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Alias Domenica

Pacheco, versioni del gotico in spazi già scomparsi

Scrittori messicani. Inediti e altri testi narrativi tra i più riusciti, insieme alla nouvelle «Le battaglie nel deserto», in una nuova traduzione di Raul Schenardi: «Ricordo e non ricordo», da Sur

Manuel Álvarez Bravo, «Retablo di Atlatlahucan, Messico, 1950-58»

Manuel Álvarez Bravo, «Retablo di Atlatlahucan, Messico, 1950-58»

È probabile che José Emilio Pacheco debba il suo ruolo defilato alla vocazione di poligrafo che lo ha reso poeta, traduttore, saggista, narratore soprattutto di racconti – con risultati sempre memorabili – non legando la sua figura a un’opera in particolare. Ora, Ricordo e non ricordo Racconti scelti (Sur, pp.232 € 16,50) riunisce alcuni dei testi narrativi più riusciti, alcuni inediti in italiano, insieme alla riproposta della nouvelle Le battaglie nel deserto, in una nuova e notevole traduzione di Raul Schenardi, confermandolo come uno dei migliori autori messicani del Novecento.

Pur essendo stato riconosciuto in Messico come un vero protagonista della storia intellettuale, Pacheco non ha ottenuto lo stesso consenso all’estero, destino che condivide con altri scrittori appartenenti a quella che la critica ha chiamato la Generación de Medio Siglo, attiva tra gli anni Cinquanta e il 1968, quando i tragici eventi di Tlatelolco spezzarono un progetto generazionale e una tensione creativa tra i più fecondi del secolo, e non solo in America Latina.

I temi ricorrenti
Gli scrittori di quella generazione provenivano dai quattro angoli della repubblica e si ritrovarono a lavorare nella capitale nel decennio in cui alcuni giganti della letteratura messicana scrivevano i loro libri principali: nel giro di pochi anni uscirono Pedro Páramo di Juan Rulfo, La regione più trasparente, Aura, La morte di Artemio Cruz di Carlos Fuentes, Il labirinto della solitudine e Piedra de sol di Octavio Paz e l’edizione definitiva di Confabulario di Juan José Arreola. Sebbene influenzato da quelle figure, il gruppo allo stesso tempo cercò uno spazio proprio e un nuovo stile di impegno intellettuale: José Emilio Pacheco fu uno di loro.

Si ritrovarono tutti intorno a una stessa idea della letteratura, che Octavio Paz aveva espresso nelle pagine di L’arco e la lira, evocando una serie di concetti legati alla poesia – il sacro, il lato notturno dell’essere, il cambiamento, l’alterità, l’estraneità, la vertigine, la rivelazione, il rito, la riconciliazione – di cui si appropriarono per estenderli alla narrativa, non prima di averli però sottoposti a un’acuta analisi critica. La stessa acribia venne estesa a tutti i campi della produzione artistica, fra istituzioni culturali, riviste letterarie, case editrici, tra le quali vale la pena ricordare almeno La Casa del Lago, un centro culturale situato nel Parco di Chapultepec che venne considerato tra gli spazi più all’avanguardia di tutta l’America Latina di quegli anni. Fu in questo ambiente che Pacheco si formò, e fu sulle pagine di quelle riviste che cominciò a pubblicare i racconti inaugurali del volume di Sur.

Nelle sue prime prove, che già dimostrano notevoli qualità di scrittura e una singolare capacità narrativa, le sue pagine dialogano in particolare con la tradizione novecentesca del fantastico che in Messico assunse sembianze molto peculiari, dove si intrecciano un riuso del gotico con la presenza ossessiva della morte («Il vento distante»), ambientazioni spesso quotidiane con ricostruzioni storiche inopinate (i fulminanti microracconti di «Casi della vita irreale»), eventi banali che producono effetti inattesi («Gita al lago») o animali già di per sé carichi di risonanze mitologiche che si prendono vendicative rivincite sui loro padroni umani («Trilogia del gatto»).

«Ricordo e non ricordo»
In alcuni di questi stessi racconti Pacheco avvia poi riferimenti a motivi e personaggi di altre letterature ed epoche, con una particolare predilezione per il mondo greco, in cui mostra di aver ben colto la lezione di Borges e di Arreola, ma anche di saperla contaminare, trascinando i suoi eroi classici in serrati confronti con il presente, come accade con Perseo e Andromeda («Il sangue della Medusa»), o in complesse trame che sfidano il tempo, come nel racconto che mette in relazione Alessandro Magno, Erostrato e Gavril Princip («La notte dell’immortale»).

Imprevedibili intrecci della memoria segnano anche Le battaglie del deserto, il romanzo che va ad aggiungersi nel 1981 a una lunga lista di opere brevi e memorabili della letteratura ispanoamericana. Segnata dal ritorno periodico della frase «ricordo e non ricordo» la narrazione recupera non solo la breve stagione di passaggio del protagonista dall’infanzia all’adolescenza – con l’amore infantile per la madre di un compagno di classe – ma quella di tutto un paese, lanciato in un’avventura modernizzatrice le cui conseguenze ancora si fanno sentire. La società messicana, e in particolare la capitale e il quartiere in cui è ambientato, la stessa Colonia Roma del film di Alfonso Cuarón, sono in effetti i veri protagonisti della storia, uno spazio che non è solo sfondo, ma cuore affettivo e vitale di quel mondo scomparso.


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