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Editoriale

Può essere l’inizio

La mobilitazione dei lavoratori genovesi – partecipata, determinata, piena di fermezza e di dignità – ha un significato straordinario e generale. Rappresenta una risorsa per l’intero Paese e una speranza per tutti noi, nel clima asfissiante di questa agonia politica che sembrava senza fine.
I “fatti di Genova” da sempre hanno assunto un carattere esemplare. Fin dal dicembre del 1900 quando lo sciopero generale dei lavoratori genovesi contro la chiusura della loro Camera del Lavoro – il primo sciopero di massa in Italia – determinò la caduta del governo Saracco e la fine del “decennio reazionario”. E poi nel luglio ’60, quando la rivolta di Genova e delle sue “magliette a strisce” preparò la caduta del governo Tambroni e la fine del tentativo “clerico-fascista” di governare da destra il processo di modernizzazione. Fino al 2001, quando a Genova si mostrò apertamente il volto feroce della globalizzazione dall’alto.
Oggi da Genova si leva alto un messaggio che dice che il “servizio pubblico” è un bene comune che non può essere ridotto a mera logica di mercato. Né degradato a semplice variabile dipendente dai vincoli di bilancio. Ma, al contrario, che è il bilancio a dover essere ripensato in funzione di esso perché, appunto, formato da “risorse pubbliche”. Un tema cruciale: il grande spartiacque tra logica di casta e responsabilità di mandato. Tra dispotismo dell’interesse “privato” e universalità dell’utilità pubblica. Tra «colpo di Stato delle banche e dei governi», come lo chiama Gallino, e resistenza ad esso.
Spiace che in questa vicenda la figura – fragile – del sindaco di Genova abbia subìto un capovolgimento copernicano, di ruolo e di posizione. Avrebbe dovuto essere alla testa delle manifestazioni, a difendere i propri lavoratori e i propri cittadini, per una volta uniti nello stesso campo. Si ritrova controparte di entrambi, sull’altro lato della barricata: vittima e insieme complice di quella logica finanziaria e predatrice che ne sta erodendo i residui frammenti di legittimazione e di credibilità, chiamato a negare nei fatti quelle stesse promesse che aveva affermato a parole in campagna elettorale.
Non è questione di “persona” (anche se dovremo prima o poi aprire una riflessione sulla mutazione antropologica dei tanti “sindaci della speranza” che avevano accompagnato la stagione del movimento “arancione”). O, meglio, non è solo questione di inadeguatezza personale. È questione di architettura istituzionale (l’ “uomo solo al comando” che caratterizza la collocazione del sindaco dopo la riforma personalizzante del ’93 o produce impotenti amministratori di condominio o genera mostri). E di inadeguatezza politica (la dissoluzione del Partito democratico dentro le compatibilità delle larghe intese e nel fuoco di fila dei contrasti personali, per esempio, ha un peso devastante in questa solitudine dei sindaci che ne accompagna il crepuscolo o nella eccessiva esuberanza di alcuni di essi, da Renzi a De Luca). È soprattutto questione di ruolo. E di luogo: di dove ci si colloca, quando si assume una responsabilità amministrativa. A quale referente si risponde. A quale popolo si fa riferimento. Se ci si chiude “dentro Bisanzio”, si finisce inevitabilmente per bizantinizzare. Se ci si abbarbica alle sue mura, è inevitabile prendersi in pieno petto le palle incatenate degli esclusi e dei sommersi che l’assediano, con piena ragione, dal di fuori…
Genova può essere un inizio. Il 23 dicembre del 1900, in una grande Assemblea al Teatro Carlo Felice, Pietro Chiesa – l’uomo che aveva guidato quella mobilitazione aurorale – aveva detto: «Lo sciopero di Genova resterà famoso e farà epoca negli annali dei lavoratori di tutto il mondo per la grandezza, la solennità e la serietà della dimostrazione». «Genova è la scintilla di un incendio che si espanderà in tutta Italia», hanno detto ieri nella Sala Chiamata. Ai due capi estremi del “secolo del lavoro”, le lingue si parlano. E lanciano segnali di vita.

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