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Editoriale

Obama, ieri oggi e domani

Stati Uniti. Il lascito antirazzista di Barack. L’islamofobia di Trump (mai nominato) al centro dell’ultimo discorso del presidente sullo Stato dell’Unione.

Il presidente Barack Obama durante il suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione

Che distanza, che distanza enorme, tra l’ultimo discorso da presidente, martedì, di fronte alle camere riunite sullo stato dell’Unione, e il discorso che, dodici anni fa, lo rese celebre e lo proiettò di fronte al mondo come un possibile, e incredibile, presidente degli Stati Uniti. La distanza non è solo di anni, è l’abisso tra un’America che sperava nel cambiamento, fino poi a eleggere un presidente nero figlio di un immigrato, e l’America di oggi, dove sembrano dominare rancore, rabbia, paura, divisione.

Nel 2004, keynote speaker d’eccezione alla convention democratica di Boston, Barack Hussein Obama elettrizzò e conquistò la platea con la sua oratoria forbita ed emozionale, dai toni baritonali, accompagnata da una gestualità mobile, elegante, composta: «Non c’è un’America liberal e un’America conservatrice: ci sono gli Stati Uniti d’America. Non c’è un’America nera e una bianca, un’America asiatica e un’America latina: ci sono gli Stati Uniti d’America».

Martedì scorso, di fronte al Congresso, il registro del quarantaquattresimo presidente degli Stati Uniti è di segno opposto. Donald Trump domina oggi la scena. Con i suoi attacchi ripugnanti, ripetuti, rivolti alle donne, alle minoranze, ai musulmani. Non sarà lui il successore di Obama?

Ma intanto è lo specchio di una parte di America consistente che rinnova la sua identità nell’opposizione isterica a Obama, non tanto per quel che il presidente è e fa realmente, quanto per quel che rappresenta, innanzitutto col colore della sua pelle, e con quel suo secondo nome Hussein, un nome, un’origine, che quell’America bianca, retriva, arrabbiata non gli ha mai perdonato.

Non lo nomina, Obama, anche perché, appunto, Trump è molto più di quel che è nella sua realtà contingente, personaggio inquietante per quel che significa il suo successo attuale, in particolare, per il suo esplicito razzismo condensato in una islamofobia senza remore. «Con il crescere della frustrazione – scandisce Obama – ci saranno voci che ci spingeranno a dividerci in tribù, a trattare come capri espiatori nostri concittadini che non hanno il nostro aspetto, o non pregano come noi, o non votano come noi, o che non hanno il nostro stesso passato. Non possiamo consentirci di proseguire su questa strada».

Un paese plurale
E dice ancora: «Dobbiamo respingere qualsiasi politica che prenda di mira le persone per motivi di razza o di religione. Non è questione di correttezza politica. Ma di capire che cosa ci rende un grande Paese. Il mondo ci rispetta non solo per il nostro arsenale, ci rispetta per il nostro pluralismo e la nostra apertura, e per il modo in cui rispettiamo ogni fede». «Quando i politici insultano i musulmani questo non ci rende più sicuri. È solamente sbagliato. Ci sminuisce agli occhi del mondo e rende più difficile raggiungere i nostri obiettivi. E tradisce quello che siamo come Paese».

323 milioni di abitanti, oggi il terzo Paese più popoloso al mondo, il terzo Paese al mondo per numero di cattolici, è quest’America della «rivoluzione» demografica che nel 2004 portò Obama al centro della scena politica statunitense e poi lo portò alla Casa bianca nel 2008 e, a dispetto delle delusioni seguite, gli consentì la rielezione nel 2012. Questa stessa America «plurale» impedirà a Trump di vincere negli stati chiave e dunque gli farà perdere le presidenziali? Probabile, ma intanto l’idea, l’aspirazione, di un’America che superi le sue lacerazioni, la guerra interna alimentata anche dalle guerre esterne dei Bush, fa un passo indietro, non irreversibile, ma considerevole.

Vittorie sottotono
Ben altra dimensione e risonanza avrebbe avuto la lista dei successi che Obama ha elencato nel suo discorso di fronte al Congresso. In un clima meno avvelenato, avrebbe avuto rilievo la riduzione della disoccupazione al cinque per cento, meno della metà di quella eredità dal predecessore repubblicano. Che significa più 14 milioni di posti di lavoro in più. E poi l’estensione a diciassette milioni di americani, che ne erano sprovvisti, della copertura assicurativa sanitaria. Inoltre, la ripresa della produzione manifatturiera, dell’auto industry in particolare. Interessante anche il dato della diminuzione della criminalità. Infine il calo della benzina.

Sono tutti dati che il New York Times mette in evidenza. Al di là della loro reale consistenza e tenuta futura, appaiono indubbiamente come dati positivi. Eppure sono oscurati, osserva ancora il Nyt, da un clima negativo nel Paese.

Due americani su tre dicono che il Paese non va nella giusta direzione. D’altra parte il tasso di povertà è aumentato nel corso del doppio mandato obamiano e, sebbene l’economia sia in crescita, anche il debito pubblico cresce, e a dismisura. Obama è consapevole del fatto che, fosse pure solo una percezione sbagliata, è inutile esaltare la realtà d’oggi, fatta anche di clamorose ingiustizie. Non si può accettare, dice il presidente, dopo aver affermato che «la crisi è superata.

Più tasse ai super-ricchi
L’America è risorta dalla recessione», un’economia che «dia vantaggi enormi solo a pochi, ma bisogna impegnarsi per un’economia che generi un aumento dei redditi e delle possibilità per tutti». Per questo, e lo annuncia ai parlamentari riuniti di fronte a lui, ci sarà un intervento forte sul terreno delle tasse, con l’aumento del carico fiscale sui super ricchi e sulle grandi banche e imprese per rafforzare il sistema di sgravi e agevolazioni a favore delle famiglie.

Per Obama l’America ha ancora saldamente la leadership mondiale. «L’America resta di gran lunga il Paese più forte al mondo», dice in un’intervista alla Nbc poche ore prima del suo ultimo discorso sullo stato dell’Unione. Per l’americano medio che l’avversa, e non solo per lui, la realtà è ben diversa, con il Medio Oriente nel caos, la Russia tornata a essere un gigante temuto come l’Urss, e con l’affermarsi di nemici «senza stato» come l’Isis.

Cuba e papa Francesco
Nel discorso c’è anche un riferimento a papa Francesco, a proposito del ruolo cruciale avuto dal pontefice argentino nel disgelo con Cuba: «Come sua Santità ha detto: ’la diplomazia è un lavoro fatto di piccoli passi’. Questi piccoli passi aprono una nuova speranza per il futuro di Cuba». Un omaggio non formale a un leader religioso, che ha influenza anche sulla politica, al quale si sente legato e che spesso cita a esempio. È una voce che gira da tempo, forse è semplicemente una leggenda metropolitana di qualche tempo fa, certo è che questi ripetuti omaggi al papa come leader morale, come figura d’esempio, l’alimentano.

Obama è un presidente che, diversamente dai suoi predecessori, specie l’ultimo, non pratica una fede, anche se fa spesso riferimento a dio e ai valori religiosi. La voce è che, una volta finito il mandato, potrebbe convertirsi al cattolicesimo che ha già abbracciato. Dopo questo discorso, e con la conclusione del mandato, forse si vedrebbe in scena un altro Barack Obama, davvero inedito.