Elon Musk ha speso 44 miliardi di dollari per acquistare Twitter, la piattaforma social più in crisi di tutte. Perché?
Da qui è partita, lo scorso 1° dicembre, la diretta video in cui i giornalisti Giovanna Branca (il manifesto), Luca Celada(il manifesto, inviato a Los Angeles), Carola Frediani (Guerre di Rete) e Simone Pieranni (Chora Media) si sono confrontati per oltre un’ora a partire dalla domande poste dai lettori membri del “Collettivo digitale”.

Una diretta, la seconda “assemblea” del nuovo prodotto del manifesto (qui tutte le informazioni per iscriversi e partecipare), che si è svolta n un momento di grande cambiamento per le piattaforme, come dimostrano le migliaia di licenziamenti che stanno colpendo i dipendenti di quasi tutte le big company della Silicon Valley.

Di seguito, le domande e gli spunti dei lettori e le risposte degli ospiti (il dibattito è ancora aperto: partecipa)

A partire dallo spunto di Domenico (Siamo sicuri che Musk ci abbia capito? Appena acquista Twitter licenzia tanti manager da causare quasi un collasso dell’azienda, con il suo stile autoritario provoca l’uscita volontaria di molti altri, gli utenti fuggono verso Mastodon. Il fatto è che gestire un social non è come produrre auto, no?), cosa sta accadendo a Twitter con l’arrivo di Elon Musk?

Carola Frediani: Se parliamo in continuazione di Twitter è merito di Elon Musk, un uomo – non dimentichiamolo – anche di marketing e comunicazione che sta usando questo piano per tenere alta l’attenzione sul suo “nuovo acquisto”. Penso che sia in parte una strategia voluta, tipico di un personaggio che ama trollare, contraddirsi. Conosciamo le esagerazioni di Musk. Quello che sta facendo è dare l’impressione di una sorta di rivoluzione in corso a Twitter, una sorta di demolizione, per ricostruire qualcosa di molto diverso. Da qui l’idea e la percezione che Twitter possa crollare da un momento all’altro. È vero che ci sono stati tantissimi licenziamenti, pari a metà del personale più le persone che se ne sono andate volutamente.

Questo comporterà qualcosa? Sicuramente ci sono preoccupazioni sulla tenuta della piattaforma ma è improbabile che ci saranno grossi problemi. Tutta una serie di funzioni fondamentali di Twitter è però in forte restrizione. Se vediamo i licenziamenti, vediamo che alcune delle aree che hanno subito più tagli sono quelle la sicurezza, la policy, la comunicazione, le applicazioni “etiche” dell’IA, il team dell’accessibilità, quello dei diritti umani. Se ne sono poi andati i leader della parte privacy. Questo può avere ripercussioni sia dal punto di vista della sicurezza. Già prima dell’acquisizione di Musk c’era stata una denuncia di un ex importante dipendente di Twitter a capo della sicurezza che aveva denunciato una serie di mancanze rispetto ai dati degli utenti. I problemi, quindi, c’erano già. Ora c’è un grosso interrogativo su cosa accadrà soprattutto in termini di privacy e sicurezza e sulla moderazione dei contenuti e la lotta alla disinformazione. Io mi aspetto un deficit su questo piano, dopodiché Twitter continuerà a esistere. Sicuramente però sta prendendo una direzione diversa, un’altra forma rispetto a quella che conosciamo.

A partire dagli spunti di Stefano (I profitti delle piattaforme si basano sui dati, come sappiamo. Sulla profilazione. Attività che non conosce crisi. Per questo chiedo ai protagonisti di questa discussione se davvero pensano che si possa definire “crisi” quella delle piattaforme), Luca (Siamo di fronte a una crisi ciclica?) e Molino (Mi chiedevo quanto la dimensione del tempo sia rilevante per le piattaforme): il modello di business della Silicon Valley è in crisi?

Luca Celada: Ci sono due binari di analisi paralleli. Da un lato esiste un chiaro momento di crisi economico-finanziaria che investe Silicon Valley: tutto ciò che è virtuale, dall’e-commerce allo streaming fino ai social ha ricevuto un forte impulso dalla pandemia, che ha creato una bolla; ora, con un ritorno al reale, all’economia fisica, questa bolla è esplosa. Da qui i licenziamenti di massa che Zuckerberg e Bezos hanno definito una “correzione fisiologica”. Dall’altro lato, la “situazione Musk” che rivela un’instabilità di quelle piattaforme divenute parte integrante delle nostre vite anche per fattori che definirei caratteriali.

