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Editoriale

Oltre Sel, una leadership collettiva

Sinistra. Una convenzione aperta a tutti, con movimenti, forze militanti delle tante solidarietà disperse ma anche delusi del Pd

È il momento di costruire una sinistra nuova, di andare oltre Sel e le altre forze che abbiamo conosciuto in questi anni. Facendo tesoro della esperienza della lista Tsipras, con tutti i suoi limiti e con il suo risultato collettivo, ma disegnando un campo più aperto – inclusivo e accogliente – capace di essere punto di coagulo anche per chi nel Pd si è convinto di essere definitivamente irriducibile a Renzi e alle sue politiche populiste che scivolano a destra.

Tutto questo evitando il rischio del “basismo” inconcludente e in alcuni casi settario che ha attraversato il dopo elezioni europee.

Ed evitando un politicismo manovriero basato sulla disponibilità di qualche nuovo leader taumaturgico o sulle micro fratture del Pd (per ora solo auspicate) con conseguente fuoriuscita di qualche suo esponente.

Sel – con la generosità di chi non pensa di essere un partito, ma di giocare una partita – può incarnare questo ruolo, non solo mettendosi al servizio, ma condividendo un processo fatto di soggettività sociali e domande di rappresentanza politica che porti a un campo nuovo della sinistra senza aggettivi capace di attrarre movimenti, forze militanti delle tante solidarietà disperse ma anche chi nel Pd non ce la fa più a sottostare al ricatto del «dopo di me il diluvio» di Renzi: la manifestazione di Sel per il lavoro può essere un passaggio fondamentale in questa direzione.

Un nuovo campo della sinistra deve fondarsi soprattutto sul radicamento nei processi e nei conflitti sociali: per dirla con Pino Ferraris «la sinistra o è sociale o non è». Conflitti e processi che sono quelli che da tempo si sono aperti e sedimentati sul terreno del lavoro, della crisi economica e sociale, della povertà e del disagio diffuso nel paese. La crisi è drammatica e i dati della crescente disoccupazione, della chiusura delle fabbriche, della deflazione, dell’aumento della povertà son ben noti. La manifestazione della Cgil e della Fiom del 25 ottobre è un passaggio fondamentale.

La nota di variazione del Def conferma tutte le falsità e le illusioni degli annunci del governo Renzi di questi mesi: tutte le previsioni ottimistiche si sono dimostrate fallaci e velleitarie e tutti i dati drammatici della condizione economica e sociale del paese sono stati invece confermati. Il Def è il certificato di fallimento dell’azione di governo.
Renzi sta portando – sulla scia di Berlusconi di 10 anni fa – gli attacchi conclusivi all’art. 18 e ai diritti del lavoro, a una democrazia parlamentare veramente plurale e rappresentativa e all’idea stessa di rappresentanza sociale. La delegittimazione dei sindacati è la stessa che prima Thatcher e Reagan e poi Bush, hanno selvaggiamente praticato in Gran Bretagna e negli Stati uniti negli anni ’80. La divisione tra le generazioni ne è un ingrediente sostanziale. La precarizzazione ulteriore del mercato del lavoro (o meglio, dei lavoratori) non crea più occupazione, ma solo migliori condizioni di sfruttamento per le imprese.

Il populismo new age di Renzi ha ben poco di sinistra: senza ideologia e valori, ancorato alla gestione dell’esistente e di un potere che vuole durare a prescindere, può continuare a prosperare grazie all’assenza di un’alternativa credibile. Non quella di Berlusconi, suo alleato strategico in questi mesi e di cui è stato interprete fedele sui passaggi delle riforme istituzionali e del lavoro. Non quella di Grillo, che sta spegnendo una speranza di cambiamento nell’impotenza di un populismo sterile e speculare. Non ancora quella di una sinistra – troppo piccola e a seconda dei casi troppo politicista e troppo minoritaria – capace di rialzare la testa. Quando Renzi dice che bisogna dare certezza al costo dei licenziamenti per attrarre investimenti, considera il lavoro merce tra le merci negando l’intelligenza, l’emancipazione è la dignità del e nel lavoro. Quando Renzi rivendica il diritto al licenziamento per l’impresa rimuovendo il diverso rapporto di potere tra datore di lavoro e lavoratore spinge verso il basso della scala sociale tutti i lavoratori che negli ultimi due secoli l’avevano faticosamente risalita. E a Matteo Orfini che ci ricorda che gli elettori di sinistra non vogliono nuovi partiti diciamo che gli elettori di sinistra non sapevano di votare per dare certezza di licenziamento agli imprenditori e che si può sentirsi orfani ma non per sempre.

La sinistra se vuole essere utile deve rimettere il lavoro al centro e con esso i temi correlati alla crisi economica e sociale che stiamo attraversando: i diritti, la democrazia, la riconversione ecologica dell’economia, una «coalizione dei diritti e del lavoro», come l’ha chiamata Vendola ieri sulle colonne di questo giornale. È necessario aprire una convenzione, subito, prima possibile aperta a tutti e capace di coagulare nuove forze e far iniziare il processo di un nuovo campo della sinistra costruendo una leadership collettiva adeguata a questa sfida. Senza aspettare la data delle prossime elezioni o lo svolgimento dei congressi di partito. E questa volta senza subire la proposta, ma guidandone l’iniziativa.