dei diritti, stracciava il legame con il lavoro e sbeffeggiava volgarmente la Cgil, ha preferito formulare fragili proposte di mediazione e infine alzare innocui segnali di fumo nella battaglia molto meno simbolica e dirimente sul voto di preferenza. Un disastro.

Nei conflitti politici, chiariva Locke, non si deve mettere in campo una «fittizia resistenza», quella del tutto innocua di chi con timore chiede al nemico il «permesso di colpire». In ogni conflitto, che «livella le parti», occorre una netta determinazione nel dare «colpi sulla testa e tagli sul viso». Al cospetto del boy scout spregiudicato che introietta alla perfezione le armi distruttive predisposte dal diabolico frazionismo democristiano, la minoranza di sinistra ha mostrato un disarmo preventivo. E ora rischia di essere schiacciata dalle prove di leadership che si consolida grazie alle risorse di un trasformismo postmoderno che acchiappa ex grillini ed ex superstiti dell’avventura di An.
Con gli spostamenti di Scelta civica sono ormai quasi 200 i parlamentari che hanno cambiato casacca in meno di due anni. E questo, oltre che uno sterile problema di decadenza etico-politica, solleva anche questioni di ordine istituzionale. L’attuale geografia del parlamento (fuga dal M5S e da Sel, disarticolazione di Forza Italia, assorbimento di Scelta civica) non corrisponde più alle preferenze elettorali. Oltre che incostituzionale, il meccanismo elettorale ha costruito un sistema non più rappresentativo. Forse avviare le pratiche per uno scioglimento anticipato della legislatura non è poi una idea così malsana.