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Editoriale

Roma come Atene

C’è qualcosa di «epico» nei sostenitori dell’austerità. Parlare di ripresa economica è sicuramente fuori luogo, ma chiedere ulteriori sacrifici a un paese che ha iniziato un percorso di deflazione, la cosa peggiore che si possa immaginare durante una recessione economica, suona come una marcia funebre. Naturalmente abbiamo la difesa della Legge di Stabilità. Letta afferma: «Rehn non può permettersi scetticismo su Italia». Il Presidente della Repubblica Napolitano si spinge oltre: «L’Europa cambi rotta». Non mancano le persone «misurate». Saccomanni con il suo stile inglese comunica che dall’Ue non c’è nessuna richiesta di misure correttive.

Poi abbiamo l’assemblea condominiale. Brunetta si scaglia contro il ministro Sacomanni: «Non è l’uomo della provvidenza; si dimetta».

Fa un po’ specie leggere queste dichiarazioni. Tanto orgoglio fa quasi tenerezza. Non si capisce se difendono se stessi, oppure un qualche ruolo dell’Italia in Europa. C’è il fantasma Grecia. Alla fine, i nodi della politica economica europea, con tutti i suoi effetti, lasciano un cadavere per strada: la politica. Da una parte registriamo le «denunce» del Presidente della Repubblica sulle politiche europee, dall’altra si disegnano equilibri politici che, per quanto ben assortiti, non possono reggere in ragione di vincoli economici che sono insopportabili per qualsiasi paese.

Se possibile, in questa parodia della politica italiana, tutti hanno dato il meglio di se stessi: si può dire e sostenere tutto e il contrario di tutto. In altri termini la politica italiana non viene fuori molto bene.

Non è in gioco, però, solo il governo Letta o la politica che potrebbe intervenire dopo l’elezione di Renzi a segretario del Pd. Il personaggio è quello che è. In realtà si gioca una partita molto più grande: il semestre europeo italiano.

Il richiamo del Commissario Rehn sembra più che altro un monito alla prossima presidenza europea italiana. In Europa, come all’interno della stessa Commissione, la discussione sull’efficacia delle politiche europee è meno segreta di quanto non si voglia far credere. In qualche misura, nel segreto di alcune stanze, i governi di destra e di centro-sinistra hanno avviato una discussione sull’utilità del six pact e del fiscal compact. Il richiamo all’Italia su privatizzazioni, riduzione del debito pubblico, il taglio della spesa pubblica è un avvertimento ai Paesi europei: non pensate di allentare i vincoli europei via presidenza europea italiana. La Commissione Europea teme che l’Italia possa dare voce a tutti quei paesi che si trovano nella stessa situazione. In altri termini l’Italia, con il concorso di altri Paesi come la Francia, la Spagna ed altri ancora, avrebbe la forza politica ed economica per ridiscutere i termini degli accordi pattuiti tra il 2011 e il 2012.

Non ho idea se Letta e Napolitano avessero in mente lo scenario appena descritto quando hanno reagito, ma la difesa del proprio operato e il richiamo all’Europa dovrebbero prima chiarirli a se stessi. Infatti, tutta la crescita del debito pubblico europeo di questi ultimi 5 anni è debito privato (cattivo) mutualizzato dagli stati. Provate a vedere la crescita del debito pubblico tedesco e di quello italiano. Il debito pubblico tedesco è cresciuto del 30%, quello dell’Italia del 13%, nonostante una contrazione del Pil maggiore che nella media europea. Quindi, la politica italiana faccia politica. Sia all’altezza della situazione.

La Commissione ha voluto avvertire i naviganti della ciurma europea: non pensate di usare l’Italia per ridiscutere i patti europei. Forse è il momento di fare qualcosa di «sinistra».