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Editoriale

Quell’avventura impossibile

Resistenza. Uno stato legittimato e popolare non lo avevamo mai avuto

25 aprile

La memoria – diceva Primo Levi – è sempre a rischio. Anche questo 25 aprile l’ha confermato: neppure un accenno alla pur fondamentale ricorrenza su la Repubblica di ieri; milioni di austriaci – per i quali un qualche ricordo sulla fine del nazifascismo dovrebbe esser restato – che allegramente votano per una sua nuova edizione.

Certo, è vero, ogni volta che arriva il 25 aprile prima di decidersi ad andare alla manifestazione dell’Anpi, ci si chiede: ma serve? Sì, serve. Ma sapendo che anche la memoria è soggetta alla storia, le cose si ricordano a seconda dei tempi, non perché si relativizzino, ma perché il tempo aiuta a capirne aspetti prima rimasti in ombra.

La forza degli eventi si misura d’altronde proprio su quanto continuino o meno a produrre attualità. Il 25 aprile è uno degli eventi mai rimasto materia immobile; in questo 2016 credo a tutti sia evidente che la data è caldissima.

Non perché ci siano i fascisti alle porte – ci mancherebbe ! – ma perché in questi anni si è guastato il mondo in un modo così plateale che a tutti ci spaventa e a tanti ha fatto perdere la fiducia di poterlo riparare.

Per questo ricordare la Resistenza ci aiuta. Perché si trattò di un’avventura al limite dell’impossibile, un azzardo senza precedenti e perciò torna a dirci che si può sempre osare se c’è uno scatto di soggettività.

Quando dico che fu un evento straordinario non penso solo al dato militare. Penso alla cosa gigantesca che fra il ’43 e il ’45 si riuscì a fare: dare all’Italia – che non l’aveva avuto mai – uno stato che tutti sentissero legittimo.

L’Italia, come si sa, uno Stato legittimato a livello di massa, davvero popolare, non l’aveva avuto mai: non col Risorgimento, che fu eroico ma elitario; non con i governi del Regno dopo l’Unità, che mai conquistarono il cuore degli operai e contadini su cui i loro prefetti spararono massicciamente e disinvoltamente per poi mandarli a morire a centinaia di migliaia in una guerra che non era la loro. Poi venne il fascismo.

Per questo la resistenza italiana è stata così speciale. Non c’era, dietro, uno stato da reinsediare, si trattava di reinventarsene uno nuovo: uno finalmente decente e democratico.

Ce l’abbiamo fatta non solo perché il fattore militare e quello strettamente politico – l’accordo fra i partiti antifascisti – non esaurirono la vicenda resistenziale. Ci fu, e fu decisiva, quella che un grande storico, comandante della Brigata Garibaldi in Lunigiana, Roberto Battaglia, chiamò “società partigiana”, un espressione con cui volle indicare l’autorganizzazione del territorio, l’assunzione – grazie ad uno scatto di soggettività popolare e di massa – di una responsabilità collettiva per rispondere alle esigenze non solo delle proprie famiglie ma della comunità tutta.

Fu il “noi” che prevalse sul’ “io”. L’antifascismo, inteso come sostanza penetrata nel senso comune, ha in Italia questa radice: l’esperienza, autonoma e diretta, di sentirsi tutti – “attraverso scelte che nascono dalle piccole cose quotidiane” come scrisse Calamandrei – fino in fondo protagonisti della costruzione di un nuovo stato, finalmente davvero patria.

Se abbiamo questa Costituzione è perché essa è il riflesso, l’incarnazione di questa presa di coscienza. Che non a caso avverte che ogni cittadino non ha solo diritti e garanzie individuali, ma soprattutto quel diritto politico fondamentale che incarna la democrazia: di contribuire a determinare le scelte del paese.

Proprio riflettendo su quanto da più di un decennio sta accadendo, a me sembra che la crisi della democrazia che stiamo vivendo non sia solo la conseguenza del venir meno di quel patto di vertice dei partiti che l’avevano sottoscritto, ma più in generale dell’impoverirsi del tessuto politico sociale che con la Resistenza ne aveva costituito il contesto.