Nel caso di Musk siamo davanti a una personalità narcisistica e instabile ma il fatto che possa influenzare così istantaneamente una sfera tanto pervasiva e universale conferma il modello oligopolistico di questa industria. Mi riferisco alla privatizzazione a oltranza di questa rivoluzione industriale, quella informatica. Le poste quando sono nate, un secolo e mezzo fa, sono state immediatamente ritenute servizio pubblico di importanza collettiva, così come l’etere per fare un altro esempio. La sfera digitale, che ha più influenza per la stabilità democratica come abbiamo visto negli ultimi anni con la Brexit o con l’assalto a Capitol Hill, è stata invece appaltata al settore privato senza porsi ulteriori domande. Da qui il paradosso di un Musk che può appropriarsi di una piattaforma e poi gestirla come un giocattolo, un oggetto completamente privato.

A partire da una riflessione di Alberto che parla di “un progetto di una internazionale suprematista bianca“, un progetto “arrogante e razzista che prevede l’utilizzo del metaverso e di tutto l’armamentario informatico della realtà virtuale per immaginare il futuro dominio dello spazio da parte della specie eletta“, qual è oggi la reale natura della Silicon Valley?

Luca Celada: Elon Musk è stato partecipe della fondazione di PayPal. Il suo socio è stato Peter Thiel, un altro magnate di Silicon Valley che è di dichiarate affinità suprematiste e sponsor a suon di miliardi di candidati trumpisti come J. D. Vance in Ohio che ha appena conquistato un seggio importante in Senato e Blake Masters, che invece non ce l’ha fatta in Arizona. Questi sono personaggi di estrema destra. Esiste una fazione in Silicon Valley, non più sommersa, di indole libertarian, iper-meritocratica, con affinità anche eugenetiche. È chiaro che c’è una vena forte che va in quella direzione.

Molti utenti che lasciano Twitter stanno migrando su Mastodon, piattaforma senza algoritmi. Molti lettori parlano di piattaforma libera e federata” e altri – come Simona e Luigi – si auspicano “un’alfabetizzazione tecnologica di massa e la produzione di studi e documenti collettivi per un uso meno passivo e più politicizzato delle piattaforme“.

Carola Frediani: I Facebook Papers hanno mostrato le difficoltà per queste piattaforme di contrastare tutta una serie di usi e abusi dannosi, come se venissero prese di sorpresa: è il caso di quanto accaduto con Capitol Hill. Da questi documenti emerge che sono gli stessi meccanismi con cui sono costruite queste piattaforme ad andare contro i tentativi di contrastare digitalmente la violenza. Come se si scontrassero contro sé stesse, in quanto si basano su un modello di business basato sulla pubblicità grazie a meccanismi virali e algoritmi che di fatto sono delle scatole nere. Risultato: attori malevoli riescono a usare questi sistemi a loro piacimento. Pensiamo alle emoticon di Facebook: all’inizio c’era solo il like, poi sono apparsi altri tasti ma nessuno che mostrasse una forte negatività. Risultato: spesso viene usata la faccina che ride in modo aggressivo.

In questa situazione quanto accaduto a Twitter ha prodotto uno smottamento di utenti verso altre piattaforme, in particolare Mastodon, che somiglia a Twitter come interfaccia ma nello stesso tempo ne è l’opposto perché, innanzitutto, non è guidata da algoritmi. Inoltre, non siamo al cospetto di un’azienda che fa soldi ma che è gestita da volontari. Si tratta di un fenomeno interessante che ha prodotto un acceso dibattitto sulla “piattaforma che vogliamo”.

Trovo interessante questa apertura prodotta a causa di quanto accaduto su Twitter che potrebbe portare a una ridefinizione di come vogliamo usare le piattaforme. La ritengo una ricaduta positiva, mentre Twitter è incanalata in una direzione opposta, caratterizzata dall’oscurità sul suo funzionamento, con un dominio degli algoritmi sempre più forte.