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Editoriale

Riforme, il tramonto di un’illusione

Chi se ne va che male fa? Lo strappo di Angelino Alfano è certo doloroso, per Silvio Berlusconi. Ma politicamente potrebbe anche risultare redditizio. Il Cavaliere la mette giù fin troppo facile, con il cerchio che sembra chiudersi così come lui stesso, secondo quanto si diceva, aveva immaginato prima del fatico 2 ottobre, giorno del voto di fiducia al governo Letta.

Ora il Pdl sta contemporaneamente al governo e fuori. Forza Italia sarà all’opposizione o in appoggio esterno, lo si vedrà presto (forzisti vecchi e nuovi come Daniela Santanchè ripetono di aspettare al varco la legge di stabilità) e il «nuovo centrodestra», con un vicepremier e quattro ministri in carica, è nelle stanze del governo. Ma l’una e l’altro, secondo le indicazioni del leader che i nuovi centrodestri non intendono certo disconoscere, fanno parte idealmente della stessa coalizione che si presenterà alle elezioni e che – ripeteva ieri Berlusconi – potrebbe chiamarsi, appunto, Pdl.
Separati i ragazzi che si azzuffavano, Berlusconi prova dunque a trarre vantaggio da una situazione non certo rosea per lui ma che potrebbe permettergli di presidiare tutto il campo, la parte dell’opposizione e quella della maggioranza, visto che Alfano e i suoi lo saranno anche «diversamente», ma sempre berlusconiani restano e si impegneranno quotidianamente per smentire il Giornale che ieri titolava in prima pagina «Alfano passa a sinistra». Mentre Forza Italia essendo fuori dal governo se anche non dalla maggioranza (ma di mezzo c’è anche la decadenza del Cav), potrà scatenare la macchina della propaganda regolandone l’intensità a seconda delle esigenze del quasi ex senatore Berlusconi.

Per Enrico Letta, che già il 2 ottobre, nonostante il colpo di scena finale del Cavaliere, ma grazie alle 23 firme di senatori ostentate da Quagliariello, aveva dichiarato la nascita di una maggioranza politica che avrebbe rafforzato il governo, la presunta «deberlusconizzazione» rischia invece di essere controproducente. Non solo perché le larghe intese si restringono sensibilmente nei numeri. Ieri Gianni Cuperlo, candidato alla segreteria Pd, commentava: «Non penso che questa vicenda possa cambiare profilo e natura politica di questo governo, che resta di eccezionalità, necessità e di scopo». In mattinata, in un generico post sulla campagna delle primarie, Matteo Renzi scriveva: «Vivacchiare non serve a nessuno». Un Letta che vivacchia grazie a Formigoni e Giovanardi bersagliato da tutte le parti non serve né allo stesso presidente del consiglio, che potrebbe tornare in corsa per la premiership, né a Renzi, che vorrà evitare la rosolatura a fuoco lento.

Il presidente del consiglio e il presidente della repubblica hanno inoltre legato la vita del governo al cammino delle riforme istituzionali. Se fino all’altro ieri quelle riforme erano poco più di una chimera, da ieri sono un bluff scoperto. E bisognerà anche vedere come Forza Italia voterà alla camera sulla revisione dell’articolo 138, dopo che al senato i falchi erano andati a un passo dal far mancare la maggioranza qualificata necessaria a cambiare la procedura per riformare la Costituzione.

Resta sul tappeto l’eventuale riforma elettorale, ma anche questa molto ipotetica. Berlusconi ieri ha lasciato capire che il Porcellum gli va benissimo, ma segnalando che se dalla Consulta uscisse l’indicazione di fissare una soglia oltre la quale si può accedere al premio di maggioranza, se questa fosse sopra il 40% la prospettiva sarebbe quella di dover ripetere l’esperienza delle larghe intese, che né lui né Renzi auspicano. Non è un’apertura sul Mattarellum, tantomeno sul doppio turno. Solo la disponibilità a una piccola correzione della Calderoli con una soglia al 35%.

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