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Editoriale

Salvini, il nuovo prodotto dello show bipolarista

Il nuovo prodotto è pronto. La politica in crisi di consenso deve produrre leader, venderli e produrne di nuovi, per alimentare lo spettacolo dello scontro bipolarista e il flusso illusione-disillusione su cui si basa. Il nuovo prodotto è naturalmente Matteo Salvini. I nuovi prodotti politici vengono sempre lanciati da massicce campagne pubblicitarie, ma forse la campagna per la produzione e per la promozione di Salvini non ha precedenti. D’altra parte si partiva da condizioni difficili: una Lega al 3 per cento. L’avventura era particolarmente affascinante.

Il segretario della Lega è ininterrottamente in televisione, spesso due volte al giorno, dalla campagna elettorale per le europee. Non può essere solo perché «fa audience» (fa audience?). Dopo, ci si produce in continue analisi sul perché la Lega cresca nei sondaggi, celebrando le doti del leader, le sue abilità comunicative, la sua bravura ad intercettare gli umori popolari. La Lega cresce perché Salvini è in televisione due volte al giorno. Una parte secondaria del merito va anche alla sua capacità di individuare poche chiare questioni per posizionarsi sul mercato (No all’Euro e all’immigrazione). Ma nessuno se ne accorgerebbe se non ci fosse la prima condizione.

Si può immaginare quali siano gli effetti sperati di questa campagna di successo. Partiamo dal settore di mercato che deve conquistare: il suo principale destinatario sono i ceti popolari, cioè il principale target di tutte le più recenti campagne per il lancio dei leader, che infatti sono cresciuti elettoralmente innanzitutto in quell’area.

Primo effetto: la Lega, nel suo nuovo vestito lepenista, è in grado di spostare il discorso sulla crisi dal piano sociale a quello della sicurezza. Una funzione fondamentale, mentre riemerge in Italia una dialettica sociale che riguarda il lavoro e le condizioni di vita dei settori popolari. A questo si aggiunga la campagna, lanciata dal Corriere e ripresa dai talk show, sulle case occupate. Primo risultato: la rappresentazione è quella di un mondo popolare infiltrato dalla criminalità e il cui problema principale sono gli immigrati. Il suo secondo e terzo problema sono i politici e i sindacati.

Secondo effetto: Renzi è stato in questi mesi il monopolista del mercato politico. Ma la rappresentazione spettacolare dello sport politico non regge se non c’è un nemico, l’antagonista, lo sfidante, il cattivo. A che cosa appassionarsi altrimenti? Il mercato è competizione, il prodotto vincente deve essere sfidato dal prodotto che lo sostituirà. In più: nella prossima campagna elettorale l’ex monopolista potrà dire che bisogna votare Pd per evitare il pericolo-Lega. Così, mentre l’elettorato di sinistra sarà tentato di votare un nuovo possibile soggetto politico, si potrà ancora ricorrere alla magia del voto utile.

Il tema centrale è dunque lo spostamento del conflitto sociale su altri piani. Il prodotto-Grillo e il prodotto-Renzi l’hanno spostato sul piano delle opposizioni tra vecchio e nuovo, tra sistema (politico) e anti-sistema, tra Casta e anti-Casta. Adesso bisogna trovare qualche nuovo terreno di gioco, non si può fare sempre la stessa gara (il pubblico si annoierebbe e guarderebbe altrove). Ed ecco riemergere la questione-sicurezza, eterna Fenice che risorge nei momenti di possibile mutamento politico. Il Corriere della Sera a questi reality partecipa sempre con entusiasmo e da protagonista: il brand della Casta, come la campagna sulla legalità nelle periferie, è nato sulle sue colonne.

Contemporaneamente, tutti i media celebrano dalla mattina alla sera la messa cantata delle virtù dell’impresa. Gli imprenditori licenziano, chiudono, delocalizzano, non pagano i dipendenti, li forzano a dimettersi, rendono le aziende luoghi invivibili (si trovi qualcuno che è contento del suo lavoro) e privi di libertà, non investono in ricerca, corrompono i politici, cercano unicamente posizioni di mercato protette (la meritocrazia è per qualcun altro, è competizione tra i destinatari di queste campagne pubblicitarie). Ma la rappresentazione unanime degli imprenditori è quella degli eroi (in prima fila, nella messa cantata, c’è Salvini). Nei talk show circola costantemente anche una nuova figura: il giovane startupper, magari emigrato in America per aprire un’impresa innovativa che dà tanti posti di lavoro a giovani di talento (agli altri no, se non hai talento puoi stare a casa). Lo sturtupper, vestito a metà tra il virtuoso dello skateboard e il proprietario di un Fondo investimenti, occupa più o meno la posizione del Messia: lo si mette al centro dello studio, lo si celebra, gli si chiede a bocca aperta «Cosa dobbiamo fare?», si punta il dito verso la telecamera e, soprattutto se si è un giornalista del Corriere della Sera, si dice: giovani, avete capito? Dovete fare così.

In questi anni si è esagerato a celebrare la fine della centralità del conflitto di classe in società che erano e restano capitalistiche. Questo conflitto si presenta sempre in forme spurie, cambia nel tempo, a volte è difficile da leggere, ma incide sempre in modo determinante sulla politica. Molte cose rilevanti possono essere lette a partire da questa chiave, che ovviamente non è mai esaustiva. Per esempio, può essere letta così tutta la traiettoria che va dal Pci al Pd: il suo spostamento dalla centralità del lavoro alla centralità dell’impresa è il nucleo fondamentale di ogni suo cambiamento. Oppure le vicende politiche che vanno dal 2006 a oggi: la campagna per la lotta alla Casta e per la diffusione dell’antipolitica, lanciata mentre in Parlamento c’erano 150 rappresentanti della sinistra radicale; la creazione, nello stesso periodo, del Pd, con la promozione del Veltroni innovatore che correva da solo; la grande coalizione Pd-Forza Italia; Renzi; Salvini. Non si possono leggere questi eventi senza considerarli anche un momento del conflitto di classe dei ricchi contro i poveri (e contro i loro rappresentanti), contemporaneo all’esplodere di una crisi finanziaria, economica e sociale quasi-permanente.

