Infrangendo una legge non scritta, ma che sembrava fosse diventata un marchio di produzione di Mission: Impossible, Christopher McQuarrie ritorna a dirigere le avventure di Ethan Hunt dopo il precedente capitolo Rogue Nation, a giudizio di appassionati e non considerato – sinora – il migliore episodio della serie. Così, dopo il capostipite firmato Brian De Palma, il secondo diretto da John Woo (del quale si favoleggia esista un leggendario director’s cut…), il terzo diretto da J.J. Abrams e il quarto infine da Brad Bird, McQuarrie riprende in mano la macchina da presa per dirigere Tom Cruise.

Sceneggiatore al servizio di Bryan Singer sin dal suo film, Public Access, McQuarrie si è diviso sostanzialmente fra Singer e Cruise diventando di fatto uomo di fiducia di quest’ultimo. Noto soprattutto per avere sceneggiato I soliti sospetti, McQuarrie sembra avere compreso al meglio il peculiare momento di transizione di Tom Cruise, esemplare di divo hollywoodiano post-moderno del quale il mal compreso Edge of Tomorrow – Senza domani è un po’ la summa teorica e merceologica. Cruise, colto in un meccanismo da eterno ritorno muore e rinasce continuamente, pura funzione di un corpo e immagine al servizio di un meccanismo (una narrazione).

In questo senso anche il primo episodio dell’altra franchise cruisiana, Jack Reacher, diretto sempre da McQuarrie, come a voler dare il passo e il ritmo della serie, elabora un ulteriore aspetto dell’attore; un versante più old school nel quale mettere in relazione la sua immagine con i grandi anti eroi degli anni ’70.
Collaboratore e confidente, McQuarrie ritorna dunque sulle tracce di Ethan Hunt con un film che, all’interno della poetica d’attore sviluppata da Cruise negli ultimi anni, si configura come un titolo chiave. Al di là della trama jamesbondesca, regista e attore riescono a dare corpo a un mondo trasformato in un puro set, una sorta di internazionalismo dell’immaginario postmoderno, dove le frontiere sono annullate in funzione delle barriere (soprattutto architettoniche) che servono a dare il senso dell’impresa fisica. Come un percorso parkour, Fallout (che muove comunque da una premessa «filosofica» non banale: una versione massimalista del «tanto peggio tanto meglio» che domina grande parte del discorso politico contemporaneo) funziona su un contrasto molto intrigante.

Se il mondo diventa di fatto un fondale filmato senza ausilio di nessun… fondale , il corpo invece si spinge verso punte di estremismo documentario che coinvolgono non solo il protagonista ma anche la troupe.
Cruise deve avere intuito che nell’era della derealizzazione delle merci, l’unico atto di credibile esistenza merceologica è riaffermare la presenza del corpo attraverso performance paradossalmente incredibili. Il corpo diventa quindi la realtà ultima dell’attore; il suo lavoro, ciò che è capace di realizzare davanti alla macchina da presa. Si torna alla «cosa vista».

Rispetto a un Jackie Chan degli anni d’oro, il versante circense da cinema del muto è assorbito in un gesto fisico che sfida la macchina ipertecnologica a leggere in maniera documentaria il corpo dell’attore. La frenetica dromofilia di Cruise diventa così il segno del potere d’acquisto del divo. Il suo passare da un punto all’altro del globo, cadendo dal cielo in un Halo mozzafiato o alla guida di un elicottero, diventa il segno della transustanziazione dell’attore in vera e propria valuta dell’immaginario. Il suo correre infaticabile la «spia» di una circuitazione di denaro del quale è esibito il lavoro come spettacolo terminale delle merci.

Lo straordinario inseguimento parigino, che andrebbe vissuto in Imax e 3D per comprendere a pieno la portata del progetto di Cruise, si offre da un lato come un inno a un modo all’antica di fare il cinema (un pezzo alla volta, dal vero, senza correzioni digitali) e dall’altro come la dimostrazione che solo un interprete del calibro e del valore economico di Cruise può permettersi di spostare all’indietro l’ideologia commerciale della produzione e contemporaneamente offrirla come segno di un futuro «mai visto». Nell’era del verosimile fotografico digitale assoluto (l’impossibile è sempre realistico), Cruise crea un paradossale «inverosimile documentario» (il reale è sempre impossibile, incredibile). In questo senso Mission: Impossible – Fallout è davvero un film teorico; una riflessione sorta all’interno dell’industria su ciò che resta dell’immagine, del corpo e del lavoro dell’attore hollywoodiano post-moderno.