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Alias Domenica

Palmira mi apparve come a Volnay

Le mie rovine. Il filosofo orientalista visitò l’oasi nel 1789: le rovine gli ispirarono una meditazione sulla decadenza degli imperi e delle nazioni

Louis-François Cassas, Palmira, torre funeraria di Giamblico, part., dal Voyage pittoresque de la Syrie, de la Phénicie, de la Palestine et de la Basse-Ægypte, Parigi, 1799

Louis-François Cassas, Palmira, torre funeraria di Giamblico, part., dal Voyage pittoresque de la Syrie, de la Phénicie, de la Palestine et de la Basse-Ægypte, Parigi, 1799

Nessuno avrebbe dovuto toccare Palmira, la «Sposa del Deserto». Era la scintillante immagine di una moltitudine in movimento, scandita dall’interminabile succedersi di voci e di linguaggi, di animali e mercanti, divinità e merci. Una grandiosa scenografia del passato che, pur esibendo competenze in materia di architettura greco-romana – la Via Colonnata, il Teatro, le Terme – non aveva mai abiurato la millenaria tradizione dell’Oriente. Di Palmira faceva parte, da sempre, l’estasi dell’arrivo. Nell’antichità, le carovane provenienti dall’Oriente vi trovavano ristoro dall’arsura di un deserto brullo e ostile. Ci furono, poi, i viaggiatori occidentali che, a partire dalla riscoperta di Tadmor...

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