Se la Costituzione non è più sentita come l’asse della nostra morale politica è perché la nostra società non è più “partigiana”, ma passiva, priva di soggettività, estranea alla politica di cui non si sente – e infatti non è – più protagonista, chiusa come è nelle angustie dell’ “io”, sempre più disabituata a declinare il “noi”.

Se lasciamo passare questa trasformazione senza reagire, la celebrazione del 25 aprile diventerà davvero solo retorica. Voglio dire che per celebrare bene occorre ritrovare quella voglia, quell’impegno, quella fantasia della fondazione della Repubblica.

Questa nostra festa si chiama “della liberazione”, e non della “libertà” come qualche anno fa aveva furbescamente suggerito Berlusconi, perché la nostra parola dà conto di un processo storico, ci sollecita a dire chi la libertà ce l’aveva tolta e contro chi abbiamo dovuto combattere per recuperarla.

La memoria che la celebrazione del 25 aprile rievoca ci ricorda che non ci siamo liberati dai tedeschi – come si trattasse di un conflitto fra Germania e Italia – ma dal fascismo, che fu anche italiano e non un fenomeno un po’ ridicolo fatto di parate e divise col fez, ma violenza antipopolare. E infatti cominciò con l’aggressione alle sedi sindacali, alle organizzazioni popolari comuniste socialiste cattoliche.

Le celebrazioni servono a aprire gli occhi, grazie alla memoria che sollecitano, sulla emarginazione dalla nostra Repubblica del suo contenuto antifascista, che ne è la sostanza. Serve a richiamarci alla urgenza di un impegno a ricostituire la società partigiana; e cioè a riassumere la responsabilità della nostra comunità, a rimettere il noi al posto dell’io.

Sapendo che il noi oggi si è dilatato. Non è più quello di chi vive all’ombra del nostro campanile e nemmeno entro i nostri confini. Il mondo è ormai entrato nel nostro quotidiano, lo straniero – e con lui la politica estera un tempo affidata agli specialisti – lo incontriamo al supermarket, nella scuola dei nostri figli, nelle immagini dei disperati che approdano alle nostre coste o affogano nei nostri mari. La loro libertà vale la nostra, la nostra senza la loro non ha più senso. Per questo è giusto festeggiare il 25 aprile con immigrati e palestinesi, così come con chi è ancora vittima dell’antisemitismo. Non è un debordare dal tema “Liberazione”, vuol solo dire sentirsi parte della condizione delle vittime e al tempo stesso responsabili della loro sofferenza.

Il comandante Rendina, che dell’Anpi di Roma è stato presidente, diceva che la memoria “serve a riattivare il circuito delle ragioni che ci spingono a continuare la battaglia per un mondo migliore”. Di riattivare questo circuito oggi c’è estremo bisogno, per ritrovare fiducia nella politica, e cioè nel fare collettivo di ogni cittadino, politica come esercizio di cittadinanza attiva, riconquista della soggettività che l’antipolitica ha annegato.

Contro questa minaccia alla democrazia non serve prendere le armi come nel ’43, serve però ricostruire relazioni, liberarsi dalle paure, guardare all’altro che ormai popola le nostre contrade per assumere insieme le responsabilità che ci toccano. Tornare a sentirci, e a diventare davvero, protagonisti.

  • roccosiffredi

    La “società partigiana” sarebbe stata una forma di organizzazione statale? Poche decine di migliaia (almeno fino a quando ci fu il massiccio cambio di camicie a guerra finita) di partigiani alla macchia costituirebbero addirittura il modello su cui si è fondata la Repubblica? Ma quando mai?
    La Repubblica “antifascista” è stata un ottimo slogan per favorire l’inciucio tra le maggiori forze politiche agitando uno spettro che era morto il 25 luglio e sepolto a Piazzale Loreto. Il problema era appunto. allora come adesso. capire quali fossero le nuove forme su cui si strutturava una forma di organizzazione statale tesa a favorire i pochi a vantaggio della grande massa della popolazione. E i ricordi del passato (tra l’altro distorti) aiutano poco. Il “noi” al posto dell'”io” non c’è mai stato per la semplice ragione che i “noi” erano i partiti destinati a diventare di massa. Il problema, allora come oggi, era quello della delega a delle strutture piramidali. E il M5S, tra dubbi e contraddizioni, è l’unica forza politica che abbia posto seriamente e cercato di risolvere il problema della partecipazione attiva dei cittadini alle scelte politiche, senza deleghe intermedie a salire fino al capetto di turno.