Un nuovo soggetto politico della sinistra può solo ripartire da questo luogo, da questo tema e da questi soggetti. Dagli alleati e dagli avversari che può avere in questo contesto. Bisogna farlo in modo innovativo, certo, ma senza più indugiare su alibi come «la società è cambiata», «non ci sono più le grandi fabbriche», «ormai gli operai votano a destra».

  • Federico_79

    Complimenti a Loris Caruso, un bellissimo articolo di analisi strategica.

  • Maurizio Lazzari

    bell’articolo. Peccato che dimentichi che un problema sicurezza esiste eccome.
    E che visto che nessuno si interessa al lavoro dipendente tanto vale interessarsi alla sicurezza.

  • http://rosalouise1.wordpress.com/ Cristina Correani

    Senza Ballarò la polverini sarebbe rimasta un’anonima funzionaria di un sindacato inesistente.

    La gente al momento di votare è istintivamente portata a scegliere chi si vede di più.
    Solo quelli in malafede possono individuare i colpevoli negli elettori che poi scelgono quei partiti i cui rappresentanti sono sempre in televisione. Nel paese dei telerimbecilliti la comparsata in tv si traduce in autorevolezza, La gente pensa: “se questo sta sempre in televisione significa che è bravo, che quello che dice è giusto, altrimenti non ci sarebbe”. Ed effettivamente la distorsione è tutta qui: nella politica che è SEMPRE in televisione e per questo dovrebbe ispirare una fiducia pari a zero. Perché chi va in televisione non lavora, non si impegna a fare il suo ma esclusivamente a fare propaganda spicciola, vent’anni di berlusconi non solo non hanno insegnato niente ma hanno prodotto un’amplificazione insopportabile di quello che ha portato lui nel dibattito politico.
    E di questa ne approfittano tutti, anche quelli che criticavano berlusconi.

  • http://e-cronaca.blogspot.it/ Massimo D’Agostino

    Il problema sicurezza esiste perché la polizia è tornata quella dei tempi di Mario Scelba.

  • http://e-cronaca.blogspot.it/ Massimo D’Agostino

    Analisi interessante che condivido in gran parte. In questa lettura manca un’analisi dei processi di Berlusconi, che non possono essere esclusi da questa campagna mediatica della Casta di cui parla Il Manifesto.

  • Seld1961

    il problema sicurezza è molto complesso ed ha diverse componenti: povertà, degrado sociale, giustizia resa inefficiente dalla politica, mancato controllo del territorio… non la risolveranno certo con il manganello

  • Seld1961

    lucida analisi che rafforza la mia convinzione che il peccato originale sta nel conflitto di interessi, nella concentrazione dell’informazione di massa, nel ferreo controllo da parte della politica sui media

  • h0le

    Il Corsera non si differenzia più dalle gloriose testate “Libero” o “Il Giornale” degli anni berlusconiani (a parte la tara dei suoi opinionisti Della Loggia e P.G. Battista, due belle Betulle…). Basta leggere i commenti dei suoi lettori online per capire di chi è diventato espressione.

  • mario

    Tra le molte cose da condividere di questa bella filippica, due osservazioni:
    1. Salvini sta evidentemente pensando che si voterà a breve con il proporzionale, e che ci sia la possibilità di rifare un MSI, in salsa lotta tra poveri (immigrati che tolgono lavoro a locali)
    2. si vota chi si vede, ma si vede chi sa riempire un vuoto con una mossa semplificante.
    3. il blocco social-mitologico del PCI è (finalmente!) definitivamente finito. A sinistra non manca la lotta di classe, manca la consapevolezza diffusa e articolata che è mancato, dal dopoguerra ad oggi, un partito anche moderato – ma fermo su alcuni principi – che fosse di diretta e forte discendenza dalla sinistra socialista anti-sovietica (o come dicevano, anti-totalitario)
    Amen
    m.

  • http://porciconleali.blogspot.it/ RoobZarathustra

    Il successo di Salvini è saper cogliere bisogni popolari, poi a destra si sa che la buttano sempre in caciara reazionaria, ma che la Sinistra manchi su alcuni temi o non sappia comunicare come risolverli è una verità con cui dovremmo fare i conti.
    Oltre a non trovare angolo di entrata per discutere del degrado sociale che comporta aumenta di microcriminalità, un altro tabù che le sinistre radicali si sono lasciate soffiare è la questione UE/euro. Si va da “Questa Europa è ancora un sogno possibile da cambiare” a “La questione Europa è secondaria e non c’interessa: dobbiamo abbattere prima il capitalismo”. E m5s, destre raccolgono il silenzio e il cerchiobottismo della sinistra radicale sull’Europa.
    Le sinistre, in particolare italiane e aggiungerei francesi, non sono state capaci tempo fa a capire i progetti reazionari portati avanti con la foglia di fico della “sinistra moderata”, l’illusione per governi di centro-sinistra ecc.. Abbiamo un problema in Italia, esiste una base politica e sociale per le sinistre, la divisione in sigle partitiche e di movimento, gli esperimenti elettoralistici dall’alto non hanno funzionato e non funzionerà una mera intenzioni d’intenti; sempre più convinti che dovremmo riprovare dalla dimensione comunale, unire la sinistra politicamente attraverso le lotte sociali nel proprio territorio, una “sinistra comunale” è possibile, poi procedere verso l’alto(regionale e nazionale) per federazione di partiti comunali. Il tutto, per ora, mantenendo in vita gli attuali partiti e soggetti esistenti, con l’impegno a ritrovarsi tra “compagni di casa” nella propria città.

  • Zaller

    Il passaggio sul giovane startupper è fantastico!

  • Maurizio Lazzari

    infatti bisognerebbe usare armi a saturazione d’area.

  • roberto venturelli

    il buio oltre la siepe

  • http://e-cronaca.blogspot.it/ Massimo D’Agostino

    Però volevo aggiungere una cosa, che leggendo l’articolo non viene subito in mente. L’articolista dà per scontato che, vedendo in televisione un politico, il cittadino sia portato a seguirlo ciecamente. Questo è falso, e prova ne è il mio voto di protesta che manifesto leggendo questo giornale. Non è che se vai in televisione e spari cretinate hai il voto in tasca. A meno che le elezioni non siano taroccate. Questo io lo sospettavo nel 2009 in diretta tv, e lo sospetto ancora di più oggi con un PD al 44%, mentre Renzi si prende le uova marce dagli operai, e il M5S fischiato ma lo stesso ai vertici. Io credo che in tv e sui giornali ci si debba andare se si ha qualcosa da dire di sensato. L’unico problema, semmai, è che Salvini e Renzi tolgono spazio ad altri politici, che nessuno conoscerà mai, perché non hanno mai spazio per poter parlare.

