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Lavoro

“Picchiata dal padrone, ora lavoro per i più deboli”

La storia di Agnese. La ragazza ivoriana, molestata e presa a botte da un piccolo imprenditore in Calabria: "Non mi ha pagato per oltre un anno, io l'ho denunciato. Oggi collaboro con la Flai Cgil e il suo sindacato di strada"

Agnese, che ha raccontato la sua storia drammatica al congresso Flai Cgil di Cervia. Per motivi di sicurezza il suo cognome non è pubblicabile

Agnese, che ha raccontato la sua storia drammatica al congresso Flai Cgil di Cervia. Per motivi di sicurezza il suo cognome non è pubblicabile

Agnese è una ragazza piccola, ma ha una forza enorme. Le viene da una vita difficile, perché ha sperimentato il peggio dell’Italia. L’anno scorso, al culmine delle avversità, il padrone presso cui lavorava l’ha picchiata, spalleggiato da sua moglie e da un’altra donna, e l’ha lasciata in mezzo a una strada. Lei è ivoriana, è venuta a vivere in Italia nel 2003, e oggi, a 33 anni, è delegata della Flai Cgil: lavora come mediatrice culturale del sindacato di strada.

“Non sono venuta nel vostro Paese da irregolare – ci spiega dopo che ha raccontato la sua storia dal palco del congresso Flai di Cervia – Sono entrata con il decreto flussi, una signora con cui collaboravo già in Costa D’Avorio ha garantito per il mio ingresso. La vita in Italia non è mai stata facile, ero lontana dalla mia famiglia e dovevo guadagnarmi da vivere, ma i primi anni li ho passati in relativa tranquillità”.

La trafila di Agnese è stata simile a quella di tanti giovani del nostro Paese: per diversi anni, grazie all’intermediazione di un’agenzia interinale, è passata da un contrattino a un altro. Sempre di pochi mesi, per le più svariate occupazioni: operaia, commessa, addetta alle vendite. Poi, tre anni fa, ha risposto a un annuncio su Internet: “Cercavano una ragazza non grassa che fosse disponibile a trasferirsi in Calabria, a Rossano, per lavorare in un agriturismo”.

Non grassa? “Quando chiamai al telefono mi spiegarono che si sarebbero dovute percorrere delle scale, più volte al giorno, piuttosto strette: e che quindi serviva una persona agile”. Agnese chiede di essere messa alla prova per due settimane, e concorda che solo alla fine si sarebbe parlato di salario.

In effetti poi resta all’agriturismo per un mese: “All’inizio sembravano così gentili, e ci mettemmo d’accordo per vitto, alloggio e un salario di 400 euro”. Per un anno il pagamento degli stipendi – in nero, anche se era stato annunciato un contratto – è regolare, ma poi i padroni di Agnese cominciano a sottrarsi ai propri doveri: “Per un intero anno e mezzo non ho più visto un salario intero: ogni tanto mi davano 20 euro per una ricarica, o per fare un po’ di spesa: che ne so, saponi, bagnoschiuma. E ogni volta commentavano: ‘Ma scusa, di che soldi hai bisogno? Tanto mangi e dormi da noi’”.

Se non era schiavismo, poco ci mancava: certo Agnese era libera di andarsene quando voleva, e i padroni, durante le loro liti sempre più frequenti, in effetti la invitavano a lasciare il suo posto. Ma il credito nei loro confronti si accumulava, prima la ragazza avrebbe voluto essere pagata. Inoltre, da qualche tempo si erano aggiunti degli episodi molto spiacevoli: “Il titolare dell’agriturismo ci provava pesantemente con me, ma io ho sempre respinto le sue avances. Lui di questa cosa, che una donna che lavorava per lui potesse respingerlo, non si capacitava: altre ragazze, sempre straniere, impiegate presso un caseificio di sua proprietà, alla fine avevano accettato tutte questo ricatto”.

“Io non voglio giudicare nessuno – riprende Agnese, riferendosi alle sue colleghe di lavoro – Ciascuno di noi compie le scelte che ritiene opportune per sé: vivere in Italia è veramente difficile, è dura per chi non ha nessuno e magari è pure irregolare. Io per fortuna ho la mia fede, sono cristiana, e so bene cosa devo e non devo fare”.

Nel frattempo anche Agnese diventa irregolare, visto che non solo il salario, ma anche il contratto non si vede, neppure con il lumicino, e così in base alla Bossi-Fini non sarebbe autorizzata a rimanere in Italia: in questo modo, ovviamente, è ancora più ricattabile. “Una mattina di giugno, la ricordo ancora, era il 4 – racconta, con le lacrime agli occhi – vennero il padrone, la moglie e una lavorante polacca. Io ho chiesto per l’ennesima volta i miei soldi, minacciando questa volta di chiamare i carabinieri: lui ha cominciato a picchiarmi, e anche le due donne gli hanno dato man forte”.

Alla fine Agnese era tutta lividi e sanguinava, aveva perso un dente. Il trio la porta in stazione e la abbandona lì, il padrone le getta addosso duecento euro, e le dice: “Ora vattene via, a Rossano la legge sono io”. Partito il gruppo, la ragazza chiama i carabinieri, che la portano al pronto soccorso. E partono le denunce.

L’indagine degli inquirenti è ancora in corso, e probabilmente presto si aprirà un processo. Agnese nel frattempo è stata accolta dalla Flai Cgil, che le ha trovato un alloggio e la fa lavorare nel sindacato: “L’altro giorno – dice – abbiamo assistito un ragazzo di 26 anni, africano come me. In Italia a volte c’è molto razzismo nei nostri confronti. Qualche tempo fa una bambina per strada mi ha gridato di tornarmene al mio paese, e sua madre si è messa a ridere. Io le ho detto: se educhi tua figlia così, oggi ridi, ma domani lei offenderà te. In Costa D’Avorio abbiamo un detto: se dai a tuo figlio una pistola, oggi sparerà al tuo nemico, ma un giorno ucciderà te”.