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Alias Domenica

Peggy tra i feticci, a parte l’avanguardia

A Venezia, Collezione Guggenheim, "Migrating Objects. Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella collezione Peggy Guggenheim". Le 35 opere di arte primitiva della collezione vengono presentate prestando nuova attenzione ai loro valori specifici: sia etnografici che stilistici

Peggy Guggenheim e un copricapo Ago Egungun, XX secolo, foto Archivio Cameraphoto Epoche, The Solomon R. Guggenheim Foundation

Peggy Guggenheim e un copricapo Ago Egungun, XX secolo, foto Archivio Cameraphoto Epoche, The Solomon R. Guggenheim Foundation

Oggetti che migrano: un concetto molto americano, riguardo alle opere d’arte acquistate in Europa durante l’Ottocento e il Novecento dagli americani. Concetto che potrebbe essere declinato in «saccheggio» (certo, applicabile anche ad altri luoghi, come ad esempio la Repubblica di Venezia nel suo glorioso passato rispetto ai manufatti orientali). Gli oggetti, le opere d’arte, come le persone, emigrano nei paesi ricchi: ma impoveriscono della loro storia i paesi poveri. Vengono però trattati, gli oggetti, molto bene, nei paesi ricchi.
Ecco dunque, aperta fino al 14 giugno, Migrating Objects Arte dall’Africa, dall’Oceania e dalle Americhe nella collezione Peggy Guggenheim (a cura di Christa Clarke, R. Tripp Evans, Ellen McBreen, Fanny Wonu Veys, con Vivien Green). Karole Vail, attuale direttrice del museo, altamente qualificata per la sua formazione e precedenti incarichi museali, ma anche nipote di nonna Peggy, ha sottolineato come in questa mostra si cerchi di riparare ai torti subiti dai paesi africani, sudamericani e oceanici, nel saccheggio di opere d’arte effettuato dagli europei e dagli americani nel Novecento. Si mettono sì in dialogo queste opere di arte primitiva con i Max Ernst, gli Henry Moore, i Picasso della Collezione, ma si cerca, al contempo, grazie a una équipe di ricercatori nelle diverse discipline – etnografi, antropologi, storici dell’arte –, di restituire il senso originario dell’oggetto, dell’opera d’arte, nel contesto della sua appartenenza geografica, sociale, culturale, religiosa e rituale.
È un lavoro di ricerca quasi impossibile: come trovare l’autore di una bellissima maschera di corteccia dell’Amazzonia settentrionale, il cui destino era di essere bruciata per liberare l’anima del defunto alla sua morte? Una delle pochissime conservate fino a oggi, che ispirò la Trasparenza degli elementi di Tancredi (1957). O come identificare il creatore di un cavallo di legno e fibre vegetali della Costa d’Avorio o altre opere dell’arte Senufo acquistate negli anni cinquanta del Novecento, e messe in rapporto con La femme egorgée di Giacometti? Solo in qualche caso l’équipe multidisciplinare è riuscita a riconoscere l’autore, come nel caso di un artista Yoruba (Nigeria) – Oniyide Adugbologa (1875-1949 c.) – e della sua «bottega, dove venne creato un Copricapo elaboratissimo, che in mostra viene presentato in dialogo con L’habitué (1920) di Louis Marcoussis. Il tentativo di ridare il significato originale a questi manufatti che tanto contarono per le avanguardie europee è però un segno importantissimo dei nostri tempi, una reazione consapevole al saccheggio e al colonialismo.
L’allestimento accorto della mostra permette la lettura tradizionale, vale a dire il rapporto formale di queste opere africane o sudamericane o della Nuova Guinea con dipinti e sculture delle avanguardie europee, ma anche una lettura delle opere di questi paesi, emigrate per tante migliaia di chilometri e a distanza di tanti secoli, nel loro originario e ritrovato contesto.
È questa una mostra molto coraggiosa, che non riuscirà a liberarci dall’abitudine di vedere l’arte primitiva dal nostro punto di vista eurocentrico: continueremo a pensare che Les Demoiselles d’Avignon di Picasso non sarebbero esistite se il pittore non avesse visitato il Museo etnografico al Trocadero. Malgrado le sue dichiarazioni negative: «Andare al Trocadero fu disgustoso. Le mosche, il mercato, l’odore. Ero tutto solo. Volevo andarmene, ma non lo feci. Rimasi, rimasi. Capii che si trattava di qualcosa di importante. Mi stava accadendo qualcosa. Le maschere non assomigliavano a nessun’altra scultura, per nulla». Ma se anche continueremo a pensare a queste maschere, figure, costruzioni artistiche come la base delle nostre avanguardie di primo Novecento, saremo consapevoli di altri valori portati da questi oggetti di culture lontani per geografia, cultura, religione.
Peggy Guggenheim collezionò oggetti di arte primitiva soprattutto dalla fine degli cinquanta del Novecento, quando c’era un mercato ricchissimo di offerte; ritornando a New York dall’Europa, vide la famosissima collezione di Albert Barnes (1872-’51) in Pennsylvania. Barnes aveva inventato un unguento per gli occhi, l’Argyrol, e con i proventi del brevetto acquistò una collezione straordinaria di Renoir, Matisse, Cézanne, Picasso, ma anche di arte primitiva. Peggy ne fu influenzata. Ma la Guggenheim era già stata sensibilizzata all’arte primitiva dal marito Max Ernst, a cui è dedicata l’ultima, bellissima sala della mostra: accanto alla Foresta di Ernst (1927-’28) si allineano, in linee verticali simili a quelle del dipinto, alcune sculture funebri di Papua (Nuova Guinea).
Negli anni cinquanta e sessanta del Novecento, Peggy acquistò sculture di arte primitiva a New York, da Julius Carlebach, a Milano, dal gallerista Franco Monti, e a Venezia, da Paolo Barozzi: in molte foto d’epoca è ritratta assieme ai suoi quadri e alle sculture africane o sudamericane, accuratamente disposti, da lei stessa, in dialogo fra loro. Come scrisse nella sua autobiografia, con entusiasmo, si trovò ad avere, dopo il primo acquisto, «dodici fantastici artefatti: maschere e sculture della Nuova Guinea, del Congo Belga, del Sudan Francese, del Perù, del Brasile, del Messico e della Nuova Irlanda».
Peggy non fu l’unica donna a collezionare arte primitiva. Helena Rubinstein fu anche lei collezionista; molto prima di lei e di Peggy, alla fine dell’Ottocento e agli inizi del Novecento, Jane Stanford (1828-1905), la fondatrice della Stanford University in California e dell’omonimo museo, aveva acquistato per le collezioni di quest’ultima istituzione opere dei nativi americani: il terremoto di San Francisco del 1906 distrusse tutto.
Nei prossimi mesi la Collezione Guggenheim offrità visite guidate, in particolare dagli stagisti del museo, provenienti da ogni parte del mondo: spiegheranno in moltissime lingue la mostra, anche dal punto di vista della loro provenienza geografica e culturale, nigeriana, sudamericana etc. Non mancheranno visite «multiculturali» per emigrati che vogliano migliorare il loro italiano (L2), progetto realizzato in collaborazione con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, mentre la collaborazione con l’UNHCR (Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati), che patrocina la mostra, e Refugees Welcome Italia Onlus, permetterà una serie di incontri di grande interesse. Un ricco catalogo pubblicato in coedizione con Marsilio accompagna la mostra di queste 35 opere d’arte non occidentali, raramente visibili nel loro insieme al pubblico.


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