  • Menevado Subito

    Ottimo articolo, e non sono del tutto d’accordo con quanto dice roccosiffredi qua sotto. Certo la parte davvero attiva è sempre una minoranza, ma non per questo secondo me va svilito il significato di quello che è successo. Da quanto ho letto mi pare che davvero all’epoca ci fosse una grande e diffusa partecipazione militare, politica ed emotiva.

  • roccosiffredi

    Non mi sembra di aver svilito quanto è successo. Il problema è di quanti hanno esaltato e continuano ad esaltare una realtà ben diversa dai fatti ad uso e consumo di contingenti battaglie politiche. Riportare i fatti con precisione ed onestà significa non distorcere poi l’interpretazione degli stessi e comprendere meglio come si sia arrivati alla situazione attuale. Se solo una minoranza imbracciò il fucile, se la stragrande maggioranza della popolazione pensò solamente a sopravvivere, se ci fu anche una parte di italiani che fece la scelta opposta (e sbagliata: ma certamente degna di rispetto per quelli che la fecero rimettendoci la pelle, a differenza di chi si schierò colla parte vincente per opportunismo) mettendosi, per convinzione o anche per caso, con Salò, non si può accettare acriticamente la vulgata che ancora mi tocca risentire dopo settant’anni: eravamo tutti belli. Ma dei contrasti all’interno del movimento partigiano ne vogliamo parlare? Che questi contrasti ebbero talvolta esiti sanguinosi lo vogliamo dire? E’ giusto celebrare la giornata della Liberazione, ma ci si risparmi la beatificazione del passato: forse allora si potrà cominciare da certa parte di quella che si definiva una volta Sinistra a capire il perché la parte da loro rappresentata ha conosciuto solo sconfitte. Anche quando credeva di aver vinto.

  • Menevado Subito

    È un discorso complesso e non sono in grado di affrontarlo sul piano generale. Provo a rispondere ai tuoi punti specifici.

    – Minoranza attiva e maggioranza impegnata a sopravvivere: questo succede sempre, direi, e non svilisce per niente il significato né l’importanza del fenomeno. Certo mi pare di capire che fosse una minoranza molto più numerosa di quanti siano attivi ora (anche per ovvi motivi di situazione molto più difficile e “radicale”).

    – Eravamo tutti belli: non credo che la Castellina abbia detto questo. Forse si è lasciata trascinare un po’ dall’entusiasmo, ed in questo non posso biasimarla, anche se forse in effetti l’articolo ne perde un po’ in lucidità.

    – Conflitti interni: non credo che nessuno lo neghi. Anzi forse la violenza di quelle passioni conferma ulteriormente quanta voglia di fare e di cambiare, quanta convinzione, ci fosse tra i protagonisti di quell’epoca. Quanta sicurezza di essere dalla parte giusta e quanta voglia di rischiare tutto per farla vincere, quella parte. Se penso a me e a chi mi circonda oggi vedo solo apatia, ed il confronto è sicuramente fortissimo (anche se non so bene cosa mi insegni, esattamente).

    Saluti :)

  • roccosiffredi

    Quelle passioni erano il frutto di una situazione eccezionale che veniva oltretutto dopo vent’anni di ibernazione. E questo dovrebbe indurre a chiedersi se, alla luce di quelle circostanze, il movimento partigiano non avrebbe dovuto essere alquanto più ampio di quanto sia stato. Ma il problema è che la Castellina, per salvare la sua tesi (infondata) della Resistenza fatta stato, società e quant’altro deve mettere a parte l’aspetto unificante antifascista e, quindi, far credere che l’antifascismo avesse un senso a guerra finita. E far finta che non fossimo (e ancora siamo) un paese a sovranità limitata. Ecco perché la Liberazione sarebbe da festeggiare: ma quella da fare, ridefinendola, senza dovermi sorbire mattarella o renzi all’altare della patria. Ma i partigiani superstiti hanno preferito l’aspetto festaiolo, immaginario, inutile della celebrazione, assecondati dalla classe politica.

  • Menevado Subito

    Già, non posso darti torto, eppure allo stesso tempo apprezzo anche la “retorica” di pezzi come quello qua sopra. Davvero non saprei risolvere la questione.