  • Vittorio Marchi

    si si si, c’è sempre un complotto, un grande vecchio, una regia, una
    centrale in greado di spiegare tutto, compreso il caso. Questo non è un
    pensiero laico. Proprio la nozione di classe tanto inutilmente invocata in questo contesto,
    testimonia. di ciò. Il capitale è relazione sociale di produzione ( o
    no ????), e ,come ogni relazione sociale, è trasformativo, muta e si
    artcola su nuovi piani, in risposta ai conflitti che istanzia. Parlare di classe in astratto, non significa nulla. C’erano le classi anche al tempo della schiavitù e delle sevitù feudali. Per cui vi chiedo. A cosa
    diavolo è servito l’operaismo se non a questo, a farci capire la natura
    trasformativa del capitale e della relazione sociale che lo struttura?
    Incapaci di seguire quel percorso fino al punto di aver dichiarato NON LAVORO tutto ciò che non è lavoro dipendente , abbiamo optato per la questione
    morale, quasi si potesse caricare sul lavoro il fallimento della classe
    dirigente (??????) e si potesse sostituire l’etica al materialismo
    storico. E’ in questo passaggio che la sinistra 1) si è dissociata dai
    movimenti, 2) si è resa strumento della loro repressione, e 3) ha perso ogni
    capacità di analisi e di anticipazione dei conflitti. Ed è forse per questo che tendiamo a proiettare il
    fantasma di un cervello che ci manca nella nozione di una grande
    vecchio, di una regia degli eventi. Un caso si identificazione negativa con il grande Altro, con quel potere che sempre ci affascina e sempre ci elude. Per cui vi dico che è tutto il contrario, che un Salvini qualsiasi non avrebbe
    fatto un metro se non fosse stato per le condizioni sociali e politiche che risultano da questa resa.
    Tutta colpa della televisione e del corriere ? Cullatevi pure in questa tetra illusione .. E’ di fronte alla morte che si diventa tutti credenti

  • giancarlo

    ma forse questa sinistra non riesce intercettare i mal di pancia della bassa plebe viaggiano troppo in alto

  • Eduardo d’errico

    Analisi perfetta ; però dimostra ANCHE che GLI OPERAI ( e con essi i sottoproletari, i piccoli borghesi, la classe media “analfabetizzata” , ecc. cioè la GRANDE MASSA SUBALTERNA ) “votano a destra” . Intendendo per DESTRA il populismo mediatico che IL GRANDE FRATELLO utilizza di volta in volta per continuare a tenere lontano “il popolo” dalla sfera della decisione. E la grande massa, essendo subalterna, obbedisce. Come obbedivano quei proletari che cento anni or sono uscivano dalle trincee a farsi massacrare a migliaia ogni ora dalle mitragliatrici senza trovare la capacità di ribellarsi. Oggi non gli si chiede ancora tanto, ma domani ?

    P.S. Se la reazione odierna è il non-voto, vuol dire che manca un “populismo di sinistra”, come sostengo da tempo, (tipo PODEMOS ) , o cosa altro?

  • petercap

    Al di la’ della preponderanza del mezzo televisivo nelle scelte (pseudo)politiche dell’italiota medio , nessuna sorpresa per queste (pseudo)elezioni : al boyscout Renzusconi , sta bene governare su un cumulo di macerie , (anche elettorali); nessun problema sull’astensionismo, vuol dire che c’e passivita’ e rassegnazione . I “duri e puri” (vero problema da asfaltare, sia ideologicamente che mediaticamente ) sono rimasti nel ghetto , mentre l’elettorato di destra che ha votato, si e’ spostato tutto nel Pd e nella Lega che avanza . Quale migliore conclusione per il programma Gelliano ? i Media di Stato gioiscono e fanno finta di preoccuparsi per L’astensionismo e poco per volta si addomestichera’ anche cio’ che rimane del sindacato , (Landini compreso) ; Sel o cio che’ chr imane della (pseudo)sinistra non esiste , ma sostanzialmente pensa a quelle poche poltrone (anche ideologiche) che gli sono rimaste . Si sta ricreando ,adeguata ai tempi ,( ma sotto l’ottica Gelliana) la situazione che c’era negli anni ’70 e 80 dove c’era un partito unico (e pensiero unico) , la DC e un partito piu’ o meno affiliato , lMSI , (ora sostituito da Lega e Fi) . La storia italiana non cambiera’ mai ; l’Italiota vuole questo.

  • giancarlo

    visto i commenti chiedo : ma se uno vota a “dx” e meno intelligente di chi vota a sx?

  • il compagno Sergio

    Ciò che è curioso è che il PCI è tanto criticato da destra come da sinistra : chi lo considera una forza politica “totalitaria” (quindi al servizio di Mosca) e chi lo considera un partito riformatore (troppo), sottomesso agl’interessi del capitale. Quel che conta è dare addosso al vecchio PCI (al quale, preciso, non ho mai aderito).
    Bisogna non aver vissuto quell’epoca (o averla vissuta e non analizzata, in seguito, con la lucidità necessaria) per sostenere queste posizioni campate in aria (mi farebbe piacere come lorsignori arrivano a spiegare il consenso di circa 30% degli elettori e, soprattutto, un’area d’influenza politico-culturale estremamente ampia).
    Visto lo stato catastrofico della sinistra e delle condizioni dei lavoratori e degli strati sociali popolari, non vedo come ci si possa rallegrare della fine del blocco “social-mitologico” del PCI.
    Se guardiamo alla politica attuale, viene lo sconforto, non solo per un imbecille del calibro di Salvini, ma perché tutti i cosiddetti leaders sono di cartapesta e non propongono nessuna reale alternativa. La politica è ridotta a schiamazzi, frizzi e lazzi. E l’astensione record delle due ultime elezioni regionali (Emilia Romagna e Calabria) dimostra quanto i cittadini siano disgustati dal sistema attuale.
    Come diceva Benigni in Berlinguer ti voglio bene, “meglio il puzzo di piedi della mamma che l’odore di nulla”.

