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Editoriale

Quello che la Guardasigilli non fa

All’autodifesa della Guardasigilli in parlamento per la sua intercessione a favore di Giulia Ligresti hanno risposto da un lato le larghe intese, blindandosi, e dall’altro l’opposizione provando a contrastare il governo per l’interposta persona della Cancellieri. La vicenda spalanca comunque una finestra sulla questione carceraria e, soprattutto, sull’azione del governo nel campo più generale della giustizia. Si potrà discutere sull’opportunità dell’intervento telefonico della ministra e per le asserite altre centinaia di casi, ma un punto resta fermo: il ministero della giustizia non può funzionare come un ufficio per raccomandazioni particolari. Un ufficio ovviamente accessibile ad una ristretta cerchia di detenuti, mentre dovrebbe avere una struttura in grado di attivare tempestivi meccanismi di controllo ed interventi sulla generalità degli stessi.

La Guardasigilli ha assicurato che tale struttura esiste ed è funzionante, per aggiungere subito dopo che, purtroppo, il tasso dei suicidi in carcere è ancora alto: ma allora è ovvio che il meccanismo non funziona come dovrebbe e, forse, l’ansia dell’autodifesa non le ha fatto notare questa contraddizione.

Ciò che però più preme sottolineare è l’assoluta inerzia del ministro nel campo delle riforme strutturali, le sole che avrebbero potuto almeno moderare la spaventosa macchina delle incarcerazioni messa su dalla foga repressiva del berlusconismo nei confronti degli strati più deboli della società. Le ricordiamo? La criminale legge Giovanardi sulle droghe, la legge-vendetta contro i recidivi della ex Cirielli (con contemporaneo premio della prescrizione abbreviata per i soliti noti), la tremenda legislazione anti immigrati della Bossi Fini con le migliaia di morti nel Mediterraneo, le migliaia di detenuti, sia in carcere che nei lager dei centri di identificazione e persino con la criminalizzazione di chi tenta di salvare i naufraghi da morte certa: non un solo decreto legge per cancellare almeno uno di questi obbrobri giuridici.

Sembra proprio che in via Arenula, ma anche a Palazzo Chigi, non si voglia minimamente mettere in discussione l’ideologia repressiva della destra. Vengano pure l’amnistia e l’indulto, a favore dei quali questo giornale è da sempre schierato, ma se non si distruggono i meccanismi perversi dell’incarcerazione dei poveracci, anche gli atti di clemenza passeranno come acqua sul marmo e nel giro di poco tempo saremo punto e daccapo.
Nel suo messaggio il presidente della Repubblica ha indicato alcune linee essenziali di riforma del sistema sanzionatorio per risolvere il problema del sovraffollamento penitenziario, insistendo sulla depenalizzazioni, sui meccanismi di messa alla prova che evitino il carcere a soggetti meritevoli di un percorso di un effettivo reinserimento sociale, la previsione di pene limitative della libertà personale ma non carcerarie, la riduzione dell’ambito applicativo della custodia cautelare. Sulla custodia cautelare i ministri Severino prima e Cancellieri dopo hanno cercato di apportare qualche modifica, ma molto ancora e di più si sarebbe dovuto fare per frenare le ondate di carcerazioni che si abbattono sui migranti, sui tossicodipendenti ed altri diseredati: il vero problema del sovraffollamento delle carceri e la cartina di tornasole di una repressione socialmente selettiva.

Che la Guardasigilli non si dimetta è abbastanza certo, anche perché la maggioranza non vorrà in questa fase andare in cerca di altri guai. A noi, ascoltato il ripetuto richiamo alla sua sensibilità, piacerebbe che si dimettesse, per esempio, per non aver potuto modificare la Bossi-Fini dopo i morti di Lampedusa, mentre di contro non ci appassiona la mozione di sfiducia di Grillo che di quella legge è uno strenuo sostenitore.

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