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Editoriale

Otto anni di soprusi, ora si apre il confronto

Si chiude un’era, dominata dall’ossessione proibizionista e punitiva, dall’ideologia moralistica esemplificata dallo slogan «la droga è droga» iniziata dieci anni fa con la presentazione del disegno di legge Fini per una svolta di 180 gradi della politica sulle droghe. La Corte Costituzionale con una sentenza storica ha ristabilito i principi dello stato di diritto e ha respinto la logica prepotente e arrogante della dittatura della maggioranza. L’abuso di potere compiuto da Carlo Giovanardi con l’inserimento di una riforma globale di una materia complessa in un decreto assolutamente estraneo, è stato sanato dopo otto anni di effetti criminogeni e “carcerogeni” che hanno prodotto il sovraffollamento delle nostre prigioni e la persecuzione di decine di migliaia di giovani consumatori o piccoli spacciatori.

Questa sentenza non piove dal cielo ma è dovuta alla tenacia e all’ azione del cartello di associazioni che da anni hanno contestato gli effetti della legge Fini-Giovanardi con la pubblicazione di quattro Libri Bianchi, che hanno svelato il peso della repressione: in particolare, lo studio compiuto dalla Società della Ragione per opera di Luigi Saraceni sulla possibilità di agire in giudizio sulla incostituzionalità della legge stessa per le modalità di approvazione. La sapienza giuridica di Saraceni e il rigore costituzionale di Andrea Pugiotto, estensore dell’appello “Certamente incostituzionale”, firmato oltre cento giuristi, hanno fatto il resto. La buona politica fuori dai palazzi ha dunque supplito alla assenza della politica ufficiale, che si era arresa alla vittoria della war on drugs.

Oggi si riapre il campo del confronto. L’Italia in questi anni nelle sedi internazionali ha svolto un ruolo di retroguardia a difesa oltranzista delle posizioni che negano addirittura la politica di riduzione del danno. La sentenza tecnicamente fa rivivere la legge Iervolino-Vassalli con i miglioramenti introdotti dal referendum del 1993; ma obbliga a ripensare tutta la politica sulle droghe, imponendo il cambiamento.

Che cosa accadrà ora. Se sarà colto, dalle forze di polizia e dai magistrati, il senso profondo della decisione, diminuirà il peso degli arresti e degli ingressi in carcere in misura notevole. Quanti usciranno dal carcere invece? Non è un calcolo facile, perché l’unificazione in una unica tabella di tutte le droghe fa sì che l’Amministrazione penitenziaria non sappia quanti sono i detenuti per detenzione di cannabis. Le nostre analisi ci dicono che oltre 25.000 sono presenti in carcere per violazione dell’art.73, pari al 38% di tutta la popolazione detenuta: di questi, il 40% (circa diecimila) sono ristretti per detenzione di cannabis. Occorre però aspettare il deposito e le motivazioni della sentenza per capire con certezza le conseguenze. Certo, se la politica volesse battere un colpo immediato, potrebbe inserire alcune norme urgenti nel decreto Cancellieri in discussione per la conversione al Senato.

C’è un altro impegno che chiama in causa il Governo, ed è l’obbligo di decidere un cambio di direzione del Dipartimento delle politiche antidroga, che in questi lunghi anni si è caratterizzato proprio per l’adesione al pensiero di Giovanardi. Nell’immediato vi è una scadenza che ha il sapore della felice coincidenza: la convocazione a Genova, per il 28 febbraio e il primo marzo, di un meeting del Cartello di associazioni impegnate per la riforma. Nel nome di don Andrea Gallo, riprenderemo il filo interrotto proprio a Genova nel 2000, nell’ultima conferenza governativa sulle droghe.