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Editoriale

Pizza e bombe in crociera

30mila chili di pasta e 3 elicotteri da combattimento; mozzarelle, panettoni, 18mila chili di pomodori e 5 caccia intercettori; uno stuolo di crocerossine, 12mila litri di vino e i cannoncini delle fregate Freem. Con questo carico (in piu’ ci sono anche missili, siluri e l’equipaggiamento dell’Eurofighter) salpano oggi da Civitavecchia la portaerei Cavour e la fregata Bergamini per una lunga crociera di 5 mesi.

In questo lungo viaggio le nostre navi militari toccheranno una ventina di paesi africani e della penisola arabica (alcuni democratici, altri tristemente noti per le violazioni dei diritti umani e altri ancora attraversati da violenze e conflitti) per una missione che la marina militare ha ha definito come “concreta rappresentazione” del “sistema paese in movimento”: in sostanza le navi militari saranno un mega spazio espositivo delle “eccellenze del made in Italy”, tra cui cannoni, aerei da guerra, missili e sistemi radar. È uno “spazio espositivo” molto esoso, visto che la portaerei Cavour e’ costata almeno 2miliardi di euro (in ogni caso meglio che sia usata per scopi commerciali che per fare la guerra) e questo viaggetto di cinque mesi costerà 20 milioni di euro (di cui 13 coperti da sponsor privati).

Il tutto per un’operazione di marketing che – a parte qualche infiorettatura umanitaria garantita dalle crocerossine e dal progetto dell’Operazione Smile – darà supporto alla nostra industria militare ed in particolare a Finmeccanica per vendere sistemi d’arma a paesi che dovrebbero stare sulla black list della comunità internazionale. È una balla colossale quella secondo cui la portaerei Cavour in questa crociera sarà utilizzata per il 70% (stima dell’Ammiraglio De Giorgi) per attività umanitarie.

In una interrogazione presentata lunedì scorso, alcuni deputati di Sel hanno chiesto se rientri nelle finalità delle forze armate italiane offrirsi (spendendo soldi pubblici) come base logistica del business di aziende private e se sia lecito farlo anche in dispregio della legge 185/90 che vieta la vendita di armi italiane a paesi che violano i diritti umani o che sono interessati da guerre. Sembra un vizio.

Pochi giorni fa il ministro Mauro è apparso come un piazzista in uno spot della Lockheed per reclamizzare i cacciabombardieri F35 e ora sempre il ministro della difesa autorizza la marina militare a fare lo stesso con altri sistemi d’arma. Marina militare che con il suo ammiraglio De Giorgi rivendica l’importanza di questa missione ed il diritto ad «esportare armi» perché questo è un «modo innovativo di svolgere politica estera». Lo stesso ammiraglio – in una intervista dai toni insolitamente aggressivi, perché forse punto sul vivo – afferma come la militarità (sic) sia la base della nostra sicurezza nazionale.

Che vendere armi sia un «modo innovativo per svolgere politica estera» e che la militari sia la base della nostra sicurezza la dice lunga sulla sensibilità culturale e istituzionale dei nostri vertici militari. E d’altronde con un ministro della difesa che dice «per amare la pace bisogna armare la pace» cosa ci si potrebbe aspettare? Eppure l’Italia si meriterebbe veramente qualcosa di meglio: di non buttare con la Legge di Stabilità più di 2 miliardi di euro per le navi da guerra Freem e di utilizzarli invece per il lavoro; di non spendere 23,6 miliardi nel 2014 per la difesa, ma di destinare il 20% delle spese militari alla scuola e al welfare; di non fare più nel 2014 gli F35 e magari comprare con gli stessi soldi una ventina di Canadair per spegnere gli incendi estivi.

È questa la “strada giusta” che il paese dovrebbe seguire, non quella della crociera della Cavour che farà felice solo alcune aziende belliche, un po’ di affaristi e tutti coloro che le armi le useranno per fare le prossime guerre.

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