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Cultura

Pinocchio, metafora alchemica del fare arte

Icone. Jim Dine e il celebre burattino, una passione sbocciata nell'infanzia. Al Palaexpo, in mostra, fino al 2 giugno (quando riaprirà)

La storia di Collodi è per me una storia su come si crea l’arte. Un pezzo di legno diventa parlante e si trasforma in un ragazzo in carne e ossa. È una idea alchemica». Così spiegava Jim Dine in una intervista per Rai Cultura. Lui che ha riempito le sale dei musei e le pubbliche piazze con i suoi titanici e stralunati Pinocchi racconta che imparò da bambino a veder nascere le cose animate dagli utensili accumulati nel negozio di ferramenta del nonno.
Poi arrivò Disney con il suo film d’animazione – al cinema ce lo portò la madre a sei anni, l’amatissima madre che perse a soli 12 anni – e la fascinazione per quel ragazzino discolo e incurante delle regole degli adulti lo intrappolò.

IN REALTÀ, a Dine faceva anche paura Pinocchio: in quel suo venire alla vita per mezzo di cose inanimate c’era un’ombra, qualcosa di inafferrabile, difficile da catalogare fra gli eventi attesi, una magia quasi nera. Poi, il burattino divenne un’icona – insieme ai cuori – della sua arte, spesso un’apparizione non rassicurante o per il gigantismo o per le ambientazioni o per la tristezza manifestata.

NELLA BELLISSIMA MOSTRA al Palazzo delle Esposizioni (che si spera possa riaprire presto dopo l’emergenza coronavirus: curata da Daniela Lancioni, se non ci saranno proroghe, dovrebbe chiudere il 2 giugno) una intera sala è dedicata alle varie versioni del burattino di Collodi, anche se adesso – a più di ottant’anni – Dine dice di sentirsi più Geppetto (anche come metafora del fare artistico). Arrivato relativamente tardi nella sua produzione, Pinocchio è un corpo per immergere una «madeleine proustiana» nell’infanzia, al pari degli oggetti dei suoi dipinti – accessori da bagno, pale, tubetti di colori. E una scultura come The Philosopher diventa lo specchio dell’artista che riflette sulle proprie origini.


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