closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Razzismo e parole

«Le tensioni esplose dopo l’uccisione da parte della polizia di un giovane di colore alla periferia di St. Louis, dimostrano quanto sia ancora viva e drammatica negli Stati uniti la questione razziale».
Scheggia di un notiziario qualsiasi, un telegiornale grossomodo di area Pd, politicamente corretto e . Che dimostra a sua volta quanto invece viva sia la questione razziale nella nostra lingua italiana, ovvero nel pensiero politico che ne plasma l’impiego, inconsciamente o meno…

Molti hanno trovato esagerata la levata di scudi contro il ministro degli Interni che resuscita un epiteto un po’ vintage, antipatizzante e denigratorio, per definire “loro”, gli altresì definiti extracomunitari, o clandestini, o peggio ancora negri, marocchini ecc. (bene che vada sono i migranti, genericamente ed eventualmente profughi, rifugiati). Il vu cumprà buttato lì da Alfano in fondo insiste sulla funzione, è un po’ canzonatorio come storpiatura linguistica, ma come accade a Roma con il pesciarolo e lo stracciarolo, non implica in sé accezioni dispregiative particolari. Certo, anche il termine negro cambia di segno se lo si ritrova in un saggio di Amiri Baraka, in una poesia di Senghor o su un manifesto del Ku Klux Klan. Quindi Alfano farebbe meglio ad astenersi.
«Ragazzo di colore» insiste invece sulla distanza, l’esotismo vero, l’alterità, la «linea del colore» appunto. Un modo vago e indistinto, anche un po’ ipocrita se vogliamo, visto che tutti in fondo siamo di qualche colore, per definire una persona sulla base della pelle. Come l’arredamento “etnico” e la musica “world”, è una notte in cui tutte le vacche sono nere, cioè di colore.

A stigmatizzare questo costume lessicale che evidentemente unisce destra e sinistra, senza risparmiare sinceri appassionati di blues, lettori di Toni Morrison e fanatici del cinema blacksploited (come in Fa’ la cosa giusta di Spike Lee, il razzista più patetico è quello che adora Prince e Michael Jackson), ci aveva provato anche l’ex ministra Kyenge. Quando, per rintuzzare le uscite bingo-bongo del leghista di turno, esclamò con sufficiente orgoglio: «Io non sono di colore, sono nera». Say it loud, I’m black and I’m proud urlava James Brown. Ma le orecchie spesso sentono senza ascoltare. E non c’è peggior razzista di chi non vuol mettersi in ascolto.

  • Federico_79

    Sono assolutamente d’ accordo con questo articolo. Chiariamo una volta per tutte che “negro” vuol dire “nero”, ed e’ un termine descrittivo e non dispregiativo, che andrebbe rivendicato con orgoglio. Viceversa “di colore” e’ una connotazione profondamente razzista, visto che assume che esista un colore naturale (il nostro) rispetto al quale le altre razze sono “di colore”.
    Chiariamo pure che noi non siamo bianchi ma rosa!