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Non assegnato

Qualunque sarà l’esito siamo nell’anno quinto del trumpismo

Post democrazia. Frangente critico nell’evoluzione neoliberale: l'unico sbocco è il conflitto ad oltranza

Negli stati disuniti d’America, spaccati in due metà che si guardano in cagnesco, si profila il temuto worst scenario di cui avevamo ipoteticamente scritto su queste pagine e si spalanca ora la voragine di una crisi costituzionale che promette di fare impallidire quella che nel 2000 assegnò la Casa bianca a George Bush per 500 e rotti voti in Florida.

LO SCENARIO quello utile per far scattare il piano che Trump aveva abbondantemente telegrafato: dichiarare vittoria e chiedere il blocco del conteggio per congelare il proprio vantaggio parziale. Quel piano lo ha attivato con le frasi pronunciate a notte fonda, «Abbiamo vinto non permetteremo che ci rubino il risultato». Si profila dunque, prima dell’insediamento di un presidente il 20 gennaio prossimo, un interregno caotico e pericoloso.

La guerriglia giudiziaria annunciata promette di essere il culmine dell’extra legalità sdoganata in quattro anni di governo Trump. E sono altrettanto prevedibili i prossimi capitoli del copione: confutare ogni risultato sfavorevole, esacerbare l’incertezza, chiedere il blocco degli scrutini, aizzare la base puntando ad un eventuale sentenza favorevole di una corte suprema preventivamente blindata.

CI SARÀ TEMPO per seguire i dettagli di una cronaca che promette di essere drammatica ma questi non modificheranno una fondamentale verità. Al termine di quattro anni di caos e passione, di paura e di disgusto e di un quarto di milioni di morti a causa di una vergognosa gestione dell’emergenza pandemica, l’America non è riuscita respingere in modo convincente il nazional populismo che l’ha spinta sull’orlo di una post-democrazia. Fallito l’impeachment e crollati gli argini istituzionali alla corruzione senza precedenti della dinastia Trump, ora neanche le urne sono riuscite ad esprimere il ripudio «morale» al trumpismo.

E il fallimento si estende oltre la sola Casa bianca: nella partita politica che si apre, la vittoria morale di un’altra vana maggioranza popolare conta meno della mancata conquista del senato.

IN QUESTO CONTESTO, anche un ipotetica presidenza Biden strappata per il rotto della cuffia, apre la prospettiva di un muro contro muro paralizzante, con un partito trumpista che difficilmente limiterebbe la propria opposizione ai canali istituzionali ma. in un’altra tattica abbondantemente annunciata, farebbe certamente leva su una piazza adeguatamente preallarmata e preparata al conflitto.

Alla luce di questa situazione è giustificato considerare che queste elezioni preludano invece alla prossima fase del populismo americano, che cominci oggi «l’anno quinto» dell’era trumpista. A prescindere da quello che sarà alla fine il risultato ufficiale è altresì incontrovertibile che Trump sia riuscito ad attivare ed ampliare un base che molti credevano essersi esaurita.

Dati come la crescita dei consensi in settori come quello delle donne bianche indicano che in qualche modo Trump abbia vinto il suo referendum sul suprematismo – e si restringono sensibilmente i margini di speranza di un paese meno razzista e violento.

I MILIONI DI VOTI per Trump sono state preferenze date al celodurismo, al rancore che sfocia nel darwinismo sociale, al ripristino di antiche gerarchie sociali e razziali, alla diminuzione dei diritti civili di donne e minoranze conquistati in mezzo secolo di lotte.

Anche un pareggio costituisce una vittoria per la postura antimoderna fondamentalmente regressiva ed oscurantista rappresentata dai populismi, negli Stati uniti come altrove nel mondo. E se l’elezione Usa non potrà che rincuorare omologhi ed imitatori nel mondo, dati come l’elezione al congresso di persone come la militante di Qanon Marjorie Greene, dovrebbero essere avvertimento e presagio per chi considera la crescita di complottismi e negazionismi in altri paesi occidentali come semplici fenomeni di colore.

SE ANCHE TRUMP dovesse finire sfrattato dallo studio ovale, il trumpismo – ed i trumpisti – rimangono una forza reale di questo presente. Queste elezioni traghettano la «democrazia guida» dell’occidente verso un crepuscolo democratico in cui sono una realtà le polizie segrete, le milizie armate ed i gulag per bambini sparati dai genitori. In cui le pulsioni più violente retrograde dei cittadini vengono radicalizzate a beneficio di oligarchie che presiedono ad economie finanziarizzate e ignorano pericoli esistenziali come la crisi climatica.

Dove, ancor più significativamente, la politica consuma una mutazione “epistemica” verso le verità manipolate sullo sfondo di cambiamenti epocali: la modifica radicale del lavoro, il tramonto del welfare, la privatizzazione ad oltranza di servizi , istruzione, salute…la «disuguaglianza esplosiva» del capitalismo, come l’ha definita Alexandria Ocasio Cortez.

È un frangente critico nell’evoluzione neoliberale che non ha uno sbocco se non quello del conflitto ad oltranza e a cui le democrazie devono urgentemente trovare una risposta. Quella che è mancata ieri in America.