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Visioni

Quando il ghetto si sveglia

Musica. «AmarElo» è il terzo disco da studio di Emicida, uno dei nomi di punta della scena hip hop brasiliana. Un disco che si fa metafora dell’abisso sociale in cui è costretta la popolazione non bianca

Emicida

Emicida

Tre bambini indios a guardare il Brasile che, di nuovo, minaccia la loro cultura e il loro modo di vivere. È la foto che Emicida, ha scelto per la copertina del suo terzo disco da studio, AmarElo. Leandro Roque de Oliveira, il figlio di dona Jacira, cresciuto a rime, povertà e sermoni di pastori evangelici nella zona nord di Sao Paulo, è senza dubbio uno dei nomi di punta della scena hip hop brasiliana. Nelle battaglie di freestyle guadagna il suo nome d’arte, Emicida, killer di MC, per la rapidità della rima che annienta gli avversari con cui guerreggia. Killer di Mc. «Per fare rap bisogna essere cattivi», dice alla figlia che ride a crepapelle in Cananeia Iguape e Ilha Comprida, una delle tracce di questo sorprendente lavoro.

IL SUO LABORATORIO Fantasma, che è etichetta discografica, studio di registrazione, casa di produzione e griffe di moda, produce nel 2009 il primo mixtape, Pra quem já mordeu um cachorro por comida, até que eu cheguei longe. Con la collaborazione del fratello, Evandro Fioti, che non ha mai smesso di lavorare con lui, lo vende per strada: due reais, 50 centesimi di euro. Un do-it-yourself che ricorda moltissimo, fra gli altri mille riferimenti, il clan dei clan, il Wu-Tang, e che funziona da incubatrice di talenti in ambito musicale ma non solo, e porta in passerella, col marchio LAB, solo nere e neri, fisici lontani dall’incorporeità anoressica dei modelli di professione, per la São Paulo Fashion Week.
DAL 2009 sono successe molte cose, e oggi il figlio di Jacira, vedova con quattro figli da crescere che di notte studiava dopo aver lavorato come domestica in tre differenti case, usa come ferramenta lo studio della madre riscrivendo la storia di quella Ismàlia del poeta Alphonsus de Guimaraens che da bambino sentiva recitare. Così Ismàlia impazzita per amore che si schianta nel tentativo di raggiungere il cielo inarrivabile è la metafora dell’abisso sociale in cui è costretta la popolazione non bianca del Brasile, «le ali che Dio le ha dato» crivellate dagli spari della polizia e dell’esercito – 80 fucilate sulla macchina del musicista nero Evaldo Rosa, a Rio de Janeiro, in un’operazione dell’esercito nell’aprile scorso, e i 111 della polizia nella carneficina di Costa Barros, zona Nord di Rio, in cui morirono cinque giovani, nel 2015: «80 spari ti ricordano che ci sono pelli candide e pelli-bersaglio».

ICARO avverte: attento ad avvicinarti troppo al sole, loro non sopportano vederti libero, figuriamoci re. L’iconica Fernanda Montenegro – chi non la ricorda almeno per la sua interpretazione magistrale in Central do Brasil? – presta la sua voce alla lettura del poema, mentre Larissa Luz duetta con Emicida. Le donne. Non avrebbe avuto la metà della forza che ha questo disco, senza di loro. Le donne dell’hip-hop, da Drik Barbosa a Mc Tha, a Larissa Luz.
E le altre, Dona Onete in testa, dallo Stato amazzonico del Parà, l’ottantenne regina del carimbò, in un’altra traccia dal forte posizionamento politico, Eminencia parda, eminenza grigia. «Muriquinho piquinino/ Purugunta onde vai», canta Dona Onete.
È un lamento degli schiavi del Minas Gerais che non possono seguire il «muriquinho», il fuggiasco che va a raggiungere i villaggi dove si rifugiavano i ribelli, i fuggitivi. Muriquinho sono io, dichiara Emicida, la notizia del suo arresto per oltraggio alle forze dell’ordine durante uno show a Belo Horizonte, nel 2012, si mischia al canto degli schiavi. Tanta storia, come sempre, nella musica di Emicida. Tanta letteratura. Il titolo dell’album è tratto da un haiku del poeta concreto Paulo Leminski: amare è un legame (in portoghese elo), tra azzurro e giallo. AmarElo. E tanto pensiero.

«TUTTO QUELLO che noi abbiamo è noi». In questo noi, le sessantenni Pastoras do Rosario, la corale che accudisce la memoria nera della comunità do Rosario dos Homens pretos, con gli strumenti del candomblé, Budda e un pastore evangelico progressista (sì, esistono!), servono a mettere in chiaro il concetto dalle prime battute. L’amore è lo strumento di trasformazione. Arrivare a una comunità intera, a quelli che non stanno partecipando alle lotte. «Io non sono il razzismo. Sono qualcuno che ha attraversato il razzismo», dice Emicida. «Ci siamo costruiti attraverso un monte di lotta collettiva e non possiamo abbandonare la visione collettiva delle nostre vittorie. È molto importante che le persone si rispettino in quanto individui e capiscano che le persone sono più di quanto li affligge». Allora, il rovesciamento del discorso è lasciare di lato l’attitudine pamphletaria della denuncia, quella che non arriva a quanti già hanno lottato tanto, e vedono temi e battaglie cannibalizzati da un sistema che ne fa oggetto di consumo. Sicuramente lo sforzo di rigettare l’atmosfera densamente scura in cui noi tutti, mutatis mutandis, ci dibattiamo, può sconcertare. La ricerca della leggerezza, di un linguaggio a tratti molto pop. E però, la musica di Emicida suona al plurale, mette in pista un soggetto collettivo, abbraccia il portoghese Papillon e la Tokyo Ska Paradise Orchestra, e lascia alle gemelle franco-cubane Ibeyi le parole che chiudono il disco: «se il ghetto si sveglia, che il resto si fotta».


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