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Editoriale

Renzi, Mineo e l’arroganza del potere

Matteo Renzi

Andiamoci piano con la libertà di coscienza, un bene prezioso da esercitare con moderazione, senza bisogno di sbandierarlo per questioni minori come la riforma costituzionale. E se un senatore proprio insiste a voler esprimere la sua critica sul progetto del nuovo senato, addirittura pretendendo il diritto di voto, allora delle due l’una: o «esercita la sua libertà di coscienza in aula» (dove un voto in più o in meno non conta), come consiglia Anna Finocchiaro, presidente della Commissione affari costituzionali (alias portavoce della ministra Boschi), oppure sarà sostituito da un renziano doc.

E così, secondo le leggi della nuova monarchia (anticostituzionale), l’incompatibile senatore Mineo è stato epurato e al suo posto immediatamente nominato il capo-gruppo Zanda, proprio quello che a ogni forzatura berlusconiana sbandierava l’articolo 67 della Costituzione sul non vincolo di mandato. Ma la maldestra operazione-pulizia si è presto trasformata in un boomerang, e da uno i ribelli sono diventati quattordici, tutti autosospesi dal gruppo parlamentare del Pd.

Con una simile ostentazione di arroganza, il presidente-segretario ha voluto mettere in chiaro che se in parlamento e nel suo partito qualcuno ancora insiste per emendare il salvifico progetto di riforma che tutto il mondo ci invidia, allora scatta il «renzismo-stalinismo» (copyright di Mineo), anche a costo di procedere a colpi di risicata maggioranza, con un solo voto di differenza in commissione. Al grido di «non ci fermiamo» (Boschi) e sotto la bandiera del «no al diritto di veto» (Renzi), sventola orgogliosa l’idea di questi neo-unti del «conta il voto degli elettori», di fronte al quale il parlamento è un residuato che va rapidamente neutralizzato in forza del plebiscito elettorale (che, in ogni caso, né ha eletto Renzi, né era convocato sulle riforme costituzionali).

Al coro degli yesmen del Pd (tra i quali molti ex alfieri della «ditta» bersaniana) si sono unite voci grilline come quella del vicepresidente della camera, Di Maio, coerentemente plaudente («se un membro del gruppo vota in dissenso rischiando il sabotaggio con il suo voto, è giusto prendere provvedimenti»). Limpida sintesi dove il «dissenso» diventa «sabotaggio», così come il «voto» diventa «veto» se non sei conforme alla maggioranza di partito. È in questo modo che funziona la nuova politica dei rottamatori. Anche se poi Grillo tenta una maldestra difesa di Mineo tanto per dare una botta a Renzi (senza nemmeno avvertire il povero Di Maio). Del resto che Renzi e Grillo siano più concorrenti che avversari lo abbiamo visto molto chiaramente nella competizione elettorale con quella corsa forsennata a chi era più «anti» (anti-tasse, anti-sindacati, anti-partiti …). Semmai bisogna dire che la pratica delle espulsioni, dopo quella dello streaming, Renzi l’ha copiata proprio dall’ex comico.

Partite malissimo, queste riforme costituzionali stanno proseguendo nel modo peggiore. Già aver deciso di proporre come governo la riforma della Costituzione, anziché lasciarla alla sua sede naturale, il parlamento, ha esposto la falange renziana a una critica larga e blasonata. Ma se all’inizio si trattava solo di insultare «gufi» e «professoroni» ora siamo arrivati alle espulsioni dei senatori. In fin dei conti può anche capitare che il potere logori persino chi ne ha troppo.