  • il compagno Sergio

    Sono stato rimbrottato, dai moderatori del sito, per il “buffoncello”dato ad un lettore (o presunto tale), e mi pare di capire che invece auspicare lo sterminio di massa dei “diversi” e dei marginali, come lo fa il sig. Lazzari (e non è la prima volta), sia perfettamente legittimo per il manifesto.
    È il vostro modo d’intendere la “libertà di parola”?
    C’è qualcuno che si sente magari di aggiungere qualcosa sulla Shoah, sempre rimandendo in tema di “libertà di parola” ?
    Io, che sono un vecchio lettore del manifesto, non posso che essere sconcertato da questo atteggiamento da tartufi.

  • marco

    nel mio piccolo e analizzando i flussi noto che tutti hanno perso elettori la lega ne ha presi un 100000 in più ma il centro destra ne ha persi più di 600000 in quei voti vi erano i fascisti che votavano gasparri la russa storace e tanti fascisti camuffati nel pdl che si sono buttati su tombin de ghisa con il suo razzismo li ha galvanizzati la sinistra è ancora una nebulosa indefinita che non e riuscita a intercettare il malumore della sua massa più di 1 milione hanno preferito stare alla finestra a guardare perché nel piangere gli scappava da ridere non preoccupiamoci di cosa fa la destra quando il gioco nella destra italiana sarà più chiaro li si vedrà che peso a tumbin de ghisa il problema è nostro come riuscire a uscire da questo cono d’ ombra che ci siamo ficcati da 30 40 anni e non ci fa uscire da questo 4% a pensarci bene non abbiamo mai raggiunto una percentuale superiore questo mi piace

  • mario

    caro Sergio,

    la fai troppo semplice: perfino i peggiori regini totalitari del ‘900 hanno avuto consensi non effimeri e convinti, anche di fior fiore di filosofi o pensatori vari, e che il PCI abbia avuto il 30% dimostra solo che il 30%, magari onestissime persone, non aveva capito – o non aveva capito in tempo, o aveva capito ma senza la dovuta cattiveria – una parte di cose che si doveva capire.

    Lo “stato catastrofico della sinistra” è anche colpa, non secondaria, di chi pensa che sia campato in aria considerare il rapporto PCI-PCUS – centrale e mai venuto meno fino al 1989, e consolidatosi nella piena adesione alle fucilazioni staliniane della opposizioni – come un deficit grave della storia della Sx italiana, oltre che uno dei due o tre problemi difficile da capire della storia italiana del ‘900. (Difficile, perchè ovviamente il PCI non era una piccola setta di slavofili: il suo stalinismo moderato deve essere sicuramente studiato come un esito di tratti importanti della storia culturale del paese).

    Più la vedo da lontano, togliendo i dettagli e mettendo a fuoco i caratteri fondamentali, più vedo come tratto caratteristico, e diffuso, della storia italiana del ‘900 la mancanza di una radicata opposizione alle tentazioni totalitari; per essere più precisi: vedo una mancanza che si è espressa -nel profondo del paese – non necessariamente come condivisione fanatica ma piuttosto come una qualche pretesa – storicista? levantina? controriformista? anticapitalistica? – di equidistanza e di mediazione. Basta ovviamente considerare come una della più profondamente condivise istituzioni italiane, il Vaticano, sia (ri)nato prima e costituzionalizzato poi grazie all’incontro – purtroppo non banalmente tattico – con Mussolini e rispettivamente Togliatti. (Detto per inciso, un deficit della Sx è che non esiste un gruppo dirigente serio, con un seguito diffuso sufficientemente ampio, che abbia tra i propri fondamentali politico-cultuali la richiesta del superamento di questa compromissione nazionale con i totalitarismi del ‘900).

    In questa mancanza, la storia del PCI è tutta iscritta, o no?
    grazie risposta
    m.

    ps. ovviamente il lager non è il gulag, ma condannare il lager senza condannare il gulag non è proprio più possibile.

    pps Se riesci a leggere gli altri miei posts, vedi che queste riflessioni anti-PCI a tempo più che scaduto sono il mio ‘divertimento’ attuale. Chiedo venia, e gradisco commenti e critiche.

  • il compagno Sergio

    Scusami Mario ma hai, a mio parere, una conoscenza soltanto libresca (molto orientata e limitata) di quello che è stato il PCI, dal partito “nuovo” di togliattiana memoria all’eurocomunismo di Berlinguer (qualcuno sembra dimenticare che la carta costituzionale è figlia anche del PCI togliattiano).
    Se solo tu conoscessi una figura come Umberto Terracini, conoscenza attraverso le carte, i suoi interventi parlamentari, le sue pubblicazioni, la sua azione, impallidiresti negl’attribuirgli quella maschera caricaturale che ormai, con la complicità di storici mediocri s’incolla in testa ad ogni membro e militante del vecchio PCI.
    Terracini è stata una delle poche voci profondamente democratiche nel Parlamento Italiano del dopoguerra.
    Quello che tu scrivi in relazione al gulag, pensa te che era pane corrente per la generazione di Berlinguer (nel frattempo c’era stato anche il XX Congresso).
    E non voglio certo intrattenerti su Pietro Ingrao (una delle più alte espressioni teoriche della sinistra europea), Giorgio Amendola o lo stesso Enrico Berlinguer, sicuramente degli stalinisti rifiniti.

    Lo so, sono tempi di etichette, di usa e getta, di pretese cause e effetti (il disastro della sinistra attuale sarebbe colpa del PCI, ohibò!, e non di chi quel pensiero e quel radicamento popolare non ha saputo conservare e sviluppare) : il pensiero è diventato rapido e leggero, impalpabile, inconsistente (debole?).
    Per cui sì, perché cercare di capire ?, mettiamo pure il PCI accanto al gulag e godiamoci questo bello spettacolo d’inizio millennio.

  • Gianfranco

    Certo che esiste un problema sicurezza quando 8000.000 di italiani sono poveri e altrettanti ci sono vicini. Però tutto dipende da come viene affrontato il tema in questione. La destra lo liquida come un problema di ordine pubblico e d’immigrazione, la sinistra (ovviamente se ce ne fosse una in grado di governare…) lo affronterebbe razionalmente, cercando di rimuovere le cause sociali- economiche-culturali che determinano il disagio nella società con annesse problematiche delinquenziali. Purtroppo pochi italiani hanno nozioni di sociologia e psicologia e i media di certo non aiutano ad illuminare le menti. Così i più rimangono convinti che il razzismo, il carcere duro, leggi inflessibili (solo per i criminali comuni, non per i colletti bianchi) redimeranno la nostra società dalla violenza e dal degrado.

