De gustibus disputandum est. L’assegnazione dei Premi alla Biennale di Venezia è un momento d’oro per discutere di giudizi estetici e di valenze nella nostra epoca. Fra le circa centoventi biennali al mondo, Venezia è la prima e sola a essere un concorso ciclico con un meccanismo a premi.

Insieme all’internazionalità della giuria, scelta quest’anno dal curatore nigeriano Okwui Enwezor, questo status rende ancora ragione della sua definizione come «sismografo sensibilissimo del gusto» (Rodolfo Pallucchini). Vi si innesta un senso che circola fra le culture e che artisti, commissari e curatori possono articolare in profondità e in ampiezza. Dalla Biennale transitano merci, ma anche mood e sistemi di valore.
L’irreversibilità di Leoni e menzioni speciali non implica l’insindacabilità. Il «Museo immaginario» dei direttori è quel che passa e si fissa come il meglio dell’arte mondiale. Casualmente con una buona rappresentanza delle geografie di provenienza dei giurati. Una volta attribuiti i Premi, la valutazione, essendo discrezionale, convoca in negativo opere e artisti altrettanto meritori che al podio però non sono ascesi. Meritori per chi? Per i visitatori, ad esempio. Sarebbe utile istituire un «premio del pubblico».

Vincitrice di questa 56/ma edizione dell’Esposizione Internazionale è Adrian Piper, protagonista della corrente concettuale e della performance, abile nell’intrecciare la pratica artistica con la ricerca in ambito accademico. Piper è una filosofa analitica che ha insegnato a Georgetown, ad Harvard e a Stanford, oggi al Wellesley College Massachusetts, professore emerito dell’American Philosophical Association e in assoluto prima accademica afroamericana in filosofia. Ama definirsi «di razza mista, come tutti gli americani»: è «per 1/32 malgascia (del Madagascar), per 1/16 nigeriana e per 1/8 dell’India dell’est (Delhi), oltre ad avere avi britannici e tedeschi».
Studiosa di Kant e soprattutto di metaetica (Rationality and the Structure of the Self, I: The Humean Conception; Rationality and the Structure of the Self, II: A Kantian Conception, Cambridge University Press, 2008), ha riflettuto sulle sfaccettature dell’identità attraverso gli sguardi e le azioni dell’altro. E sull’inestricabile sintesi, riguardo i problemi razziali, fra il colore della pelle e i tratti fisionomici, da un lato (natura?), gli usi, i costumi (cultura?) e la discriminazione dall’altro.

Del 1970 è una serie di performance pubbliche, Catalysis, in cui ha esplorato la visibilità del proprio corpo muovendosi nello spazio con indosso abiti spruzzati di vernice fresca o saturi di cattivi odori. Quindi si è esibita en travesti nel suo alter ego maschile (Mythic being, 1973): uno young black con pantaloni, occhiali scuri, parrucca afro e baffi. Abituata a pensare che il personale è anche politico, Piper nel 1981 disegna autoritratti dove esagera visibilmente gli elementi fisiognomici stereotipo della razza nera.

Suscitare sgomento nel pubblico è l’effetto di molte sue azioni: in Cornered (1988) Piper sfrutta la chiarezza della propria pelle per presentarsi su uno schermo mentre afferma di «essere nera», un’asserzione contestata dall’apparenza, ma messa in dubbio anche dall’esposizione di due certificati di nascita del padre dell’artista, in cui si registra, in uno, la sua appartenenza alla «razza» bianca, nell’altro, a quella nera.

Gli aspetti performativi e dialogici dell’arte odierna, valorizzati dalla giuria con questo premio, emergono nel lavoro presentato alle Corderie dell’Arsenale, The Probable Trust Registry: una performance interattiva che teatralizza le dinamiche dei contratti sociali o personali. In un ambiente aziendale simulato, i visitatori possono firmare dichiarazioni in cui promettono responsabilità morale verso se stessi e gli altri.

I documenti vengono poi fotocopiati e archiviati presso l’Apra (Adrian Piper Research Archive) Foundation, con sede a Berlino. Per Piper, All the World’s Futures è ogni futuro imminente, a partire dalle nostre promesse negli atti di sottoscrizione. A questa performance si correla una serie di foto abrase e modificate (Everything Will Be Taken Away, Erasers). In ogni immagine è ripetuta, a stampatello, la frase del titolo, quasi come un promemoria. Piper espone inoltre quattro lavagne pregne di cancellature su cui spiccano, scritte col gesso, le stesse parole.

Tutto è destinato alla cancellazione e il primo segno, del resto, è una cancellatura (Italo Calvino). Sopravvive l’atto di tracciare, nella fugacità del suo divenire.