closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Rai, chi spara sulla croce rossa

Ci vuole coraggio, mentre l’Istat sforna l’ennesimo bollettino di guerra sui numeri choc della disoccupazione italiana, a convocare uno sciopero della Rai contro Renzi, anzi, contro Matteo. Per capirlo basta accendere un telegiornale o un talk-show a caso. Senza bisogno di alcuna riforma, siamo al Telegiornale Unico del Pd. Già durante la campagna elettorale, e ancor di più dopo i clamorosi risultati delle elezioni europee, è esplosa l’entusiasta adesione del servizio pubblico verso il “partito della nazione”, fino ai toni di vibrante commozione con cui i tg commentavano il “bagno di folla” del capo del governo nella giornata del 2 Giugno.

Un conformismo asfissiante che, fossimo nei panni del popolare presidente del consiglio, cercheremmo di contenere consigliando al fan-club di Saxa Rubra di placare questa onda berlusconiana di ritorno. E infatti dopo la proclamazione della protesta sindacale, nel volgere di qualche ora, sono comparsi i distinguo, i dubbi, le dissociazioni, l’apertura a un supplemento di riflessione da parte dello stesso sindacato dei giornalisti, che ora deve fare i conti con il divieto pronunciato ieri dalla commissione di garanzia sugli scioperi che dice no alla data dell’11 giugno.

Le ragioni dello sciopero sono note: la richiesta di Palazzo Chigi di fare cassa per 150 milioni, approvata ieri dalle commissioni Bilancio e Finanze del senato, insieme all’esplicita richiesta di cessione di quote importanti di RayWay (i trasmettitori di frequenza). Soldi subito per coprire le necessità del decreto Irpef e dismissione di una parte dell’asse strategico RayWay (da custodire invece gelosamente in mano pubblica, materia prima per tutti i nuovi servizi della banda ultralarga).

Ciascun attore ha fatto la sua parte in commedia. Il governo ha sparato sulla crocerossa, proseguendo nella linea vincente di prosciugare l’acqua al mulino grillino, profittando del discredito che colpisce un’azienda sfinita dalla lottizzazione, omologata alla tv commerciale, affidata al lavoro di migliaia di precari. Il direttore generale ha minacciato “lacrime e sangue” anziché controbattere con un piano a medio termine di risparmi, doverosi in un’azienda dove i generali sono più dei soldati semplici, e tra consulenze, appalti, collaborazioni esterne siamo più vicini a una catena feudale che al modello della più grande azienda culturale del paese. Il presidente-cittadino della Vigilanza anziché applaudire ai tagli contro l’odiata casta, come Grillo comanda, promette di unirsi alla protesta. Infine il sindacato che non ha mai scioperato quando un solo padrone governava la Rai in simbiosi con le sue televisioni private, mettendo a rischio, non solo il servizio pubblico, ma la democrazia del paese. Salvo minacciare di incrociare le braccia di fronte a una spending dura ma sostenibile, d’accordo tutte le sette sigle sindacali e tutte le categorie, dalle sgretarie ai dirigenti, ai giornalisti.

Questa commedia conferma la funzione di sismografo della Rai nei passaggi cruciali della politica nazionale, quando il cavallo deve acconciarsi a portare il peso del nuovo cavaliere. Ma tutto sarà stato utile se sarà servito ad aprire una discussione pubblica su una radicale riforma dell’azienda e del prodotto.

  • Danilo

    Cara Norma, sono un lavoratore di Rai Pubblicitá e avevo giá deciso che per la prima volta dopo 25 anni non avrei aderito ad uno sciopero proclamato dal mio sindacato, con un certo disagio. È bastato il tuo articolo per rasserenarmi: sempre dalla parte del torto, ma l’unica analisi lucida la trovi sul Manifesto!
    Danilo – Torino

  • Riccardo

    La RAI va venduta. Subito.

  • O. Raspanti

    La crisi, scatenata dalle subprimes americane, porta i governi europei a fare riforme che non toccano né il mondo della finanza né quello delle banche. Come Hollande in Francia, si modificano regioni, province, ci s’attacca alle amministrazioni o al parastato (per utilizzare un termine desueto), ma ci si guarda bene d’intervenire sul sistema fiscale (che si fonda essenzialmente sull’imposizione indiretta), sui paradisi fiscali, sul dumping fiscale e sociale interno all’U.E., sui rapporti di produzione, sul “libero scambio” mondiale, ecc. ecc.

    Insomma e ancora una volta, ci s’attacca agli epifenomeni, dimostrando tutta l’impotenza (e l’inutilità?) di una classe politica connivente e incapace di assolvere il proprio ruolo.

    Ce ne sono che , come il Riccardo qui pubblicato, accecati dai miasmi del populismo grillino, esprimeranno il proprio consenso e anche una certa contentezza per la privatizzazione della RAI. Gli utili idioti (orientati dalle gramsciane mosche cocchiere) sono di questi tempi moltitudini.
    Sparano sulla Croce Rossa e ne sono fieri.

  • Riccardo

    Beato chi crede ancora alla RAI servizio pubblico… Comunque, anche Massimo Cacciari condivide quanto da me affermato, e non mi risulta che Cacciari sia un grillino… né accecato dai miasmi del populismo grillino. Offenderci, non serve certo a fare avanzare un dibattito civile…

  • O. Raspanti

    Certo se si è ridotti a prendere come riferimento Massimo Cacciari, allora siamo veramente messi bene. Cacciari è un ex, in tutti i sensi: lui ha abdicato a tutto, anche all’utilizzazione dell’intelligenza. Non mi sorprende quindi che Riccardo e Cacciari possano trovarsi sulla stessa lunghezza d’onda. E siete voi, e quelli come voi, che insultano l’intelligenza degli altri. Perché con un paese sfasciato e alla deriva, Governo e Parlamento si attaccano a problemi assolutamente accessori.
    Se la Rai non è un servizio pubblico, invece che intervenire per riformarla profondamente, l’obiettivo sarà raggiunto privatizzandola e quindi riducendola a quel megafono del berlusconismo e degli interessi privati che è Mediaset.
    Il ragionamento è limpido. Degno di Cacciari.

    Un’altra cosa. Prima Riccardo aveva una foto di Pasolini (cosa sorprendente, visti i suoi interventi contro omosessuali e “drogati”). Ora l’ha rimpiazzata con quella che mi pare essere una foto di KD Lang da giovane (ma forse mi sbaglio). A che gioco sta giocando il nostro caro Riccardo uscito dalla scuola del PCI (o che pretende esser tale) ?

  • Riccardo

    Non è la foto di KD Lang. Speravo che l’avessi riconosciuta, tu che sei uno dei più brillanti scriventi in questo sito (se non il più brillante in assoluto), e che leggo con più interesse (nonostante alle volte non sia d’accordo, ma questo fa parte della normale dialettica) – (E’ un’affermazione sincera, non mi permetterei di prenderti in giro su questo). Riprovare… Un aiuto: è un’artista, come avevi intuito, ma non è una cantautrice. E’ morta molto giovane, era un vero talento. E mi sta veramente a cuore.