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Alias Domenica

Ocean Vuong, tra sé e il trauma la distanza della lingua

Scrittori émigré. Vietnamita, poi naturalizzato americano, l'autrice esordisce con un romanzo in forma di lettera indirizzata da un figlio alla madre: per La nave di Teseo, Brevemente risplendiamo sulla terra

Maika Elan, Chujo, 24, dalla serie sugli Hikikomori

Maika Elan, Chujo, 24, dalla serie sugli Hikikomori

«Ciao Ma’, ti scrivo per avvicinarmi a te, anche se ogni parola che butto giù è una parola in più che ci allontana. Scrivo per tornare indietro nel tempo, a quella piazzola di sosta in Virginia, dove in preda all’orrore ti sei messa a fissare quel cervo imbalsamato appeso sopra il distributore di bevande in lattina accanto ai bagni, le sue corna che ti ombreggiavano il viso».

Comincia così Brevemente risplendiamo sulla terra, il romanzo di esordio dello scrittore vietnamita, poi naturalizzato americano, Ocean Vuong, tradotto da Claudia Durastanti con una forma interessante di adesione e complicità narrativa per La nave di Teseo (pp. 292, e 18,00). Di una bellezza implacabile perché intriso di dolcezza senza pietà e senza paura, il romanzo rimanda all’occhio di un animale che va incontro, guardandola, alla canna del fucile che forse lo ucciderà – o forse, al contrario, lo grazierà. Quello sguardo, inerme e sfacciato, pudico e magnetico ha conquistato l’America, all’uscita del libro, un anno fa.
In forma di lettera

Scrivere al tu, indirizzarsi a una seconda persona fuori dalla pagina, è in qualche modo sempre una preghiera e una istigazione al voyerismo. È esclusivo perché lascia fuori tutti tranne il destinatario: un romanzo con un destinatario unico invita i lettori a origliare, invita all’indiscrezione e al pudore insieme. Ciò che racconto – sembra dire – ha qualcosa di intimo, ascoltalo in silenzio e dopo taci. Ma è anche preghiera: il tu è una invocazione all’assente, una supplica che spacca il silenzio dentro cui viene pronunciata. È una richiesta di ascolto e, ancora prima, una richiesta di esistenza. Ascoltami, certo, ma in realtà soprattutto Guardami o, più ancora, Vedimi. Solo il tuo orecchio, solo il tuo sguardo proiettato sulle parole di cui mi sono vestito perché tu mi vedessi, mi faranno esistere.
Questo libro ha la forma della lettera, che in fondo altro non è se non una preghiera che può raggiungere il destinatario.

Un figlio (Little Dog, il suo nome per tutto il libro) scrive a sua madre da una distanza prima di tutto linguistica. Immigrati dal Vietnam quando Little Dog era poco più che un neonato, l’America è stato il corpo in cui si sono trapiantati. Come in tante storie analoghe, il trapianto del bambino è tendenzialmente riuscito: l’inglese è diventata la sua lingua – poi il ragazzo è diventato uno scrittore, dunque la lingua inglese è diventata un fondamento della sua identità – la sua è una cittadinanza sostanziale. Quello della madre, viceversa, è stato una sorta di rigetto: trincerata dentro la propria lingua – tutta orale – sta dall’altra parte del fossato, rispetto all’essere che ha messo al mondo.

La lettera che dunque il figlio scrive è un ponte levatoio sollevato: probabilmente non raggiungerà mai l’altra sponda. «”Non ho bisogno di leggere», hai detto con l’espressione contratta e morsicata, e hai spinto il libro lontano dal tavolo. “So vedere, e questo mi ha fatto campare fino adesso, no?”».
Le parole sono per gli uomini, la divinità resta fuori dal linguaggio. Può essere invocata, la si può supplicare, le si può chiedere di essere guardati per essere visti, ma non visti attraverso le parole. Restare fuori dal linguaggio comporta tuttavia una solitudine assoluta, un trapianto andato male; comporta disintegrazione, il contrario dell’integrazione in un paese nuovo.

Per i compagni è «mostro»
Di disintegrazione, in fondo, tratta questo romanzo così struggente, che di fatto altro non è se non la storia di una domanda: cosa ci facciamo con il trauma che abbiamo ereditato? Little Dog è l’erede ultimo di una catena di traumi, di una guerra in Vietnam che dentro la testa della nonna (Lan, personaggio memorabile) non è mai finita, che esplode ancora le sue granate e le sue mine, che è discesa poi lungo gli scivoli misteriosi del Dna, per attraversare dunque l’oceano e entrare dentro una casa in Virginia in forma di violenza cieca.

«Ho letto da qualche parte che i genitori affetti da sindrome da stress post-traumatico hanno una maggiore propensione a picchiare i propri figli. Forse c’è un’origine mostruosa dietro questa tendenza, dopo tutto. Forse mettere le mani su tuo figlio significa prepararlo per la guerra. Spiegargli che il cuore ha il compito di dire sì, sì, sì al corpo, ma avere un battito del cuore non è mai così semplice». Little Dog scrive alla donna che lo ha messo al mondo e che lo colpisce senza spiegazione, gli lascia segni sul viso che lui porterà fuori casa. C’è qualcosa di mostruoso, le scrive, in tutto questo dolore che si propaga come un contagio nella famiglia, eppure proprio questo ci consente di guardare gli altri da lontano, di ritrovarsi per metà alieni e per metà esemplari di una specie. «In realtà volevo dirti che non è così brutto essere un mostro. Dalla radice latina monstrum, indicava il messaggero divino di una catastrofe, prima di essere adattato dal francese antico per rappresentare un animale con una miriade di origini diverse: centauro, grifone, satiro. Essere un mostro significa essere un segnale ibrido, un faro: un riparo e un sistema di allarme allo stesso tempo».

Sessualmente diverso, giallo, omosessuale Little dog viene chiamato mostro dai compagni, ma proprio quella mostruosità lo spinge a fargli riconoscere come grattando il fondo del dolore, strofinando due dolori tra loro, ne nasca la fiamma di una visione, la salvezza di un istante; la scrittura è ciò che tiene viva quella fiamma, illumina il buio circostante. «Mi hai chiesto cosa significhi essere uno scrittore e ti sto offrendo solo un casino in cambio, lo so. Ma è un casino, Ma’, mica me lo sto inventando. L’ho fatto a testa bassa. A parte tutte le chiacchiere a vuoto, ecco cos’è la scrittura, andare in basso, così in basso che il mondo ti offre un nuovo angolo benedetto e aggraziato da cui essere osservato, concede una visione più larga fatta di cose più piccole».

Di scena è il perdono
Ocean Vuong è prima di tutto un poeta (La Nave di Teseo ha pubblicato i versi di Cielo notturno con fori d’uscita, nella traduzione di Damiano Abeni e Moria Egan) ed è in fondo la poesia a consentirgli di trasformare questa confessione straziante, questa storia di un’iniziazione (alla vita, al sesso, al dolore) in un gesto di grazia e di riconoscimento. I genitori risconoscono i figli alla nascita, li nominano. Non succede il contrario: i figli ereditano un mondo, nomi decisi da altri, genitori con un carico di storia. Attraverso la voce dolente e dolcissima di Little Dog, Ocean Vuong racconta che si possono riconoscere anche i genitori: basterà dire «ma’» e restituire un mondo migliore. E se l’eredità che si riceve da loro è il fuoco, ci si passerà attraverso e il volo si vedrà nella notte. Quella cosa, che Ocean Vuong non nomina mai, si chiama perdono.


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