closefacebookgpluslinkedinmailphotosearchsharetwitterwhatsapp
Editoriale

Precarietà e disoccupazione le ricette di Renzi e Poletti

Job Act. Anche gli economisti del Fmi dicono che tra la flessibilità e il lavoro non c’è un rapporto di causa-effetto

Giuliano Poletti

Quando pochi mesi fa, il segretario del Pd Renzi aveva chiesto al governo Letta una svolta, a partire dalle politiche per il lavoro con il Job Act, gli avevamo voluto credere. Sapevamo che non eravamo e non saremo stati d’accordo su tutto ma finalmente si mettevano in ordine le priorità e si iniziava a discutere delle soluzioni per le italiane e gli italiani che hanno come prima angoscia il lavoro. Il lavoro perso, ricercato, insicuro, instabile per sé o per i propri figli e spesso oramai per le proprie madri e i propri padri (gli esodati creati dalla riforma delle pensioni di Monti).

Invece in parlamento abbiamo assistito a discussioni surreali che propongono di estendere l’apprendistato ai cinquantenni quando basterebbe prendere atto dell’errore e rimettere mano alla riforma Fornero abbassando da subito almeno l’età pensionabile facendo ripartire il turn over. Ma il presidente del consiglio arrivato “serenamente” al governo rallenta e smentisce sul lavoro la tanto propagandata velocità proponendoci un decreto e un disegno di legge. In nessuno dei due provvedimenti troviamo la cancellazione delle tante forme di flessibilizzazione inserite nel mercato del lavoro negli ultimi 20 anni. Dati Ocse dicono che, in Europa, l’Italia è il paese a più alta flessibilità, di gran lunga superiore a quella di Germania e Francia.

Non si propone di sostituire queste forme precarie con l’annunciato contratto a tutele progressive, non si dice, come invece si ipotizzava nel Job Act, quali sono i settori strategici industriali per il paese e cosa si fa per difenderli e svilupparli mentre il lavoro che c’è e potrebbe restare se ne va: dalla grande Fiat alla piccola Agrati, attendendo le intenzioni/condizioni di Ethiad per Alitalia e vedendo spegnere l’altoforno di Piombino difeso dalla miglior classe operaia italiana e dal papa.

Queste sono le domande che avevano e hanno bisogno di risposte veloci, invece il governo ci fa votare d’urgenza la deregolamentazione dei contratti a termine e la svalutazione del contratto d’apprendistato. Cioè prosegue come tutti i governi che l’hanno preceduto nelle politiche della “austerità espansiva”, quelle politiche che hanno depresso l’economia senza risanare i conti.
In continuità con le indicazioni della Bce e della Commissione ci viene proposta nuova flessibilità nei contratti dicendoci che aiuterà a creare nuovi posti di lavoro e a ridurre la disoccupazione, quando le evidenze empiriche ci dicono il contrario. Molte ricerche hanno rilevato che una maggiore precarietà dei contratti può addirittura determinare più disoccupazione.

Anche Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è arrivato a riconoscere che non vi è una precisa correlazione tra flessibilità e riduzione della disoccupazione. E la ragione sta nel fatto che i contratti precari se da un lato possono spingere le imprese a creare posti di lavoro in una fase di crescita economica, dall’altro consentono alle aziende di distruggere facilmente quei posti di lavoro nelle fasi di crisi, come è accaduto in questi anni in Italia dove i primi licenziati “ignoti” di questa crisi sono stati i precari a vario titolo e contratto.
In Italia negli ultimi 5 anni abbiamo perso circa un milione di posti di lavoro con un incremento del 90 per cento delle insolvenze delle imprese. Sono perdite colossali, di proporzioni storiche, che andrebbero affrontate con una nuova politica economica pubblica, immaginando un New Deal italiano per un New Deal europeo.

Viceversa pensare di invertire la rotta con 80 euro in più al mese in busta paga, neanche a tutti e in particolare non ai più deboli, incapienti, pensionati al minimo, false partite Iva nella crisi è un illusione. Mi viene in mente cosa mi diceva un vecchio operaio metalmeccanico di Torino: «Quando ti regalano qualcosa devi chiederti cosa ti stanno per prendere». C’è bisogno urgente di investimenti, ricerca, formazione, specializzazione e tecnologia. La trappola della flessibilità crea occupazione solo transitoria; la consuma, e poi la espelle, seppellendo, insieme ai posti di lavoro, le stesse imprese sempre più incapaci di competere lungo la linea della produttività e dell’innovazione.