  • Gianfranco

    Non è un problema di intelligenza, ma più che altro di ignoranza, merce non rara in Italia (in Italia si legge pochissimo, Gazzetta dello sport a parte). Credo che un operaio o comunque una persona che appartiene ai ceti bassi che vota Renzi o un partito di centro – destra si faccia del male, ma molti in perfetta buona fede lo fanno, perché poco consapevoli e poco informati del mondo che li circonda e dei ruoli di sinistra e destra nella società. Spesso parlo con persone che non hanno nemmeno chiaro quale possa essere la differenza di valori e di cultura tra sinistra e destra. C’è chi vota a destra e ha idee poco compatibili con quell’orientamento politico, ma lo stesso vale per la sinistra.Poi c’è chi vota con cognizione di causa destra o sinistra, in base alla sua propria idea particolare di società auspicata, per semplificare, gerarchico e individualista per i primi, egualitario e collettivista per i secondi….

  • JEP

    Se un esponente politico non appare in Tv, non esiste. Berlusconi, grazie alle sue Tv, ha governato l’Italia per circa venti anni effettuando con le sue trasmissioni una magistrale opera di distrazione di massa e,allo stesso tempo,un cambiamento antropologico degli Italiani. Il primo pensiero non può che andare all’ormai atavico e deleterio problema sulla legge del conflitto di interessi. Legge che una certa sinistra all’epoca al Governo non volle affrontare. Come evidenziato benissimo nell’articolo la Tv tende ancora a formare consenso anche nell’epoca di internet. Salvini,abile a parlare alla pancia dell’elettorato con dosi quotidiane di razzismo e populismo,sarebbe un signor nessuno senza le sue comparsate televisive. Tuttavia i motivi che spingono la gente a votare la Lega ,a mio avviso, non dipendono solo dal mezzo televisivo. Attualmente in Italia c’è un grande vuoto politico che è quello della Sinistra. SEL presenta delle forti contraddizioni di fondo: in Parlamento si pone all’opposizione del Governo di centrodestra di Renzi ma non esita nelle Regioni a Governare con il Pd, come avviene ad esempio in Puglia con Vendola ,segretario di Sel. Rifondazione è ancora troppo piccola e troppo chiusa nelle sue discussioni interne. Manca, in definitiva, una forza politica di massa a Sinistra, autonoma dal Pd,autenticamente antineoliberista, che evidenzi nella società il riemgere di una nuova lotta di classe condotta dal capitale contro il mondo del lavoro che dia soluzioni chiare sull’Euro e sulla Globalizzazione ma soprattutto demistifichi le politiche della Destra. Salvini ha molto consenso perchè in un momento di crisi concentra tutta la rabbia sociale contro gli immigrati,invoca l’uscita dall’Euro,si scaglia contro i burocrati di Bruxelles e,allo stesso tempo, non trova nessuna forza che lo contrasti rispondendogli che la crisi è stata causata dalla finanza,dalle banche,dalle multinazionali che evadono cifre miliardarie determinando un aumento delle tasse sulla classe lavoratrice e non dagli ultimi della terra. Una speranza in tal senso è stata la lista “l’altra Europa per Tsipras” che per il momento è stata accantonata,ma che ha tutte le possibilità per rappresentare il mondo del precariato,i disoccupati,gli operai dei call center e delle fabbriche,classi sociali su cui è gravato tutto il peso della crisi.

  • mario

    Caro Sergio

    sai chi era Luigi Calligaris?

    Per quanto riguarda Terracini, che mi è stato già citato similarmente in altra replica in altra conversazione, le cose sono notoriamente più complicate. Primo, era davvero nel circolo magico di chi sapeva e guidava? Io non credo. Hai mai letto la sua intervista (in una vecchia collana della Laterza), come agì nella Resistenza tenuto di fatto fuori – ebreo sotto occupazione nazista – dalle strutture del PCI? Quando cercò, negli ultimi anni, di riprendere qualche contatto amicale con Bordiga, o andava alle manifestazioni con Sofri, credi che lo facesse in sintonia con Longo o Berlinguer? Non credo. Sbagliò – e fu usato – a sostituire Saragat alla Costituente? Si credo di si, e tu? Terracini pubblicò i documenti su i suoi dissensi dal carcere con la direzione togliattiana, per le edizioni di Basso solo negli anni ’70 (quando la memorialistica dei sopravvissuti italiani ai gulag contava già qualche testo); avrebbe dovuto pubblicarli venti anni prima? Si io credo di si e che il ritardo non gli sia perdonabile, e tu?

    Per Amendola è facile, fu stalinista (leggi i suoi articoli sull’Unità degli anni ’30), e sostituì Secchia (che era stalinista meno di tutti gli altri) nell’organizzazione come mossa togliattiana di limitare i danni dell’avvento di Krusciov.

    Berlinguer inizia la sua carriera nel famoso CC del 1961, quello in cui Togliatti riesce – con qualche fatica – a inibire una vera discussione sullo stalinismo suo e del partito. La sua biografia è sicuramente molto complessa, ma si muove all’interno del rapporto con il PCUS, e forse – nei momenti migliori – con la speranza di articolare il cd movimento comunista in aree regionali semi autonome. Non si muove però – ovviamente – nella consapevolezza che la presenza dei partiti unici in URSS e all’est deve essere superata, nè nella denucia del carattere dittarial-terroristico della gestione del potere in URSS – basta considerare l’adesione del PCI ancora nel 1975 (o era il 1977?) alla richieste del PCUS di contrastare la biennale del dissenso organizzata dai socialisti anticomunisti italiani (Ripa di Meana, e di fatto Craxi). Ecc. ecc.

    Detto tutto questo – e tutto il resto che si potrebbe dire – quello che è vero, e il tuo stesso intervento lo conferma, è che l’indignazione per quello che era l’URSS non è stato un sentimento diffuso, radicato e spontaneo. L’antifascismo italiano non è stato vissuto – nè a livello popolare nè accademico-intellettuale – come qualcosa la cui ovvia continuazione poteva e doveva essere l’antistalinismo. Chi denuciava il lager (per altro non immediatamente subito dopo la guerra, e -problema nel problema- come qualcosa compiuto da altri e non anche da noi, che Berlinguer non è Brandt) non denunciava il gulag.

