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Politica

«Sardine, ora si lavora dal basso. Formeremo i cittadini di domani»

Intervista. Santori: noi bolognesi non siamo stati dirigisti, ma oggi c’è un coordinamento nazionale

Mattia Santori

Mattia Santori

Il 14 novembre, quando le sardine fecero la loro clamorosa irruzione in piazza contro «la paura», ce l’avevano con Matteo Salvini, l’imprenditore politico della paura. Oggi, nell’era del virus, quella parola ha una sfumatura diversa, persino più angosciante. «Un momento duro. Ma è bello osservare che colui che cavalca la paura non è quello a cui ti affideresti quando davvero hai paura. Oggi nessuno si affiderebbe a Salvini che ha cambiato idea troppe volte e non ha interpretato il sentimento della solidarietà nazionale», ragiona Mattia Santori, leader e fondatore delle sardine. «Oggi dobbiamo fare un monumento al mondo della sanità pubblica. È una guida autorevole. Che sta illuminando la strada al governo».

L’assemblea nazionale di Scampia è slittata. A quando?
Non si può fare per il virus. Ma la verità è che già da prima la stavamo ripensando. Avevamo capito che portare lì 110 persone sarebbe stata presa come una legittimazione dal vertice al territorio. E non è quello che vogliamo. Stavamo già predisponendo un percorso di assemblee sul territorio. Si concluderà a Scampia. E servirà a dire: questo ci restituiscono i territori, questo abbiamo metabolizzato, questo è il futuro che i territori ci indicano.

Nei territori ci sono state tre scissioni. A Roma, Napoli e Catania. Siete di sinistra perciò già vi dividete?
Queste scissioni sono in realtà allontamenti da parte dei gruppi locali. A Roma Ogongo era stato scaricato da tempo dal suo gruppo perché aveva mire politiche. A Napoli su Bruno Martirani da mesi arrivavano i dubbi. E alla fine in piazza ha organizzato una protesta con il suo collettivo, un trappolone meschino. A Catania, ci si faceva da tempo notare che c’era un gruppo che lavorava per mire personali. Ma il comunicato è stato firmato dalle sardine della Sicilia.

In ogni caso vi si contesta di essere un gruppo dirigente autonominato.
L’invito al talent Amici ha fatto scoppiare l’urgenza di discutere e condividere le scelte. L’avevamo fatto, ma da lì è nato un meccanismo più trasparente. Abbiamo chiesto di nominare ovunque un garante regionale e un garante provinciale. Ora abbiamo un coordinamento nazionale e chat regionali e provinciali.

E il ruolo dei quattro di Bologna?
Oggi contiamo come gli altri. Noi partecipiamo come sardine bolognesi.

Lei è il leader, è un dato di fatto. Per questo le chiedo: la foto con Benetton l’avete voi stessa definita «un’ingenuità». E la partecipazione ad Amici, come Renzi-Fonzie anni fa?
Ci hanno invitato ad aprire la prima puntata del serale, ci hanno garantito di non mettere veti sui contenuti. Noi ne abbiamo discusso con molti referenti regionali e alla fine è prevalso chi l’ha vista come opportunità di parlare a un pubblico di giovani. Non abbiamo soldi per campagne su Tik tok o Instagram. Il riscontro è stato molto positivo.

Amici non è un programmma bollinato a sinistra.
Parlare tra di noi non serve . E De Filippi ha un’attenzione ai diritti civili. Ma è legittimo non essere d’accordo.

Alcuni di voi saliranno sulla nave di Mediterranea.
Abbiamo lavorato con loro, e ora cerchiamo di capire come possiamo essere utili sul fronte greco.

Sui decreti sicurezza avete avuto un’incertezza, in prima battuta avete chiesto che fossero «riscritti». Poi «cancellati».
No. Siamo sempre stati per l’abrogazione. Quel primo verbo veniva da un dubbio sull’opportunità di come porsi per essere realistici.

Come voterete al referendum sul taglio dei parlamentari?
Un gruppo di Cesena ha fatto un lavoro di approfondimento. Prima di decidere, intanto faremo una campagna per la partecipazione informata al voto.

Alle prossime regionali avrete un altro ruolo rispetto alle precedenti. Avete una strategia?
I gruppi regionali stanno lavorando nella massima autonomia. Ogni regione dovrà trovare la sua chiave per rendersi utile. Non necessariamente significherà sostenere un candidato, ma comunque farà ragionare la cittadinanza su alcune tematiche.

Non c’è il rischio di diventare un brand in franchising?
Ma è giusto. La scelta era: fare i condottieri e trascinare gli altri, oppure armarsi di pazienza e dialogare con i territori. L’accusa di dirigismo fa sorridere: per lo più abbiamo messo il gruppo di Bologna a disposizione della nascita dei gruppi locali.

Perché vi azzuffate sempre con Potere al popolo?
Perché usano le nostre piazze, non hanno mai perso occasione per contestarci, senza aver cercato un dialogo. Ma fra noi ci sono anche sardine legate a Pap.

Da ricercatissimi dai media a criticati, snobbati. Da qualcuno dati per morti. Un brutto salto?
La luna di miele con i media è finita ma ce lo aspettavamo. E un po’ lo vogliamo. Ora è il tempo di un po’ di dieta mediatica, salvo rare eccezioni. Come Amici, e come questa intervista.

Perché?
Perché io andavo in giro per l’Italia a parlare con le persone e invece avevo venti telecamere addosso. Ora stiamo facendo un lavoro serio, interno, e cose non mediatiche.

Come combatte la tentazione di montarsi la testa, se la combatte?
Non c’è il rischio. I soldi non mi attraggono. Anche i partiti hanno perso di fascino per me, più ci avviciniamo più vediamo personalismi, poca concretezza.

Gli incontri con i ministri Provenzano e Boccia hanno portato a qualcosa?
Sì, esperienze utili. Sull’autonomia differenziata siamo molto perlessi su quello che ci ha detto Boccia. L’incontro con Provenzano è stato molto bello, da lì è nato il Green new deal da portare a Taranto, che oggi è una petizione su Change.org. E la petizione per portare la Banca Europea dello sviluppo a Napoli nell’ex Albergo dei poveri. Le università del Sud ci hanno contattato per la mobilità interna tra università. Tanti bei frutti insomma.

La tentazione di fare un partito, se mai c’è stata, è già finita?
Non c’è mai stata. Se qualcuno avesse la tentazione, noi fondatori ci tireremmo fuori.

Da oggi in avanti, ora che non riempite più le piazze, a cosa serviranno le sardine?
A rilanciare la politica dal basso e a formare i cittadini del domani. La cosa più bella che sta succedendo nei gruppi territoriali è che persone che non avevano mai fatto militanza la fanno. E studiano. Fanno politica.

Per fare cosa?
Quando lo decideremo glielo dirò. Fra noi c’è chi ha fretta, ma finché non abbiamo una struttura che legittima le scelte, la direzione non è segnata. Quando si potrà ricominciare a fare le assemblee decideremo. Per ora lavoriamo a tre campagne sul coronavirus: sugli operatori sanitari, quelli culturali e turistici.Tre fasce diverse, ma molto colpite.


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