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Politica

Renzi ha quattro richieste per far vivacchiare Conte

Governo. Verso l'incontro "chiarificatore" mercoledì. L'ex presidente del Consiglio consegna intanto quattro condizioni su cantieri, revisione del reddito di cittadinanza, riforme e giustizia. "Altrimenti faremo un passo indietro"

Matteo Renzi

Matteo Renzi

Mercoledì, salvo cambi d’agenda all’ultimo minuto, Giuseppe Conte e Matteo Renzi saranno finalmente faccia a faccia. L’ex premier ha già annunciato ieri, via Facebook, cosa proporrà all’attuale inquilino di palazzo Chigi: «Un buon compromesso» sui quattro punti che ha elencato a Porta a Porta e poi in conferenza stampa al Senato. Se invece Conte «riterrà di respingere le nostre proposte faremo un passo indietro». Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, che fra i 5 Stelle rappresenta l’ala più governista, si è gettato subito sullo spiraglio: «Ci sono spunti di Renzi sui quali si può approfondire, ad esempio quello dei 100 commissari per i cantieri più importanti». Gli altri tre punti, revisione del reddito di cittadinanza, svolta garantista ed elezione diretta del premier, è inutile anche solo nominarli. Per i 5S sono tabù.

BASTERANNO SPIRAGLI e buona volontà per chiudere la crisi prima che si apra? Non dipende certo dalla trattativa sui quattro punti renziani ma dalle intenzioni politiche del capo di Italia viva, che nessuno conosce con certezza. Fioccano ipotesi e teorie opposte. Gli ottimisti, al governo e nella maggioranza, scommettono che il giocatore d’azzardo per eccellenza mira solo a fare il pieno di nomine per poi promettere la pace, salvo poi ricominciare con la sua guerriglia pochi giorni dopo. I pessimisti ritengono che invece Renzi abbia già deciso di affondare il Conte bis. Ma anche in questo caso ci sarebbe un ulteriore punto interrogativo. Perché il dinamitardo ha lasciato in qualche occasione capire che potrebbe anticipare il premier ritirando la sua delegazione al governo subito dopo l’incontro, ove la fumata fosse nera.

LA CONTROMOSSA di Conte è già nota e annunciata. Poco dopo l’incontro, probabilmente il 3 o 4 marzo, sarà in Parlamento con la sua agenda per il prossimo triennio. La conta sarà su quell’agenda ma per il momento il premier è orientato a non porre la questione di fiducia. Sarà una molto meno pesante risoluzione e anche le stentoree dichiarazioni sulla «cura da cavallo» per l’economia vanno prese per quello che sono: parole. La realtà, come gli stessi Pd ammettono furibondi, è che Conte non ha in mano niente: neppure una cura per mosche cavalline. Il voto sarà su solo sul governo, non su un programma che continua a latitare.

MA ANCHE IN QUESTO caso, inutile aspettarsi troppa chiarezza. La risoluzione sarà approvata, perché pur di salvare la legislatura nell’aula ci sarà un fuggi fuggi e l’asticella si abbasserà. Ma per Conte è fondamentale raggiungere la maggioranza assoluta e senza qualche defezione tra i senatori renziani non ce la farà. I voti certi al momento sono 156, ai quali andrebbe aggiunto quello di Sandro Ruotolo se vincerà le suppletive a Napoli domenica. Il sostegno dei mitici «responsabili» non arriverà se non sotto la forma delle uscite dall’aula, perché nessuna delle due aree dissidenti di Forza Italia se la sente di salvare il governo con un voto. In ogni caso se l’una o l’altra, o entrambe, decideranno di entrare in maggioranza sarà solo dopo una crisi e, appunto, un cambio di maggioranza conclamato.
Senza la maggioranza assoluta e con un partito in meno nella maggioranza sarà molto difficile, forse impossibile, per il presidente Mattarella non rinviare Conte alle camere, stavolta per certificare la disponibilità delle stesse a concedergli una fiducia con tutti i crismi. Se di qui a quel momento non si produrrà qualche fatto nuovo sarà il caos. La nascita del Conte ter con una pattuglia di «responsabili» è in realtà traballante. Il no di Salvini alla proposta di Renzi è meno fermo di quanto non appaia. «Via Conte e voto in settembre», sono le condizioni ufficiali ma uno slittamento di qualche mese sarebbe probabilmente accettato dalla Lega.

I CONTATTI TRA IV E FI proseguono ma neppure i diretti interessati, per ora, sanno con quale obiettivo. Nel Pd, esasperato dalla rigidità dei 5 Stelle e dall’immobilità di Conte non meno che dalla rissosità di Renzi, si sta facendo ogni giorno di più strada la tentazione di andare a votare in settembre. Sempre che il ragazzo di Rignano, tra mercoledì e venerdì, decida davvero di premere il pulsante nucleare. Non è affatto detto che lo faccia. Ma neppure che rinvii ancora uno showdown inevitabile.


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