    Quando scrivi “Quello che [io] scriv[o] in relazione al gulag, […] era pane corrente per la generazione di Berlinguer” non mi risulta corrisponda ai fatti: che io sappia Berlinguer non organizzò una iniziativa forte di denunica, intendo qualcosa come un festival nazionale dell’Unità dedicato ai dissidenti dell’Est, o una stagione di studi al Gramsci per raccogliere le testimonianze dei periti italiani nei gulag (di fatto molti mai finiti in Siberia ma subito fucilati a Butovo). (Sul punto sono interessato a smentite puntuali).

    Come ti ho detto, la fai facile
    aspetto controrisposta
    m.

    ps per quanto riguarda il XX, il PCI fu di fatto più brezneviamo che kruscioviano, o no?

  • il compagno Sergio

    Caro Mario, quello che scrivi, compreso su Terracini, è la visione che se ne ha vista da lontano, appiattendo tutto e riducendo il tutto ad un monolite. No, Terracini non era affatto il personaggio isolato che tu tratteggi, scomodo sì, ma non isolato. E Amendola era stalinista a parole, ma nei fatti ha contribuito alla trasformazione del PCI (c’è differenza fra una retorica e il concreto agire).
    Per le domande che tu mi poni su Terracini, per quanto mi riguarda, non ritengo che Terracini abbia sbagliato, semplicemente perché tengo conto del contesto. Non faccio la storia col senno di poi.
    Ed è chiaro che quando il quadro politico muta (con il centrosinistra e la fine della guerra fredda), lui abbia sentito il dovere etico di pubblicare quanto aveva già elaborato da tempo (e che lo faccia con le edizioni di Lelio Basso non mi soprende affatto, vista la statura intellettuale e politica di Basso).

    Insomma e però, a me sembra che tu inverti i fattori delle cose e finisci per attribuire a personalità vissute decenni fa, cose che solo più tardi sono state conosciute nella sua crudezza e realtà.
    E salti a pie pari l’eurocomunismo (che di questa presa di coscienza era il segno), forse perché appunto farebbe macchia in questo bel quadro del PCI monolitico e stalinista.
    È un caso che i protagonisti del compromesso storico – Moro e Belinguer – siano state vittime delle due superpotenze (dimentichi l’attentato a Berlinguer in Bulgaria?)? Ti sei mai chiesto perché? Quale era la situazione italiana prima del crollo del muro di Berlino? Quali erano i margini di manovra per un paese a sovranità limitata? Perché chi ha cercato di far evolvere una democrazia bloccata, attraverso l’alleanza delle due forze politiche più radicate nel paese (cristiano-sociali e eurocomunisti), è stato oggetto di tali sinistre attenzioni?

    Ribadisco che il PCI all’epoca di Berlinguer non era un partito stalinista e aveva largamente preso le distanze dall’URSS, non a caso è stato tacciato (e viene tacciato, da alcuni) di essere un partito socialdemocratico (proprio su queste colonne qualche simpatico lettore tratta, con costanza, Berlinguer di traditore della causa comunista e puoi starne certo, non si tratta di ex-militanti del PCI).

    Il PCI, caro Mario, non si riduceva inoltre alle sue strutture dirigenti, ma era presenza sul territorio attraverso le attività delle case del popolo (presidio sindacale e politico, ma anche luoghi di sociabilità, di confronto politico, di sport, di cinema di qualità, di festa, accessibili a tutti, soprattutto a chi aveva meno mezzi); le feste dell’Unità, che erano il risultato dell’impegno di milioni di militanti che attraverso il proprio benevolato hanno contribuito a rinforzare la rete di solidarietà (laica) nel paese, hanno permesso per decenni l’accesso alla musica (ricordo ancora un Paolo Conte sconosciuto suonare davanti ad una platea di qualche decina di spettatori), alle culture (i primi stands d’immigrati, io li ho visti alle feste dell’Unità) e appunto al dibattito politico; l’attività editoriale (che si tratti di case editrici del “partito” come di quelle di area) che ha contibuito allo svecchiamento del paese, ecc.

    Io ho l’impressione che tu ragioni per tipologie e quindi va a finire che i milioni di persone che agivano attraverso le manifestazioni, la militanza, la partecipazione attiva alle feste del partito e all’associazionismo o semplicemente col voto, alla ricchezza culturale, sociale e politica del PCI, vengano messo sullo stesso piano di quelli che altrove hanno sostenuto col proprio consenso il lager o le peggiori efferatezze del secolo breve.
    Laddove c’è stata solidarietà, partecipazione, crescita umana e culturale, si proietta l’ombra mortifera della massa inquadrata al servizio del totalitarismo.
    Permetti che sia sorpresa da una tale lettura che mi sono permesso di definire libresca (e parziale)?

    Per quanto riguarda gli accordi del Laterano, io non ci trovo nulla di sconcertante, anzi, perché appunto il comunismo italiano, già da Gramsci (e anche con Togliatti, malgrado il suo percorso fatto di ombre e luci), non è ideale astratto ma concretamente storico e la situazione italiana implicava l’accettazione del cattolicesimo in quanto religione privilegiata.
    Una trasformazione del paese era possibile solo se si partiva da quello che il paese era e non da quello che avremmo voluto che fosse (di lì, l’estrema fragilità del Partito d’Azione, che pure è stata una delle cellule più vive del panorama politico italiano).
    Tengo a precisare che appunto non sono mai stato nel PCI, sono laico (e agnostico) e libertario.
    Quindi pensa te, se sono uno che vuole difendere un sistema politico-culturale totalitario o la Chiesa Cattolica.
    Ma credimi, la storia non la si fa astrattamente, ma riconducendo fatti e personalità al tessuto che li rendono significanti.

    Di conseguenza, per quanto mi riguarda, l’idea dell’eurocomunismo avrebbe dovuto essere sviluppata e non ridotta ad orpello. La prova è nel fatto che nel mondo anglosassone (nel Regno Unito come nelle università statunitensi) viene prestata una grande attenzione alla figura di Gramsci, mentre da noi, anche appunto nel piccolo universo del manifesto, si ha difficoltà a farne capire la specificità dell’approccio.

