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Editoriale

Ricompriamoci il manifesto

Ermanno Rea

Strana gente, gli italiani. Stando a quello che succede da alcuni anni in qua, li diresti senza scrupoli ostinatamente cinici, con una irrefrenabile vocazione all’imbroglio, incapaci di ogni slancio ideale, di ogni speranza collettiva.

Non ci sono dubbi: il quadro in cornice è questo, e sarebbe assurdo pretendere di smentirlo.

Tuttavia, ed è il punto sul quale vorrei richiamare l’attenzione degli amici del manifesto, la monocromia presenta fortunatamente, qua e là, qualche “difetto”, qualche “eccezione”.

Purtroppo i “trasgressori” non sono molti, ma se ne contano, macchie di colore irriducibili a ogni assalto del bitume nazionale. Ci sono e non chiedono altro che di essere riconosciuti e strappati alla loro sgomenta solitudine.

Mai come in questo momento, insomma, a me pare particolarmente felice e tempestiva l’idea di entrare in possesso della testata del manifesto il giorno in cui i commissari liquidatori la metteranno all’asta.

La prospettiva di un acquisto collettivo può incontrare un vasto favore, fino a coinvolgere soggetti ancora estranei alla vita del giornale e alle sue battaglie politiche.

Naturalmente occorre fare per prima cosa il pieno degli abbonamenti: lo capisco bene.

Ma secondo me non basta. E’ necessario aggiungere anche altra benzina all’iniziativa, trasformarla in una vera e propria campagna politica generale promuovendo incontri e dibattiti, costringendo radio e televisioni a parlarne cantautori a promuoverla alla loro maniera, eccetera.

Occorre uscire dal guscio. Non è facile, lo so. Ma le sfide più sono audaci più sono belle.

Auguri, comunque. Personalmente vi sono più che mai vicino.

  • carlo

    Sono d’accordo: occorre uscire dal guscio. Però la storia insegna che si esce da un “guscio” ( magari solo per entrarne in un altro, sebbene non necessariamente) solo attraverso grandi crisi sociali. Le persone, come le “masse” (che sono persone in ordine – idealmente – compatto) non reagiscono se non direttamente “piagate”. Gli incontri e dibattiti sono meccanica autoreferenziale, i cantautori folklore, al confronto. L’unica azione “miracolosa” sarebbe non far scaturire piaghe altrui dalla propria. Ma ci vorrebbe un santo, per quanto laico.

  • Federico_79

    La chiave per unire il malessere disgregato é rendere evidente i vantaggi dell’ azione collettiva contro il comune problema. L’ informazione del manifesto é un ingrediente essenziale per svelare i meccanismi dell’ impoverimento.

  • Gregorio Carboni Maestri

    Caro compagno Carlo, se mi posso permettere la Storia insegna proprio l’opposto di ciò che scrivi.
    La Storia insegna che per uscire dal guscio – e ad uscirne non dev’essere solo la sinistra, ma con essa il mondo del LAVORO – la sinistra deve legarsi, appunto, al mondo dei lavoratori (dipendenti e non, protetti e non, falsi autonomi, precari, disoccupati, immigrati-schiavi, futuri lavoratori); esprimerne le necessità, esserne l’espressione della lotta politica “per gli interessi esclusivi” e “per conto” del mondo del lavoro. Tutto qua. Il resto è bla bla bla inutile e dispersivo. Pace, amore, libertà, ecologia, cultura devono scaturire da questo legame profondo. Non esclusivo ma principale. Semplicemente perché solo il mondo del lavoro ha il potere – reale – di produrre le cose – e dunque di fermarle – ed è la catena fondamentale del montaggio del capitale. Senza il lavoro il capitalismo non avanza di un passo, neanche quello finanziario.

    E dobbiamo fare questo senza aspettare (né voler!) santi laici, senza eroi, senza leader, se non dei rappresentanti democratici e, si, carismatici, ma soprattutto intelligenti e onesti, con le idee chiare, tutto qua: delle punte di lancia di un movimento più ampio chiamato con il vecchio termine di movimento di classe. Cioè del 99% della popolazione globale: quelli che si alzano tutte le mattine per andare a piegarsi in due al lavoro e farsi rubare un salario, o che vorrebbero poterlo avere, almeno, un lavoro, ma che non possono perché il lavoro gli è scippato dalle politiche dell’1%).
    Altrimenti non solo non vi è sinistra, non solo si è tutti nel guscio, anzi, la depressione del mondo del lavoro è IL GUSCIO, e con questo marasma si ha l’Italia di oggi, nel mondo odierno, cioè l’inizio inoltrato della barbarie. Quella di cui parlavano Marx e Luxemburg, che ci è sempre sembrata teorica. Non sapevamo, del tutto, che forma potesse avere. Ed eccola qua! E la “grande crisi sociale” di cui parli è già barbarie, e da quella non nasce nulla, o non per forza, non è un concime che fa nascere fiori in una terra arida.

    La crisi sociale è morte, miseria, alienazione, razzismo, odio fra poveri, tutte cose accessorie al capitalismo per avere più frammentazione, più fragilità e più isolamento – di chi? – del mondo del lavoro! Solo quello interessa al capitale. Il resto, è bla bla bla.

    Il Manifesto in questo scenario – e i dibattiti, gli articoli, la teoria, lo studio -, sono fondamentali, ora più che mai, perché in Italia, oltre all’impoverimento drammatico della popolazione, si ha anche l’impoverimento culturale, politico, della sinistra potenziale (dei comunisti o chiamali come vuoi). Cioè, nessuno più sa come interpretare la realtà, come capirla, da che parte prenderla e come agire, non per uscire dal guscio, ma per salvarci dalla frittata! Si è persa la bussola, mentre la bussola è proprio lì, davanti a noi, e si chiama comunismo e lavoratori. Ancora e sempre comunismo. Oggi più che mai. E da quando non c’è più in giro se ne nota davvero l’assenza.

    Saluti (comunisti, ovvio) dagli Stati Uniti d’America :)