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Pandemia Trump nell’America senza salute pubblica

Stati Uniti. Più attento al Dow Jones che all'evoluzione del virus, il presidente statunitense schiera privati, industrie farmaceutiche e case di distribuzione in prima linea: tamponi nei percheggi dei Wal Mart Rischio bancarotta per le famiglie

L’annuncio dello stato di emergenza davanti alla Casa bianca è stato bizzarro e indicativo. Dalla sfilata di direttori d’azienda messi davanti alle telecamere è stato chiaro che nella versione di Trump l’emergenza sarebbe gestita dalla camera di commercio.

I manager di case farmaceutiche e catene di distribuzione erano stati convocati per assicurare che le loro società avrebbero garantito i servizi necessari in una «grande partnership pubblico-privata». L’eufemismo è fin troppo familiare nel paese che affronta la pandemia senza una rete di salute pubblica.

La sensazione netta invece continua ad essere quella di sbando e improvvisazione. In assenza di direttive precise – non è stato diramato ancora alcun ordine ufficiale di quarantena– i cittadini sono costretti a valutazioni individuali e divergenti. Emblematico del vuoto di autorità è stato  il caos scoppiato nei maggiori aeroporti nazionali dove l’ondata di rimpatri dall’Europa ha provocato ressa e attese di ore in sale stipate per passare i controlli sanitari.

All’ennesima figuraccia è corrisposto un tweet presidenziale: «Ci scusiamo per i disagi ma stiamo facendo il possibile per ridurre interruzioni e ritardi». Tono da servizio clienti quindi, con simile tasso di attendibilità. D’altronde ogni comunicazione alla nazione del presidentissimo somiglia ad un comunicato aziendale che ha il principale scopo di tutelare l’immagine della stessa.

E il presidente continua ad essere palesemente più interessato all’andamento del Dow Jones che al decorso della patologia.

Domenica la Fed ha stanziato 700 miliardi di dollari per acquistare titoli e calmare i mercati e ridotto il tasso di interesse allo 0-0,25%. Gli interventi a favore di banche e finanza sono stati immediati ed automatici. Molto meno quelli a sostegno dei lavoratori che in assenza di ammortizzatori sociali rischiano la catastrofe.

Secondo la stessa Federal Reserve il 40% degli americani non potrebbe sostenere una spesa straordinaria di 400 dollari. E il 66,5% delle bancarotte – un totale di 530 mila famiglie all’anno – vengono dichiarate a causa di spese mediche. Dal pacchetto sui giorni di malattia varato dal congresso esulano intanto grandi aziende come Amazon e McDonald’s – e solo il 20% sarebbero protetti. La massa di precari, freelance e part time più i lavoratori della gig economy trarranno poco vantaggio dal taglio dei tassi di interesse, all’ora di pagare il prossimo affitto.

Dietro a tutto questo c’è il pregiudizio implicito di un sistema tarato a favore di profitti privati. Trump rappresenta l’accelerazione dell’attacco alle ultime vestigia e del welfare state, una rottamazione che da tre anni sta cercando di completare smantellando in particolare la riforma Obama proprio sulle assicurazioni mediche. Anche se non fosse imbelle ed incompetente, non potrebbe esserci un presidente peggiore per l’attuale contingenza.  L’annuncio del vice, Mike Pence, sui “tamponi” fatti nei posteggi dei supermercati Wal Mart sono emblematici: l’americano medio è già abituato da qualche anno a farsi vaccinare nei drug store che hanno rilevato l’appalto privato per il servizio.

Foto Lapresse

Con questa “infrastruttura” la superpotenza della sanità  “flessibile” e del governo minimo si trova ad affrontare la pandemia. Il virus è destinato a smascherare non solo l’inettitudine di un presidente stolto e plutocrate, ma anche le debolezze strutturali del “darwinismo sociale”.

D’altronde la riposta liberista alla pandemia, prima ancora che da Boris Johnson, era stata lucidamente articolata da Rick Santelli, analista della emittente economica CNBC: «inoculare tutta la popolazione col patogeno. Si accelererebbe solo un decorso inevitabile, ma i mercati si stabilizzerebbero».

La via eugenetica al servizio di Wall Street è conseguenza logica di una società dove il mercato sostituisce lo Stato, nel paese dove le corporation sono state dichiarate persone sociali, i cui finanziamenti alle lobby sono tutelati come “libera espressione”. Se la salute pubblica è una affare, la pandemia forse ancora di più e diventa forse inevitabile, il tentativo di assicurarsi l’esclusiva sul possibile vaccino, come ha fatto Trump,  mediante l’acquisizione ostile di una azienda farmaceutica tedesca.

Il virus potrebbe avere l’effetto di chiarire in maniera inequivocabile e tangibile le implicazioni della svendita della democrazia al maggiore offerente e le conseguenze pratiche di una diseguaglianza ormai insostenibile.

La pandemia promette di smascherare la sfrontatezza dell’arraffo messo in atto dalla dinastia che insediatasi alla Casa bianca ha sventrato ciò che rimaneva della cosa pubblica (compreso – l’anno scorso –  l’osservatorio preventivo per le pandemie).

In un’emergenza globale che mette a dura prova tutti, gli Stati Uniti di Trump figurano come i peggio attrezzati a farvi fronte. È difficile pensare che la prova catastrofica che stanno dando non influirà dopo sulla egemonia globale degli Usa. La  lezione più importante che potrebbero imparare gli Americani dalla sciagura economica ventura, sarà forse quella, come ha detto domenica Bernie Sanders, di «creare un paese in cui teniamo a noi stessi invece di seguire l’avidità delle élites corrotte». Dopotutto anche il New Deal è seguito alla grande depressione.