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Progresso e reazione al tempo del virus

Quali sono i meccanismi di ordine generale sta evidenziando l’epidemia del nuovo coronavirus? Nessuna azione di governo è esente da connotazioni politiche.

Il modo in cui il governo e altre agenzie sociali stanno affrontando questo momento sovrappone aspetti progressisti e aspetti conservatori. I primi emergono quasi implicitamente; i secondi si affermano più direttamente.

È andata in scena una tensione strutturale tra politica e altri centri di potere. Si è assistito al potere di ‘cattura’ della politica da parte dei media, che prima hanno sviluppato l’allarme, poi l’hanno ritirato, infine l’hanno rilanciato. Da qui comportamenti tipici da ‘trappola della paura’ da parte di molti presidenti di regione: si suppone (grazie soprattutto al lavoro dei media), che le persone siano terrorizzate; si assumono provvedimenti emergenziali e improvvisati; la paura aumenta.

La politica è stata poi ‘catturata’ dall’economia: era la fase di «Milano non si ferma» e dei decaloghi sul consumo permanente. Questa retorica ha vinto sulla politica finché questa non si è resa conto del disastro che poteva pesare sulle strutture sanitarie. Con gli ultimi decreti del governo si è infine affermata una logica decisionale autonoma da parte dello Stato. Gli interessi economici (datoriali, perché quelli sindacali non si sono ancora sentiti) si sono probabilmente convinti che gli ultimi provvedimenti siano un male necessario. Si assiste così al fenomeno di editorialisti liberisti che invocano il “modello cinese”, descrivendolo come puro meccanismo hobbesiano d’imposizione dall’alto di un ordine quasi-autoritario, senza considerare il suo correlato sociale e di pianificazione economica.

Un lato progressista quindi – l’affermazione di un’autonomia della politica anche contro interessi economici immediati – si sovrappone a un aspetto reazionario, il ritorno dello Stato nella figura di Stato (esclusivamente) “guardiano”. La figura dello Stato sociale compare più debolmente. I provvedimenti del governo infatti hanno finora risposto soprattutto ai bisogni di una società astratta, più che alle condizioni reali in cui tantissime persone vivono. Solo oggi vediamo timidi tentativi in questa direzione, ancora insufficienti e tardivi. I richiami a rimanere a casa e le garanzie sulle aperture dei supermercati poco rassicurano famiglie che si ritrovano senza lavoro dall’oggi al domani o che sono senza casa, costrette a vivere in condizioni inadeguate e di emergenza.

Numeri non marginali, soprattutto nei grandi centri urbani di Italia. Inoltre, senza indicazioni dal governo, le Pubbliche Amministrazioni non hanno finora attuato alcuna rimodulazione dei complessi dispositivi burocratici a cui normalmente le persone devono sottostare per accedere al sistema di welfare, rendendolo di fatto ancora più distante, inefficace e inaccessibile. In terzo luogo, la politica è stata ‘catturata’ dalla tecnica, nella forma del sapere medico-scientifico.

L’onnipresenza mediatica dei medici lo testimonia: l’esperto è tornato al centro della politica. Gli illustri editorialisti salutano il fenomeno come ritorno alla competenza dopo l’ubriacatura dell’“uno vale uno” (che non sarebbe esistita senza il loro sostegno diretto e indiretto). Anche qui, un aspetto progressista: le competenze si mettono a disposizione dell’interesse collettivo; e un aspetto reazionario: il ritorno a una visione aristocratica del sapere, in cui si chiede che la parzialità delle scelte politiche sia subordinata all’ortopedia de-politicizzante della presunta neutralità della tecnica. Da qui, anche la richiesta di un nuovo governo di unità nazionale.

E infine la comunità. La comunità del «tutti insieme vinceremo» – cittadini e Stato uniti contro il nemico, senza differenze, senza parti – in cui si rende visibile la voglia di legami e orizzonti comuni. Ma è una comunità paradossale: basata sull’isolamento e la separazione. Transitoria: cosa ne resterà dopo l’epidemia? Costruita in negativo: contro il contagio. Evocata dall’alto, incline ad additare “furbetti” devianti racchiusi in categorie come “i giovani” o “i meridionali”, e che sembra provare piacere a essere comandata. Una comunità quindi paradossalmente privatizzata: la difesa della salute assume più il carattere del dovere che quello del diritto; i meriti e le colpe per la diffusione o l’arresto del contagio vengono collocati interamente sulle spalle delle persone.

La politica moderna ha sempre rischiato di essere ‘catturata’ da questi elementi: l’economia, la comunicazione, la tecnica e la comunità. Ogni ricorrente retorica sulla ‘fine della politica’ è basata su questi elementi e sovrappone potenzialità progressiste e rischi reazionari. Non sarà di per sé un’emergenza sanitaria a far prevalere le prime. Come sempre, può farlo solo l’azione politica e sociale, già da ora. Si sente, in particolare, il bisogno di un intervento ancora più forte da parte dei sindacati, anche a livello nazionale.


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