La flessibilità sostituendo il lavoro (poco qualificato) al capitale e alla tecnologia, erode la produttività, mantiene le imprese (in particolare quelle piccole e piccolissime) in uno stato di precaria sopravvivenza, con il rischio di veder disintegrare il sistema produttivo e occupazionale italiano in tempi brevissimi se non si fuoriesce da questo declino. E allora appare chiaro che il governo ha messo la fiducia sul decreto lavoro non tanto e non solo perché al senatore Sacconi non è parso vero di poter ottenere dal governo del segretario del Pd ciò che non aveva ottenuto come ministro dal governo Berlusconi, né per le modifiche che la sinistra del Pd ha apportato al testo (modifiche che riducono il danno ma non invertono il segno del Decreto verso una ulteriore precarizzazione dei contratti di lavoro con novità peggiorative della riforma Fornero, come l’eliminazione della causale sui contratti a tempo determinato e la possibilità di prorogare questi contratti con l’annacquamento dell’obbligo formativo e di stabilizzazione degli apprendisti).

Ma perché senza la fiducia si sarebbe rivelata tutta l’impotenza ad andare oltre, in questa alleanza di governo, oltre le politiche di austerità e di riduzione dei diritti dei lavoratori, oltre la pratica tardiva, che ha sedotto anche l’ex ministro Bondi, di un blairismo con 15 anni di ritardo, oltre la sinistra verso una terra di nessuno. Resuscitando un liberalismo che ha fallito, creando nuove povertà, distruggendo la classe media, isolando e dividendo il lavoro e installando un oligarchia che nella crisi anche in Italia continua ad arricchirsi. Un liberalismo criticato e superato anche nei paesi d’origine.

Il ministro Poletti in questi giorni ha detto che «preferisce una riforma che funzioni ad una riforma giusta che non funziona». Io penso che frasi di questo tipo certifichino i fallimenti non i risultati. Invece il nostro parametro di giudizio è cosa viene di buono ai precari, ai disoccupati, agli operai e al lavoro dipendente tutto. Noi non vediamo risultati per loro, vediamo ricattabilità, divisione e solitudine crescente e per questo abbiamo votato contro. Per costruire una sinistra dell’ alternativa alle politiche di austerità e di grandi alleanze in Italia e in Europa.

  • Cody Maverick

    Io dico che non c’è proprio la volontà politica di una ripresa. Sembrerebbe quasi che da almeno 20 anni si cerchi di destabilizzare economicamente l’italia per tenerla in condizioni tali da costringerla svendere il patrimonio, una tendenza che si è accentuata a partire dalla fine dell’ultimo governo “democratico” (aimè il governo Berlusconi). Una dialettica a favore dei lavoratori non fa riprendere il paese se le scelte di politica economica vanno verso una deriva vomitevolmente liberista, fortemente antisociale e tesa a deprimere o far colonizzare l’economia del paese. Tutto in nome di un sovranazionalismo che viene camuffato da internazionalismo (dalla sinistra colpevole) perché, anziché avere come base le nazioni sovrane, punta alla distruzione degli stati nazionali e del potere dei loro parlamenti e delle loro costituzioni a favore di un sistema capitalistico apolide. Questa è la direzione che stiamo prendendo.

  • WalterD

    Ma perche’ si continuano a mettere etichette “liberiste” o “liberali” a cose che non lo sono affatto “neppure nei paesi di origine”? Perché’ tanta miopia e disinformazione ? “Nei paesi di origine” in USA per esempio , il mercato del lavoro non ha mai e dico mai avuto protezioni particolari sui licenziamenti o sulle assunzioni , a tempo determinato o indeterminato. A “tempo determinato” in genere si configura come consulting ed e’ pagato molto di più’, mentre in Italia e’ questa l’anomalia più’ grave promossa dai governi Berlusconi. I contratti a tempo determinato costano meno. Questo e’ il punto chiave non la solita menata sulla flessibilità. Se per effetto di norme fiscali e di mercato (controllate ed indirizzate dai governi come viene fatto proprio in USA “la patria del liberismo” attraverso norme federali e statali) il costo orario dei lavoratori a tempo determinato e’ configurabile come consulting ed e’ in media il 50% più’ caro di un corrispondente contratto a tempo indeterminato. In Italia e’ l’opposto, allora mi dite quale scemo di imprenditore si prende un lavoratore a tempo indeterminato se gli costa meno uno “precario” pagato con un tozzo di pane ? E le internship ? In USA (patria del liberismo) sono sempre pagate e molto spesso anche piuttosto bene. In Italia la domanda e’ “ma mi pagate ? ” E molto spesso la risposta e’ “ovviamente no !”. Avessimo un mercato del lavoro come quello USA in cui se sei disoccupato hai 2 anni (dico 2 anni , proprio nella patria del liberismo) di disoccupazione. Poi in USA mancano tanti altri supporti sociali, ma ci sono molti piani federali e statali di aiuto ai disoccupati. E stiamo parlando non dell’Unione Sovietica, ma appunto della “patria del liberismo”. Piantiamola un po’ di mettere etichette e di continuare a buttarci fumo negli occhi e guardiamo in termini più’ pragmatici ed efficienti il problema del lavoro in Italia. Non mi importa nulla delle etichette , ma dei risultati ! Se propongono qualcosa che sistemi le anomalie italiane, e’ già un inizio e non cominciamo a dire che lo si paga con più flessibilità’, perche’ più’ flessibile di essere disoccupato non c’e’ nulla.

