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Rubriche

Quotidiana Latitudine apocalittica

Divano. La rubrica settimanale a cura di Alberto Olivetti

Mi chiedo quale e quanto profonda sia la incidenza dei notiziari televisivi che ora per ora, ogni giorno, diffondono immagini di distruzione e di morte.

Immagini riprese nei teatri di guerra, o girate a documentare terremoti e catastrofi naturali, o filmate a registrare corpi dilaniati e salme di assassinati.

Circoscrivo i termini della mia domanda ai servizi giornalistici delle reti televisive, mezzi che dilatano i confini della nostra vita giornaliera e occupano il nostro vissuto quotidiano immettendoci in un flusso di visioni che, di continuo, appaiono a noi, convocati qua e là, ovunque nel mondo. E oriento la riflessione solo verso gli scenari di violenza.

La furia degli elementi che squassa intere regioni, terremoti e tornado, alluvioni e tsunami. Le guerre che insanguinano il pianeta, massacrano popolazioni, devastano città. Le incursioni di bande armate che uccidono nelle favelas sudamericane, o nei villaggi sub sahariani, o nelle strade di Napoli.

Tralascio quindi di prendere in considerazione la violenza recitata e messa in scena che dilaga, enfatizzata dagli effetti speciali allestitori di virtuali entità mostruose, nella fiction e nel cinema.

Considero le video notizie che di stragi reali danno conto mentre vengono perpetrate, dei disastri e dei tracolli ambientali nel momento in cui avvengono, e ce ne partecipano nell’ora presente della nostra giornata. La mia ora, ampliata in intensità e ingrandita in estensione.

La vivo qui e in un altrove simultaneo, in un avvenimento lontano che mi viene documentato come contiguo, in atto, presente e che percepisco tale da afferire e attenere intimamente al muoversi quotidiano della mia vita. Dicevo delle incidenze determinate dalle immagini che in sequenza ininterrotta certificano la perseveranza di distruzioni e di morti. Incidenze.

Conseguenze ed effetti: riguardano cosa? E su che influiscono? E dove si ripercuotono?

Immagini che rivelano il male nel suo permanente e insopprimibile agire. Manifestano la presenza del male. Ne svelano la potenza. Denunciano che le forze del male dominano il mondo.

Rivelare, render manifesto. Rivelazione, disvelamento – Apocalypsis – è la parola che apre e dà il titolo all’ultimo scritto del Nuovo Testamento dove Giovanni, istruito dall’angelo del Signore, descrive la visione delle «cose che devono presto accadere (quae oportet fieri cito)».

Nel riferire ciò che «rapito in estasi» egli ha udito e visto, Giovanni avverte: «Beato chi legge e beato colui che ascolta le parole di questa profezia e tiene a mente le cose che vi sono scritte. Perché il tempo è vicino (tempus enim prope est)».

Credo si possa opportunamente riflettere su una latitudine apocalittica che non solo rasenta, ma contagia e dall’interno segna in crescendo il nostro tempo quotidiano.

Mantenendoci al di qua d’una esegesi del testo, basti rammentare che la parola profetica di Giovanni descrive i lutti e le devastazioni e le ignominie che precedono la definitiva vittoria della luce («Vidi poi un nuovo cielo e una nuova terra, perché il cielo e la terra di prima erano scomparsi e il mare non c’era più») sulla tenebra che avvolge attualmente il mondo.

Flagelli, epidemie, distruzioni, ogni sorta di delitti incombono. Poco è il tempo che resta.

La visione profetica anticipa dunque i tempi a venire. Li annuncia e comporta la terribile consapevolezza di quanto è annientamento e sterminio e, insieme, la fiduciosa certezza che, attraverso la distruzione, giunga la fine dei tempi ove regna ogni male (Dies irae dies illa solvet seclum in favilla).

La dimensione apocalittica che attraversa come una vena possente il nostro quotidiano, al contrario, ci appare priva di qualunque soluzione e risarcimento. Il tempo perifrastico si mostra a noi sciolto in un assoluto presente che elide l’avvenire e reitera coattivamente l’accaduto.

Del regno delle Tenebre, la quarta parte del Leviathan di Thomas Hobbes contiene pagine che meritano d’esser meditate nella angolatura tematica che questa nota tenta di misurare.

La felicità sarebbe possibile, argomenta Hobbes «se non ci fosse tra noi la notte, o almeno una nebbia. Noi, perciò, siamo ancora nelle tenebre».