Qualcuno la descrive come la nuova «normalizzazione» in Medio oriente, questa volta tra gli islamisti arabo israeliani – palestinesi con cittadinanza israeliana – e il premier Netanyahu e il suo partito di destra, il Likud. Mansour Abbas, il parlamentare che l’ha avviata, invece parla di «semplice dialogo» con il capo del governo per risolvere i problemi che affliggono la minoranza araba, circa due milioni di abitanti (il 20% dello Stato ebraico). Per il momento è certo solo che i contatti ravvicinati avvenuti tra Abbas e Netanyahu stanno scuotendo le fondamenta della Lista unita araba, di cui fa parte Raam il partito islamista di cui il parlamentare è leader.

 

Il raggruppamento arabo alle ultime elezioni, a inizio anno, aveva ottenuto con 15 deputati il suo miglior risultato di sempre divenendo l’unica vera opposizione ideologica alla coalizione di maggioranza nata dall’accordo tra Likud e il partito di centrodestra Blu Bianco. Il suo leader Ayman Odeh (Hadash, comunista), in campagna elettorale, era riuscito ad attirare i voti anche di migliaia di israeliani ebrei non sionisti o delusi dalla sinistra tradizionale (Meretz) ed interessati alla sua proposta per uno Stato di Israele non più nazionalista ebraico ma binazionale, con ebrei e arabi in piena uguaglianza. A distanza di pochi mesi sta crollando ciò che Odeh aveva costruito.

 

Tutto è cominciato con la firma (15 settembre a Washington) dell’Accordo di Abramo, la normalizzazione dei rapporti tra Israele e tre paesi arabi (Emirati, Bahrain e Sudan) senza la fine dell’occupazione israeliana di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est. Si sono levate voci a favore della «normalizzazione interna». E Abbas ha colto l’occasione per rivolgersi direttamente a Netanyahu e discutere faccia a faccia le misure più idonee per affrontare l’aumento degli omicidi tra gli arabo israeliani. Così il premier che ha istigato più volte contro i deputati arabi alla Knesset definendoli «fiancheggiatori del terrorismo» e che nel 2018 ha fatto approvare una legge che definisce Israele-Stato della nazione ebraica e non di tutti i suoi cittadini, è diventato un interlocutore degli islamisti di Raam per lo sbigottimento di Ayman Odeh. Netanyahu subito si è mosso per tentare di smembrare lo schieramento arabo.

I leader della Lista unita araba (foto Raoul Wootliff/Times of Israel)

Abbas respinge l’accusa di «normalizzazione» con il Likud, spiega che gli arabi in Israele «devono decidere se rimanere per sempre in tribuna o se scendere in campo». Intanto nel suo ruolo di vicepresidente della Knesset ha già dato una mano a Netanyahu schierandosi contro l’istituzione di una commissione d’inchiesta sullo scandalo dei sottomarini che coinvolge il primo ministro. Quindi ha incolpato i cittadini palestinesi di non combattere la «cultura della violenza» nelle loro strade e non ha sottolineato l’assenza dello Stato nei centri abitati arabi. «Quanto accade è la spia di nodi politici e trasformazioni sociali tra i palestinesi in Israele», dice al manifesto l’analista di Haifa Wadie Abu Nassar. «La Lista unita» spiega «è composta da formazioni molto diverse – comuniste, nazionaliste e islamiste – che si sono messe insieme per non disperdere voti e superare la soglia di sbarramento elettorale». Tra i palestinesi d’Israele, aggiunge Abu Nassar, «oggi si leva più forte la voce di chi chiede alla Lista unita di privilegiare di più l’agenda locale e di occuparsi meno dei Territori sotto occupazione (israeliana)». L’Accordo di Abramo condannato dalla Lista unita, prosegue l’analista, «non è stato accolto male da tutti (i palestinesi di Israele), non pochi pensano che abbia aperto loro la possibilità di relazionarsi con il mondo arabo, in particolare gli Emirati». Ma, conclude Abu Nassar, «Abbas presto si renderà conto che Netanyahu lo sta manipolando. Il primo ministro in politica ha una sola moglie e tante amanti alle quali fa promesse, porta qualche regalo e poi le abbandona».