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Editoriale

Questioni irrisolte, occasioni mancate

Scuola. Un Paese che non fa del sistema del sapere il cuore della sua crescita, che non punta sulle intelligenze e sui talenti dei suoi giovani è un Paese che rischia di rimanere fermo, se non di tornare indietro. E questo è il tema che dovrebbe trovar posto nell’agenda politica italiana. Altro che numero chiuso

In una canzone del secolo scorso, Father and son, Cat Stevens raccontava di un ragazzo che voleva cercare il suo futuro e rimproverava il padre di raccontargli «the same old story», le solite vecchie storie, come quelle che raccontano i ministri ad ogni inizio di anno scolastico.

E a questo rito non si è sottratta nemmeno la ministra Valeria Fedeli, che ha cominciato già nei mesi passati a esercitarsi con la politica degli annunci. Dagli stipendi degli insegnanti, all’elevamento dell’obbligo scolastico, dal ripensamento dell’intero percorso scolastico, con la proposta della riduzione di un anno, ma senza sapere bene dove, Fedeli ha fatto la lista, ma senza mai parlare di investimenti o di risorse da individuare nella prossima legge di bilancio.

Questioni irrisolte, occasioni mancate. È di qualche giorno fa la notizia che gli insegnanti italiani, i peggio pagati d’Europa, non solo non hanno avuto nessun aumento negli ultimi sette anni, ma una perdita secca di circa dodicimila euro a lavoratore. E periodicamente i rapporti Ocse fotografano la realtà di un sistema dell’istruzione in cui da anni si investe sempre meno, anche in termini di attenzione e di cura. Nella scuola, come nell’università e nella ricerca. Siamo il Paese europeo con meno laureati, con due terzi della popolazione o con la sola licenza elementare o con il diploma di scuola media. E con una dispersione scolastica tra le più alte d’Europa.

Una situazione come questa richiederebbe atti concreti: più investimenti, e meno spese per le famiglie, più tempo a scuola per imparare meglio, più scuole dell’infanzia, più educazione degli adulti.

Un Paese che non fa del sistema del sapere il cuore della sua crescita, che non punta sulle intelligenze e sui talenti dei suoi giovani è un Paese che rischia di rimanere fermo, se non di tornare indietro. E questo è il tema che dovrebbe trovar posto nell’agenda politica italiana. Altro che numero chiuso!

Domani torneranno sui banchi circa nove milioni di bambine e bambini, ragazze e ragazzi.

Ogni famiglia italiana è direttamente o indirettamente coinvolta in questa grande macchina. E a lei si affida. E non chiede un servizio qualsiasi, ma chiede quella qualità, quell’accoglienza, quella cura che possano permettere a ognuna e ognuno, dovunque siano nati e da qualsiasi famiglia siano nati, di raggiungere i più alti gradi dell’istruzione. L’accesso a quel bene comune che la Costituzione italiana intende garantire a tutte e tutti.

Un nuovo anno scolastico è un’esperienza unica e importante nella vita di ogni ragazza e ogni ragazzo. Può diventare un’esperienza straordinaria quando e se la scuola riesce a rispondere ai bisogni di sapere e di conoscenza delle nuove generazioni, ad accompagnarle nel viaggio della scoperta e della crescita.

E un nuovo anno scolastico è per definizione un anno di semina. La scuola italiana è chiamata a fornire al paese nuove risorse intellettuali, idee, cultura, capacità di progettare e di innovare . E sono sicura che, come sempre, nonostante tutte le difficoltà, con impegno e abnegazione riuscirà ad assolvere al proprio ruolo.

Certo, sarà necessario, come ogni anno, rimboccarsi le maniche. Lo faranno i professori e le maestre, gli universitari e i ricercatori pagati come in un call center. Si rimetterà in moto l’elefante scuola che ogni anno si carica sulle spalle il peso immane di un paese sempre più in ritardo e di classi dirigenti sempre più inadeguate.

Questa scuola, spieghiamolo a ministri e maîtres à penser, non è un problema, ma una immensa risorsa.