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Più che «stato d’eccezione», strategie incerte del nostro tempo

Coronavirus e politica. Quando entrano in gioco questioni di vita o di morte anche il bistrattato progresso mostra ancora un senso. Semmai domina l’incertezza: di governo, regioni, sistema scientifico

Lasciando da parte le implicazioni politiche più immediate, e anche alcune miserie della cronaca quotidiana, la vicenda del coronavirus sollecita una riflessione storica e d’epoca. Interessanti alcuni paradigmi interpretativi: dall’idea di “biopolitica” alla logica dello “stato di emergenza”.

Due paradigmi interpretativi proposti dalla filosofia contemporanea espressi sulle pagine del manifesto dagli interventi di Giorgio Agamben e Donatella Di Cesare.

Ma sono utili queste categorie a comprendere quel che sta succedendo? Possiamo davvero leggere la gestione di questa “emergenza” alla luce di alcune categorie foucaultiane, ad esempio quella del “governo pastorale” (una governance che si prende cura della “salute” del corpo e dell’anima degli individui, li protegge, ne alimenta le paure ma nel contempo le sfrutta)? Perché si rischia di precipitare su un terreno meta-storico, che ci fa perdere di vista il senso degli eventi e ci lascia, anche politicamente, del tutto disarmati.

Sempre sul manifesto un autorevole “paleopatologo” concludeva dicendo che “per quanto possa sembrare dolorosa, la limitazione delle relazioni sociali in questa fase è molto importante”, e ricordava la lungimiranza della Repubblica di Venezia quando introdusse il principio della “quarantena” per gli equipaggi delle navi apportatrici di epidemie.

Ebbene, a me pare che la chiave più utile sia oggi quella di leggere questa vicenda come una “cartina di tornasole” che mette a nudo le fragilità del capitalismo globalizzato e che richiama come non mai prima il tema del governo (e di un governo democratico) delle ineludibili interdipendenze che segnano la nostra epoca.

Questo è il tema cruciale: la vulnerabilità di un sistema economico e di un sistema di relazioni sociali che si inceppano, o rischiano di incepparsi, a fronte dell’imprevista insorgenza di un fenomeno biologico e naturale, come quello di uno strano virus che sembra provenga dai pipistrelli. Ma, insieme, qualcosa che ci richiama un semplice dato, ossia che non c’è una “storia eterna”, un corso e ricorso della stessa logica di dominio: la scienza moderna oggi ci permette di capire e controllare questo fenomeno “eccezionale”; non più tardi di un secolo fa, la “spagnola” falcidiò milioni di uomini. Quando entrano in gioco “questioni di vita e di morte”, forse il tanto bistrattato concetto di “progresso” mostra ancora un senso da non disprezzare. Se allarghiamo lo sguardo, la cultura dell’illuminismo, l’idea che vi è stata realmente e può ancora procedere una qualche “civilizzazione” della vita umana sulla terra, forse non è poi così obsoleta.

D’altra parte non sembra che in questi giorni, nella povera Italia, sia in azione un qualche Potere, metafisico e inafferrabile, pervasivo e insinuante, che sta etero-dirigendo le strategie dei governi nazionali e regionali, o degli stessi organismi tecnico-scientifici che governano il sistema sanitario. Strategie che, semmai, sono apparse talvolta incerte o contraddittorie: ma allora come si governa l’“incertezza” nel nostro tempo?

Ci sarà modo per la ricostruzione delle diverse fasi che ha avuto il governo di questa vicenda, quali strategie comunicative e politiche sono state adottate dai diversi attori, il ruolo della comunità scientifica. Ma, appunto, una vicenda specifica, da cui forse potrà trarre maggiore vigore anche la difesa e il rilancio della sanità pubblica e della salute come bene comune.

Poi, certo, tutto il caso pone molti altri interrogativi. Ne accenno solo uno: come entrano il sapere scientifico e le competenze tecniche nel processo politico e nel discorso pubblico? E come interagiscono con la politica democratica? Se è inaccettabile una visione sacrale della scienza, lo è altrettanto ciò che potremmo battezzare “populismo epistemologico”, un atteggiamento che delegittima a priori, inonda di sfiducia e di sospetto, le “verità” (per definizione, sempre provvisorie) della ricerca scientifica. Ma anche gli scienziati, per la loro parte, devono riflettere sul proprio ruolo; e non è certo oggi riproponibile “il governo dei sapienti” di platonica ascendenza.

Uno degli esperti che hanno imperversato nei talk-show televisivi, tempo fa ha scritto un libro in cui si proponeva di dimostrare “perché la scienza non è democratica”, e perché ognuno deve parlare “solo di quel che sa”. Non solo tutto ciò non è possibile o realistico (perché nessuno può impedire che, nella sfera pubblica, si parli di tutto), ma è anche sbagliato in linea di principio; potremmo consigliare di leggere un classico del pensiero democratico, John Dewey, che – al contrario – proponeva il metodo scientifico come modello di una comunità democratica: la ricerca, il dubbio, il procedere “per prove ed errori”, il confronto pubblico, la definizione di “verità” parziali, sempre aperte alla verifica e alla falsificazione.

Un procedimento fatto di public inquiry e di social learning. Solo se la scienza entra correttamente nel dibattito pubblico, e mette in luce le premesse e le conseguenze politiche del proprio lavoro, si potranno sconfiggere le “false notizie”. E forse anche la democrazia potrà guadagnarci qualcosa.