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Politica

Provenzano: «Pensiamo già da ora al dopo, punteremo su valore e ricerca»

Il ministro per il Sud e la Coesione territoriale. «Il Patto di stabilità nei fatti è sospeso. Ma nell’Ue manca una risposta all’altezza della sfida comune. Servirà poi una strategia industriale per creare catene del valore europee, limitare la dipendenza esterna, che ha un costo sociale, come vediamo in questi giorni di affannosa ricerca delle attrezzature mediche. Il modello di globalizzazione era già in crisi, ora è del tutto in discussione»

Peppe Provenzano, ministro per il Sud e la coesione territoriale

Peppe Provenzano, ministro per il Sud e la coesione territoriale

Ministro Peppe Provenzano, le Regioni del Sud sono comprensibilmente preoccupate dell’onda del contagio. Dinanzi al virus le differenze di territori saranno scavate, o paradossalmente livellate?

Stiamo lavorando giorno e notte, insieme alle Regioni, per attrezzare il Sud ad affrontare l’eventuale diffusione. Ma me lo lasci dire: non è vero che le tragedie livellano, «ogni famiglia sventurata è sventurata a modo suo». Quest’emergenza mette in risalto le nostre fragilità sociali e territoriali. I lavoratori stanno pagando il prezzo più alto. Sia quando restano a casa, nell’incertezza del futuro. Sia quando lavorano, e sono allarmati per la loro sicurezza. Per questo è giusto riconoscere 100 euro in più. E riconoscere il sacrificio di medici e infermieri in trincea, spostare risorse sulla sanità pubblica dopo un ventennio di tagli. Con il decreto Cura Italia abbiamo voluto dire che nessuno sarà lasciato solo. Ma non può e non deve essere una parentesi.

Prima dell’emergenza lei aveva presentato il ’Piano per il Sud. In cosa cambierà?

Quegli impegni sono ancora più attuali e urgenti. Lo stiamo attuando, martedì in Cipe abbiamo approvato il reddito energetico che finanzia l’istallazione di pannelli solari alle famiglie meno abbienti. Ora cambia il contesto, dobbiamo osare di più. L’Italia per rialzarsi deve sanare le sue fratture, a partire da quella Nord-Sud. Ma c’è una questione di fondo. Molto deve cambiare del nostro modello di sviluppo. Dopo quest’emergenza, possiamo immaginare di affidare lo sviluppo a poche imprese esportatrici? Dobbiamo accendere i motori interni, riattivare la domanda interna, rilanciare investimenti e consumi di qualità. Cambiare le priorità, investire nella sanità, nella scuola. E nella ricerca, che oggi lo abbiamo capito, ci rende più liberi.

Il tema della crescita, il mantra del prima dell’inferno, è ormai fuori dall’ordine del giorno?

Non sappiamo quanto profondi saranno gli effetti depressivi di questa crisi, e non ha molto senso stare a guardare, ora, il segno del Pil. Quello che sappiamo è che dobbiamo salvaguardare alcune linee produttive strategiche, e preparare da subito il dopo. Fin qui abbiamo mostrato determinazione, senza guardare agli zero virgola del deficit. Sappiamo che dobbiamo mobilitare una quota enorme di investimenti pubblici e privati. Serve una strategia chiara. Puntare a produrre e diffondere valore e innovazione. Conte ha nominato sua consulente Mariana Mazzucato, potrà darci una mano. E serve equità, recuperando risorse laddove esistono, con una riforma fiscale progressiva che deprima la rendita improduttiva. Anche perché non possiamo finanziare all’infinito il nostro debito. Le turbolenze sui mercati sono evidenti. Non abbiamo le spalle abbastanza coperte, senza che qualcuno dica whatever it takes.

Appunto, Lagarde non l’ha detto. Ma il tema è anche: l’Europa procede in ordine sparso. Il rischio è che l’Unione di fatto salti?

L’Europa come vincolo già non esiste più. Trovo assurdo attardarsi sulle polemiche del 2011. Il Patto di stabilità è nei fatti già sospeso. Il tema vero è che manca una risposta all’altezza della sfida comune. Vi è la consapevolezza della dimensione dell’emergenza sanitaria, manca ancora quella delle conseguenze economiche. Chi pensa di scaricarne il peso sui paesi più esposti, come l’Italia, non è solo cinico, ma miope. Si vuole attivare un scudo sui nostri debiti sovrani, senza che questo significhi smantellare welfare e sospendere la democrazia? Se si condividono le regole, bisogna condividere anche i rischi. Io ho lavorato in questi giorni a consentire l’utilizzo dei fondi europei per l’emergenza. Ma non ce la caveremo con le poche risorse della coesione. Serve un grande piano coordinato di investimenti pubblici, che non può essere demandato ai singoli stati. Ecco perché gli eurobond. E poi una strategia industriale per creare catene del valore europee, limitare la dipendenza esterna, soggetta alle instabilità del disordine globale. E che ha un costo sociale, come vediamo in questi giorni di affannosa ricerca delle attrezzature mediche. Il modello di globalizzazione era già in crisi, ora è del tutto in discussione.

Si invoca la solidarietà nazionale. È lo slogan ipocrita di sempre?

Siamo chiamati a una grande prova di responsabilità, individuale e collettiva, e questo ci ha fatto riscoprire il valore di essere comunità. Non è retorico dire che dobbiamo sentire come nostro il pericolo che vive il prossimo, specie quello più fragile. Per rifuggire dall’ipocrisia, però, c’è un solo modo. Questo senso civico, questa riscoperta dei doveri accanto ai diritti, conserviamola dopo. In cose concrete: combattere l’evasione fiscale, allargare lo Stato sociale, modernizzare gli ospedali e le scuole, garantire servizi su tutto il territorio nazionale, senza disparità.

Oggi parlano i medici e il governo. Il virus ha asfaltato politica?

La politica non è finita. Anche l’illusione del potere alla scienza è durata poco. In questi giorni la politica, le istituzioni, ad ogni livello, si sono misurate con la responsabilità di decisioni su questioni che attengono alla vita, alla morte, alla malattia, alla vulnerabilità. Una scala di valori che di solito esula dalla sua grammatica politica, dal suo gioco. Ora è finito il teatro. I retroscena sono svaniti di fronte alla potenza drammatica della scena. Non so se sarà una parentesi. Ma molti attori politici dovranno prenderne atto quando torneremo alla normalità democratica, in questi giorni per necessità un po’ sospesa. E sul tempo che verrà, in cui dovremmo ricostruire, bisognerà fare delle scelte. E la scelta è l’essenza della politica.

Le pandemie saranno ormai l’incubo delle generazioni future, il nostro nuovo ’rischio nucleare’?

Qualcuno descriveva le nuove generazioni come senza traumi. Abbiamo invece fatto i conti con il terrorismo e con le guerre a pezzi e per procura, con la grande recessione e gli effetti del mutamento climatico. Abbiamo messo a fuoco le conseguenze estreme delle azioni umane. Non avevamo messo in conto ciò che è del tutto estraneo all’uomo. Questo virus ci mette di fronte a una verità: siamo esposti ai capricci della fortuna. Machiavelli in un passo del Principe la paragona a «fiume rovinoso» e «ognuno cede al suo furore». Agli uomini non resta che correre ai ripari, costruire «argini». Questa politica dell’argine è la sfida delle nuove generazioni. E l’argine principale non può che essere la conoscenza, il sapere. Quello che serve e che oggi ancora manca per costruire un nuovo equilibrio nel rapporto tra i propri simili e con la natura.