  • Maurizio Lazzari

    sapessi come sono sconcertato io da gente come te.

  • mario

    Caro Sergio,

    grazie della lunga risposta.
    Non sono d’accordo, ma il difficile è dove situare questo disaccordo. Vediamo qualche punto.

    1. Premesse storiciste. Dici “Non faccio la storia col senno di poi.” Una frase fatta, e come tutte le frasi fatte è in parte un truismo, in parte nasconde problemi classici e ‘filosofici’ (che nè io nè risolveremo). Ma per semplificare: con il senno di poi, si può razionalmente asserire (evidenze permettendo) – si o no? – che oggi sappiamo che Caio aveva ragione e Sempronio torto, anche se allora credemmo proprio l’incontrario, incensammo Sempronio e deridemmo Caio? Se la tua ‘comprensione’ di quella tipologia di valutazioni storiche è che esse sono – sempre o quasi – giudizi indecidibili e/o ambigui e/o opportunisti e/o whatever, ma comunque non razionalmente asseribili, abbiamo trovato un punto di disaccordo.

    2. Deontologia delle ri-valutazioni storiche. Diciamo invece che anche tu pensi razionalmente asseribili valutazioni come sopra. Ne faresti conseguire, che allora si tratta di rendere onore a Caio, e toglierlo a Sempronio? (in pratica, provocatoriamente e un poco a caso: se Bordiga sulla bolscevizzazione aveva più ragione di Gramsci, dobbiamo oggi agire per togliere fondi alla Fondazione Gramsci e darli alla Bordiga? Se oggi crediamo che Buozzi aveva capito del terrore staliniano più di Di Vittorio, allora simile a sopra; se Barca (padre) aveva capito di Suslov meno di Cucchi, favoriamo l’ascesa politica di un ipotetico figlio del secondo contro le ambizioni di quello del primo?) Se non pensi che un aspetto delle riflessioni storiche sia sentire questo tipo di obblighi storico-morali (e politici), allora abbiamo trovato un punto di disaccordo.

    3. “Insomma e però, a [te] sembra che [io] invert[a]i fattori delle cose e finisc[a] per attribuire a personalità vissute decenni fa, cose che solo più tardi sono state conosciute nella sua crudezza e realtà.” Questo è non veramente accettabile. Il gruppo dirigente del PCI – tutti quelli vissuti a Mosca – sapevano tutto, probabilmente nei dettagli. Hanno sistematicamente mentito, e molto probabilmente agito fino alla prima metà dei primi anni ’60 per intimidire i pochissimi che – amnistiati da Krusciov – erano tornati perchè non parlassero. Qui sei poco informato. (il che ovviamente non è perdonabile :-) )

    4. “Laddove c’è stata solidarietà, partecipazione, crescita umana e culturale, si proietta l’ombra mortifera della massa inquadrata al servizio del totalitarismo.” (“Inquadrata” non è mia espressione). Sono ben consapevole del problema. Ma non lo risolvi con un esorcismo. La questione che cercavo di formulare è proprio questa: come è stato possibile che la ricchezza variegata, e anche sostanzialmente pacifica e bonaria, che descrivi sia stata impermeabile alla dovuta indignazione contro l’URSS. Mi sembra che escludi dal tuo ragionamento – ma senza motivo – che una ricchezza variegata di quel tipo possa convivere con la colpa di non aver voluto capire.

    5. “Per quanto riguarda gli accordi del Laterano, io non ci trovo nulla di sconcertante,[…] la situazione italiana implicava l’accettazione del cattolicesimo in quanto religione privilegiata.”
    Veramente questo è quello che semmai devi sentire l’onere di dimostrare: la situazione italiana del dopoguerra non ‘implicava’ alcuna costituzionalizzazione di essi. Se a Sx non fosse prevalso un partito sovietico, i giochi sarebbero stati altri, e solo pochi avebbero trovato la necessità di quella implicazione

  • il compagno Sergio

    Scusami Mario, ma a parte il lessico assai ricercato, tutto il resto è fumo, compreso quanto scrivi in relazione a quello che tu presumi che sapessero i dirigenti del PCI. Togliatti ad esempio sapeva (non foss’altro che per il ruolo che ha avuto in alcuni processi) ma ancora una volta (anche se inutilmente) t’invito a inserire tutto ciò nel contesto.
    Difatto si adoperò alla costruzione del partito “nuovo” e nell’elaborazione della democrazia progressiva, cercando con tutti i mezzi di ricavarsi una certa autonomia rispetto a Mosca.
    La ricerca storica sulla situazione dell’URSS segue e non precede la caduta del muro di Berlino. E anche gli anticomunisti più sfegatati non avevano un’idea precisa dell’ampiezza dell’orrore.

    Inoltre, nonostante i tuoi ripetuti tentativi di deviare il discorso, la politica sviluppata dal PCI non aveva niente a che fare con il modello sovietico e bisogna essere in assoluta malafede per sostenere il contrario (e comincio a pensare che sia il tuo caso, anche perché sostenere che i comunisti italiani dovrebbero vivere con la colpa di non aver voluto capire è assai costernante, conto tenuto di quanto hanno apportato all’Italia in tutti i campi).

    Che la storia non si faccia col senno di poi non è un truismo è uno dei punti basilari del lavoro dello storico (e una delle sue tentazioni più grosse). Come non si fa con i se, la storia, per rivenire al tuo discorso sul Concordato.
    E se il PCI si è astenuto favorendo l’adozione dell’articolo relativo, è da una parte perché milioni di militanti erano cattolici e comunisti, e dall’altra il partito ha stimato dover privelegiare il dialogo con la DC.
    Tanto che ci siamo possiamo aggiungere che anche la carta costituzionale è il frutto di un partito sovietico.
    Mario, sicuramente tu leggi molto, ma il risultato è magro e piuttosto confuso.
    Se non hai capito cos’è stato il sisma storico della rivoluzione dei soviets nella storia dell’umanità, non credo che sia molto utile disquisire su Buozzi e Longo, che alla fin fine, comparativamente, sono dei dettagli.
    E non mi sembra che tu abbia integrato l’eurocomunismo di Berlinguer, che seguendo il tuo discorso, parrebbe essere uscito da un altro pianeta e non fiorito nel PCI.

