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Editoriale

Non ci sono più le primarie di una volta

Probabilmente ha ragione chi le ritiene un rito stanco, ripetitivo, senza passione. E forse ha ragione anche chi cerca di trasformarle in un momento di confronto e di incontro, magari attraverso la musica in piazza.

Ma il rischio di un fiasco delle primarie è concreto, reale, come ha dimostrato la scarsa partecipazione a quelle del Pd a Torino. E a Roma, dove vengono presentati più nomi di “area Pd”, quindi non strettamente di partito, hanno così paura del fallimento, da fissare una soglia minima di votanti (almeno 50 mila).

Il timore di non centrare l’obiettivo è alto e spiega la mossa dell’apertura delle urne telematiche, molto complicate per chi ha scarsa dimestichezza con il web.

In ogni caso sembrano davvero lontani i tempi in cui le primarie marcavano una vasta presenza di popolo, quando chi andava a votare aveva almeno la sensazione di contribuire alla scelta del candidato sindaco.

Ma appunto era una sensazione: i nomi venivano comunque calati dall’alto della segreteria del partito. Tuttavia il decisionismo centralizzato, era compensato da un’ampia partecipazione, ancora a sei cifre, che avvalorava il significato dell’iniziativa.

Oggi non è più così, ed è evidente che un coinvolgimento aperto, non tanto agli iscritti ma alla società, alle persone che si riconoscono nei temi, nei principi dello schieramento progressista, di sinistra, può riempire di significato un appuntamento importante.

D’altra parte se il fronte democratico non sceglie una strada diversa, risulta difficile distinguersi dal centrodestra, dalle destre, che si muovono in modo tradizionale, senza mediazioni, senza voci di popolo, usato soltanto come mezzo di pressione sul potere e per il potere. Si riuniscono i big, Berlusconi, Salvini, Meloni e decidono i nomi, o meglio si spartiscono i candidati delle varie piazze elettorali nello steso momento aprendo e chiudendo il primo tempo della partita. Con le liste già pronte.

Come accade a Roma, dove i fascio-leghisti con un contorno berlusconiano, presentano non tanto un nome, ma un trio: Michetti, Matone, Sgarbi, per fare il pieno alle urne, pescando voti in vari ambiti.

Al dunque, nel match politico della Capitale, il più importante prima delle prossime elezioni generali, abbiamo le destre compatte e pronte alla battaglia, numericamente forti, visto che tutti i sondaggi danno i tre partiti (Forza Italia, Lega, Fratelli d’Italia), tra il 45 e il 50 per cento dei consensi. Uno schieramento così potrebbe vincere perfino al primo turno.

Tutto il contrario del centro sinistra, caratterizzato da uno scenario di truppe sparse. Che si contrastano tra di loro, spargendo veleno sui social, quelli del Pd nei confronti dei grillini, e viceversa.

È un elettorato di “pancia“ che marcia in senso contrario alla strategia nazionale tentata da Letta e Conte, indice della crisi che attraversa queste due forze politiche, oltreché del fatto che evidentemente i due rispettivi leader hanno ancora una scarsa presa sui loro sostenitori.

A Roma poi questa contrapposizione è più forte e profonda. Anche perché la conferma di Raggi ha inasprito gli animi. La Capitale è davvero mal ridotta, mal governata, mal gestita. Magari la responsabilità non è sempre del Comune e dei Municipi – non tutti – è però evidente il degrado in ogni quartiere della città.

Così la destra avrà buon gioco. E al dunque la scelta della autocandidatura di Raggi si rivela un errore che può avere un peso purtroppo esiziale. Se dovesse andare al ballottaggio, almeno metà degli elettori del Pd non la voterebbe: la sfida di Raggi parte già in salita.

Per contrastare l’onda destrorsa serviranno tanti voti. Assai di più di quelli di cui dispongono sia il Pd che il M5S. Soprattutto se insisteranno nella tafazziana tattica di marciare separati. Soprattutto se continueranno a erigere steccati, inutili e autolesionisti per chi vuole tentare di competere.

Come può dire il probabile candidato Gualtieri che non ci sarà alcun apparentamento con i 5Stelle? A che serve? A compattare le proprie file di elettori? A strizzare l’occhio ai cespugli centristi? Già, e poi? Come si fa a non capire che per battere le destre servono consensi almeno doppi rispetto a quelli che si hanno in casa? Tra l’altro Gualtieri non aveva certo bisogno di alzare steccati preventivi dal momento che gli apparentamenti si decidono dopo il primo turno – e quindi a ottobre – non adesso.

Non solo: l’ex ministro in tal modo mette i bastoni tra le ruote ad un’ipotesi di alleanza tra Pd, M5S e Sinistra, che ad oggi rappresenta l’unica alternativa possibile per fermare le destre. L’unica in grado numericamente di competere.

Si tratta di un progetto ambizioso, ma anche molto arduo e complicato da realizzare. Le parole di Gualtieri – politicamente sprovveduto e scarso conoscitore dei problemi di Roma, a differenza dell’ex assessore della giunta Marino, Caudo – dimostrano in modo plateale quali sono le difficoltà.

È vero che si vota fra più di tre mesi, e c’è tempo per correggere il tiro. Però dietro lo scontro politico romano, c’è un problema generale e di fondo: il fronte da costruire per non consegnare il Paese ad un pessimo centro-destra guidato da una giovane fascista.

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