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Editoriale

Precarietà e disoccupazione le ricette di Renzi e Poletti

Job Act. Anche gli economisti del Fmi dicono che tra la flessibilità e il lavoro non c’è un rapporto di causa-effetto

Giuliano Poletti

Quando pochi mesi fa, il segretario del Pd Renzi aveva chiesto al governo Letta una svolta, a partire dalle politiche per il lavoro con il Job Act, gli avevamo voluto credere. Sapevamo che non eravamo e non saremo stati d’accordo su tutto ma finalmente si mettevano in ordine le priorità e si iniziava a discutere delle soluzioni per le italiane e gli italiani che hanno come prima angoscia il lavoro. Il lavoro perso, ricercato, insicuro, instabile per sé o per i propri figli e spesso oramai per le proprie madri e i propri padri (gli esodati creati dalla riforma delle pensioni di Monti).

Invece in parlamento abbiamo assistito a discussioni surreali che propongono di estendere l’apprendistato ai cinquantenni quando basterebbe prendere atto dell’errore e rimettere mano alla riforma Fornero abbassando da subito almeno l’età pensionabile facendo ripartire il turn over. Ma il presidente del consiglio arrivato “serenamente” al governo rallenta e smentisce sul lavoro la tanto propagandata velocità proponendoci un decreto e un disegno di legge. In nessuno dei due provvedimenti troviamo la cancellazione delle tante forme di flessibilizzazione inserite nel mercato del lavoro negli ultimi 20 anni. Dati Ocse dicono che, in Europa, l’Italia è il paese a più alta flessibilità, di gran lunga superiore a quella di Germania e Francia.

Non si propone di sostituire queste forme precarie con l’annunciato contratto a tutele progressive, non si dice, come invece si ipotizzava nel Job Act, quali sono i settori strategici industriali per il paese e cosa si fa per difenderli e svilupparli mentre il lavoro che c’è e potrebbe restare se ne va: dalla grande Fiat alla piccola Agrati, attendendo le intenzioni/condizioni di Ethiad per Alitalia e vedendo spegnere l’altoforno di Piombino difeso dalla miglior classe operaia italiana e dal papa.

Queste sono le domande che avevano e hanno bisogno di risposte veloci, invece il governo ci fa votare d’urgenza la deregolamentazione dei contratti a termine e la svalutazione del contratto d’apprendistato. Cioè prosegue come tutti i governi che l’hanno preceduto nelle politiche della “austerità espansiva”, quelle politiche che hanno depresso l’economia senza risanare i conti.
In continuità con le indicazioni della Bce e della Commissione ci viene proposta nuova flessibilità nei contratti dicendoci che aiuterà a creare nuovi posti di lavoro e a ridurre la disoccupazione, quando le evidenze empiriche ci dicono il contrario. Molte ricerche hanno rilevato che una maggiore precarietà dei contratti può addirittura determinare più disoccupazione.

Anche Olivier Blanchard, capo economista del Fondo Monetario Internazionale, è arrivato a riconoscere che non vi è una precisa correlazione tra flessibilità e riduzione della disoccupazione. E la ragione sta nel fatto che i contratti precari se da un lato possono spingere le imprese a creare posti di lavoro in una fase di crescita economica, dall’altro consentono alle aziende di distruggere facilmente quei posti di lavoro nelle fasi di crisi, come è accaduto in questi anni in Italia dove i primi licenziati “ignoti” di questa crisi sono stati i precari a vario titolo e contratto.
In Italia negli ultimi 5 anni abbiamo perso circa un milione di posti di lavoro con un incremento del 90 per cento delle insolvenze delle imprese. Sono perdite colossali, di proporzioni storiche, che andrebbero affrontate con una nuova politica economica pubblica, immaginando un New Deal italiano per un New Deal europeo.

Viceversa pensare di invertire la rotta con 80 euro in più al mese in busta paga, neanche a tutti e in particolare non ai più deboli, incapienti, pensionati al minimo, false partite Iva nella crisi è un illusione. Mi viene in mente cosa mi diceva un vecchio operaio metalmeccanico di Torino: «Quando ti regalano qualcosa devi chiederti cosa ti stanno per prendere». C’è bisogno urgente di investimenti, ricerca, formazione, specializzazione e tecnologia. La trappola della flessibilità crea occupazione solo transitoria; la consuma, e poi la espelle, seppellendo, insieme ai posti di lavoro, le stesse imprese sempre più incapaci di competere lungo la linea della produttività e dell’innovazione.

La flessibilità sostituendo il lavoro (poco qualificato) al capitale e alla tecnologia, erode la produttività, mantiene le imprese (in particolare quelle piccole e piccolissime) in uno stato di precaria sopravvivenza, con il rischio di veder disintegrare il sistema produttivo e occupazionale italiano in tempi brevissimi se non si fuoriesce da questo declino. E allora appare chiaro che il governo ha messo la fiducia sul decreto lavoro non tanto e non solo perché al senatore Sacconi non è parso vero di poter ottenere dal governo del segretario del Pd ciò che non aveva ottenuto come ministro dal governo Berlusconi, né per le modifiche che la sinistra del Pd ha apportato al testo (modifiche che riducono il danno ma non invertono il segno del Decreto verso una ulteriore precarizzazione dei contratti di lavoro con novità peggiorative della riforma Fornero, come l’eliminazione della causale sui contratti a tempo determinato e la possibilità di prorogare questi contratti con l’annacquamento dell’obbligo formativo e di stabilizzazione degli apprendisti).

Ma perché senza la fiducia si sarebbe rivelata tutta l’impotenza ad andare oltre, in questa alleanza di governo, oltre le politiche di austerità e di riduzione dei diritti dei lavoratori, oltre la pratica tardiva, che ha sedotto anche l’ex ministro Bondi, di un blairismo con 15 anni di ritardo, oltre la sinistra verso una terra di nessuno. Resuscitando un liberalismo che ha fallito, creando nuove povertà, distruggendo la classe media, isolando e dividendo il lavoro e installando un oligarchia che nella crisi anche in Italia continua ad arricchirsi. Un liberalismo criticato e superato anche nei paesi d’origine.

Il ministro Poletti in questi giorni ha detto che «preferisce una riforma che funzioni ad una riforma giusta che non funziona». Io penso che frasi di questo tipo certifichino i fallimenti non i risultati. Invece il nostro parametro di giudizio è cosa viene di buono ai precari, ai disoccupati, agli operai e al lavoro dipendente tutto. Noi non vediamo risultati per loro, vediamo ricattabilità, divisione e solitudine crescente e per questo abbiamo votato contro. Per costruire una sinistra dell’ alternativa alle politiche di austerità e di grandi alleanze in Italia e in Europa.