  • O. Raspanti

    Francamente penso che WalterD abbia una visione falsata del mercato del lavoro negli USA.
    La questione è ben più complessa di quello che pretende, non fosse che per il fatto che le norme variano da uno stato all’altro e che spesso è un vero percorso di guerra far riconoscere in uno stato il lavoro effettuato in altri stati dell’Unione.
    Per quanto riguarda il consulting, a quanto ne so riguarda solo certi profili mentre la manodopera e i lavori non specializzati non rientrano in tale categoria. Mi pare che in questo senso Walter faccia anche astrazione del gran numero di lavoratori “a nero” quando non addirittura clandestini.
    In molti stati dell’unione molti contratti di consulting si configurano come un rapporto di lavoro per “professioni liberali” e non dà diritto al sussidio di disoccupazione. Perciò i lavoratori, pur prendendo una remunerazione più importante, si sentono presi in trappola.

    Insomma e per terminare ancora una volta ci si lascia prendere da facili esotismi per i quali l’altrove è meglio che qui. Non dubito che Walter abbia delle conoscenze sul mondo del lavoro negli Stati Uniti, ma quando si fa questo genere di raffronto, che è un esercizio difficilissimo, bisognerebbe avere una conoscenza approfondita (basata su anni di lavoro di ricerca universitaria e su esperienze dirette negli stati che si prendono in esame) per evitare di cadere nel semplicismo.
    Insomma, e fuori da ogni illusione, le condizioni del lavoratore salariato di base sono infernali negli USA quanto in Italia.
    Walter mi perdonerà questa puntualizzazione.

  • WalterD

    Certo la questione e’ più’ complessa e ci sono tanti in USA che devono fare i conti con 3 lavori per vivere(per non parlare di chi e’ illegale), le legislazioni degli Stati a volte anche in contrasto con quelle federali sollevano casi complessi anche i sede giudiziaria. Tuttavia, vivendo da più’ di 15 anni negli USA ed assumendo persone nel mio gruppo (per fortuna non licenziando nessuno), conosco un po’ il mercato dall’interno. Fino al 2008 il problema più grosso qui era il turnover molto veloce, cioè’ come fare a tenersi le persone valide compatibilmente con le finanze dell’azienda. Dal 2008 le cose sono cambiate molto, ma si sta lentamente ritornando a situazioni simili, perlomeno da un paio di anni. Per esempio abbiamo perso diverse persone nella mia azienda perché’ hanno trovato di meglio e non potevamo permetterci quello che altri offrivano. Vivendo nei dintorni di NYC specialmente certe professionalizza’ sono molto difficili da ancorare per lungo tempo. Ecco, il punto chiave in Italia e’ creare queste condizioni. E’ vero che non c’e’ l’equazione flessibilità’=piu’ occupazione, ma non c’e’ neppure il contrario, anzi l’equazione in un verso o nell’altro e’ proprio sbagliata. Le grandi battaglie “ideologiche” sull’articolo 18 sono state una grossa perdita di tempo perché’ non e’ quello il problema, ma creare condizioni vantaggiose per gli investimenti, cambiando radicalmente la burocrazia e le tasse sulle imprese. Altrimenti non si capisce come in Germania o in USA con salari del 30% – 50% più’ alti di quelli Italiani abbiano un produttività’ maggiori e prodotti più’ competivi. Certamente le condizioni dei lavoratori USA non sono idilliache, ma ti ricordo che la soglia di povertà’ in USA e’ fissata intorno ai 25K dollari all’anno ed i “poveri” in genere hanno 2 auto, TV, telefoni etc. Tutti a debito (ma qui il discorso si complica). Non voglio fare apologia americana, perché il sistema e’ molto complicato e con tantissime sfaccettature ed enormi contraddizioni, ma per la classe media qui in USA le cose non sono così’ drammatiche come in Italia.