    Intanto nell’Europa dell’Est succede di tutto (anche che i russi vivano meno e peggio), ma ciò non sembra perturbare i vecchi “dissidenti” e la stampa in generale. Io all’epoca ho aiutato e sostenuto i dissidenti, ma oggi non vedo nessun Kundera a strillare per i diritti dei reietti.
    Io merito di essere qualificato di sovietico (come il PCI), mentre Kundera (o altri, poco importa) è sicuramente lo specchio della virtù democratica.

    Ad ogni modo non credo sia utile proseguire ulteriormente questa discussione, assolutamente sterile.

    Mi permetto però di consigliarti la lettura dell’ultimo libro di Manacorda, appena pubblicato dagli Editore Riuniti, Perché non posso non dirmi comunista. E le sue ragioni sono quelle di qualsiasi persona profondamente democratica.
    Giova ricordare che Manacorda il PCI l’ha vissuto dal di dentro.

  • mario

    Caro Sergio,

    mi dispiace di questo tua chiusa al confronto (sorvolo sull’accusa di malafede). Su un unico punto voglio insistere: cerca in rete copie degli ordini NKVD degli anni orribili. Vedrai che la procedura era che il centro fissava quote di persone da sospettare e di quelli da passare per le armi, e gli organi subordinati individuavano chi esattamente chiedendo segnalazioni di sospetti. Questo valeva anche per le comunità degli emigranti politici, che di fatto dipendavano dai corrispondenti uffici nazionali del Comintern. Chi fu fucilato delle comunità italiana lo fu sicuramente perchè segnalato da Robotti (prima fase) e Roasio, sempre con l’approvazione di Togliatti.

    (l’arresto di Robotti fu assai probabilmente una operazione della NKVD di controllo interno della prima generazione di delatori)

    Quando parliamo di Togliatti, parliamo di qualcuno che partecipò attivamente, anche se nel rispetto della sua ‘giurisdizione’. Quando “[mi]’invit[i] a inserire tutto ciò nel contesto”, suoni semplicemente negazionista a-priori.

    alla prossima conversazione, spero
    mario

  • mario

    Ok, nonostante la tua (e la mia) irritazione, non resisto. Ti invio le fatidiche 10+2 domande nello stile della nota concorrenza. Immagino che i tuoi siano tutti NO, stupiscimi con qualche SI. Ciao e senza rancore :-)

    Cerchiamo di circoscrivere il dissenso tra di noi. Quale delle seguenti affermazioni condividi SI e quali NO?
    1) il gruppo dirigente del PCI degli anni 50 (Togliatti, Longo, Di Vittorio, Amendola, e diversi delle seconde linee) si era costituito negli
    anni ’30 del secolo scorso a Mosca e a Parigi, aderendo alla presa di potere di Stalin e alla metodologia stalinsita di eleiminazione fisica mirata del dissenso politico e sociale, e questa matrice costituisce la vera caratterizzazione politica di quel gruppo;
    2) la svolta di Salerno fu concordata con Stalin e Molotov, e fu motivata anche se non sopratutto dall’interesse sovietico che il PCI rispettasse gli accordi di Yalta;
    3) chiedere e ottenere le dimissioni di Saragat dalla Costituente fu un errore;
    4) se le truppe sovietiche nel 43 avessero sfondato a NordEst, e il triveneto fosse diventato davvero la DDR d’Italia a guida PCI, quel
    gruppo avrebbe gestito le cose in modo del tutto similare a quelle delle altre democrazie dell’est, e non tra le meno peggio (Togliatti aveva un record peggiore di Gomulka)
    5) l’esclusione di Secchia, a seguire la morte di Stalin, dalla dirigenza PCI fu motivata sopratutto per il timore che Secchia potesse cogliere l’occasione per giocare una carta anti-stalinista, ridimensionando i dirigenti con formazione moscovita, a favore probabilmente di quelli formatisi nelle galere fasciste (come Secchia stesso) e nella Resistenza armata (questa la ricostruzione di Mirian Mafai nel suo libro dedicato a Secchia)
    6) l’ostracismo verso i vecchi esponenti della Sinistra Comunista, sopratutto Bordiga, continuato fino alla loro morte negli anni ’70, non aveva motivi politici, teorici o tantomeno morali, ma fu dovuta sola alla consegna di non riaprire la questione delle complicità con le calunnie criminali del periodo delle grandi epurazioni staliniane;
    7) il gruppo dirigente del PCI, primi anni ’60, fu sostanzialmente anti-Krusciov, e più a suo agio con Breznev;
    8) negli anni ’70 il PCI fu sostanzialmente ostile ai movimenti dei dissidenti dell’Est, e nel caso della biennale del dissenso organizzata
    da Ripa de Meana (e Craxi ) del 77, si oppose seguendo dirette indicazioni della dirigenza del PCUS;
    9) pensare di avvicinarsi alla stanza dei bottoni nel 1977-78, senza aver rotto il legame con il PCUS, denunciato
    lo stalinismo di Togliatti, accettato di confluire nella socialdemocrazia, riconoscendo le ragioni del socialismo anticomunista (alla Saragat), mise l’Italia in una situazione di pericolo e di incomprensione internazionale, le cui vittime furono Moro, la generazione del ’77, e il rinnovamento politico in Italia;
    10) la fermezza nel caso Moro del PCI fu una copertura politica per evitare di ammettere il fallimento del compromesso storico, e tutelare la segreteria Berlinguer (dopo la morte di Moro, di Berlinguer, invece che di Leone, si sarebbero dovuto chiedere le dimissioni)
    11) l’assoluta indisponibilità della generazione post Berlinguer che, finita l’URSS, la loro adesione alla socialdemocrazia internazionale dovesse passare per le “forche caudine” del craxismo, ha indebolito la sinistra italiana (su questo vedi il passaggio chiarissimo sul “rovello” in http : / / www dot unita dot it/novantesimo/unita-anniversario-90-anni-novanta-compleanno-auguri-d-alema-bolognina-direttore-occhetto-gramsci-1.552002?page=2 ; per fortuna D’alema è così convinto dei suoi sbagli da non negarli.)
    12) la solitudine di Falcone, causa della sua morte, fu anche dovuta all’avversione/diffidenza degli ambienti PCI per l’opzione di fatto
    pro-socialista tentata a un certo punto da Falcone stesso;

    wow, grazie attenzione
    mario