Le controsanzioni di Putin scuotono il governo Scholz. Tra le 31 società europee messe al bando di Mosca spicca “Gazprom-Germania Gmbh”, l’ex filiale del colosso russo finita sotto controllo tedesco cui sono affidati l’acquisto e lo stoccaggio del gas.

L’effetto pratico immediato sono 10 milioni di metri cubi in meno ogni 24 ore passanti per gli hub nazionali; nonostante corrispondano a solo il 3% del totale segnano «l’inizio di una nuova fase della guerra di Putin» come conferma il ministro dell’Economia, Robert Habeck.

Per il momento, riassumono a Berlino, l’approvvigionamento rimane sotto controllo e il rialzo dei prezzi ancora allineato con le fluttuazioni di mercato registrate nelle scorse settimane. Per questo il governo federale non eleverà l’attuale stato di pre-allerta energetica fino all’ultimo livello previsto nel piano appena approvato dal Bundestag: l’esproprio delle raffinerie e delle stazioni di pompaggio.

«IL GAS RUSSO potrà essere sostituito con nuovi fornitori, sebbene a prezzi più alti» riassume il vice-cancelliere dei Verdi, guardandosi bene però da dettagliare la tabella di marcia.

Dall’inizio della guerra in Ucraina la Germania è riuscita a ridurre la sua dipendenza dal gas russo calando l’importazione da 45 a 30 miliardi di metri cubi all’anno. Ma dei quattro rigassificatori promessi da Habeck il primo della capacità di 5 miliardi di metri cubi non arriverà prima di dicembre e l’ultimo da 10 miliardi verrà connesso alla rete nazionale a maggio 2023.

Tempi biblici. Politicamente ed elettoralmente complicatissimi da spiegare, per esempio, ai 7.000 operai della Turingia impiegati nella locale industria del vetro che rischiano il posto di lavoro in caso di stop totale al gas fornito da Gazprom e Rosneft.

Martedì prossimo attendono con ansia la visita a Erfurt del ministro Habeck, sollecitato direttamente dal presidente della Turingia, Bodo Ramelow, ancora in attesa delle «garanzie effettive» da parte del governo Scholz per evitare la deindustrializzazione del Land ex Ddr.

IL GOVERNATORE della Linke non ha avuto esitazioni a dare il via libera alle sanzioni contro Putin (tanto da venire accusato dagli industriali locali di innescare i licenziamenti di massa) ma ora avverte della situazione al limite.
Ricordando il «dettaglio» perfettamente in grado di restituire la complessità per la Germania di combattere fino in fondo la guerra dell’energia contro la Russia.

Oltre un terzo del bitume attualmente utilizzato per la costruzione e manutenzione delle strade tedesche proviene dalla raffineria di Schwedt gestita da “Pck”, sussidiaria di Rosneft. E anche se il greggio russo venisse sostituito «entro pochi giorni» (così Habeck, lo scorso 27 aprile) la raffineria al confine con la Polonia continuerebbe a macinare profitti a beneficio di Mosca. A meno di non voler nazionalizzare l’impianto.

ESATTAMENTE ciò che chiederà ad Habeck il governatore Ramelow, convinto che per rendere effettive le sanzioni contro la Russia serva «il controllo pubblico di tutte le società che operano nelle infrastrutture critiche», cioè la nazionalizzazione, ovvero l’esproprio che il governo federale esclude.
Mentre in Germania si fatica perfino a imporre il limite di velocità in autostrada. Giovedì alla conferenza di Wilhelmshaven i ministri regionali dell’Ambiente si sono espressi per la prima volta a favore all’unanimità. Ma con Baviera e Nordreno-Vestfalia che hanno insistito per mettere a verbale l’«effetto limitato della misura». Frase sempre più frequente nella Germania senza più le redini non solo dell’Europa.