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Politica senza partiti?

Secondo Massimo Cacciari (intervenuto su La7, a «Otto e mezzo») le Sardine dovrebbero «strutturarsi», o almeno darsi da fare per condizionare e insieme aiutare il Pd a avere un nuovo ruolo positivo: anzi dovrebbero «contrattare» e proporsi di divenire «parte del gruppo dirigente» di quel partito. Di diverso avviso Nadia Urbinati, che in un commento sulla Repubblica di domenica scorsa, si augura che il movimento non diventi mai un partito.

Ma – a mio modesto avviso, un po’ contraddittoriamente – giudica molto positivamente le frequentazioni istituzionali dei giovani che ormai sono sui giornali e in tv tutti i giorni, per ora con alcuni ministri, mentre monta l’attesa per un incontro con lo stesso presidente del Consiglio, al quale già fu indirizzata una lettera con varie proposte. Per la studiosa e politologa le Sardine «hanno portato in superficie la crisi della rappresentanza» e svolgono un ruolo di «intermediazione che manca e di cui non si può fare a meno».

Lungi da me unirmi, nel mio piccolo, al coro di coloro che – beninteso del tutto legittimamente e anche con argomenti interessanti – cercano di indicare la strada a questi giovani. Che sicuramente hanno improvvisamente e inaspettatamente cambiato il segno del discorso pubblico e politico, con effetti soprattutto dalle parti di una sinistra da troppo tempo preda di afasie, nostalgie poco produttive, e un eccesso di adesione, di fatto, allo «stato delle cose presenti».

Ciò che un po’ mi sorprende, in questi interventi e commenti sul ruolo e il futuro dei pesciolini politici in piazza, è la resistenza a uscire da certi luoghi fissi del confronto sulla politica e le istituzioni. Non c’è dubbio, mi pare, che una democrazia rappresentativa, finché sopravvive, per uscire dalla attuale profonda crisi, debba porsi il problema di come riattivare il funzionamento di organismi – finora detti partiti – che dovrebbero assicurare in modo efficace e trasparente il meccanismo della rappresentanza degli interessi, delle culture, dei bisogni e dei desideri di quel fenomeno complesso e per certi versi misterioso che si chiama «popolo». Tra l’altro raramente si ricorda che la Costituzione prevederebbe anche una legge – finora inattuata – per regolare questo delicato e indispensabile aspetto della faccenda.

Ma per ottenere questo risultato non basta l’ingegneria istituzionale o la sociologia, per quanto politica. Tantomeno è sufficiente «strutturarsi» in una qualche forma organizzativa, più o meno gerarchica. Servono strumenti culturali e relazionali che possono anche nascere – come in realtà spesso è accaduto – al di fuori dei luoghi che si presumono deputati a queste funzioni.

Oggi si parla tanto, e non per caso, dell’importanza e dell’influenza del femminismo, o comunque del ruolo delle donne, ma poco si riflette sul fatto che ormai da circa un secolo questo movimento torna e ritorna, anche in forme nuove e impreviste, senza avvertire un bisogno particolarmente urgente di dotarsi di statuti e di «gruppi dirigenti», almeno secondo i criteri più comuni. Tantomeno di partiti. C’è piuttosto una ricerca, certo molto difficile, di nuovi modi di produzione e trasmissione di autorità, una parola e una realtà – anche questa indispensabile alla politica – che andrebbe ridefinita allontanandola il più possibile dalle dinamiche del potere strumentale.

Sono convinto da tempo che questo sia il compito più importante da affrontare da parte degli uomini e delle donne – quindi anche le Sardine (ecco che cado anch’io nella tentazione di dare un consiglio…) – che provano un desiderio forte di cambiare in meglio la propria vita senza che questo danneggi la vita e il desiderio altrui.


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