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Editoriale

Non basterà il sapone di Aleppo

Aleppo lo scorso settembre

Non basterà il sapone di Aleppo – ormai introvabile per effetto della guerra – a lavare le responsabilità dell’Occidente e le post-verità, raccontate negli ultimi cinque anni sulla Siria.

Del resto è già capitato per le guerre nell’ex Jugoslavia: sotto una foto che dimostrava come i crimini fossero commessi da tutte la parti, si preferiva una didascalia menzognera. Così sotto una fotografia, in bella mostra su un settimanale di grido, che mostrava un miliziano musulmano con tanto di berretto afghano e in mano il trofeo di tre teste tagliate di nemici, veniva scritta la didascalia: «Atrocità delle milizie serbe»; era in realtà un mujaheddin già allora cortocircuitato con altre migliaia in Bosnia dall’Afghanistan grazie a Usa, Iran e Arabia saudita. E le teste tagliate appartenevano, come emerse, a tre miliziani serbi.

Adesso accade la stessa cosa.

Perché il fermo-immagine era quello di armeni, kurdi e cristiani in festa in tutta Aleppo, con migliaia di rifugiati in cammino per raggiungere l’ovest della città. Certo prima dell’attuale stallo, con gli ultimi civili bloccati nell’evacuazione perché deve avvenire insieme ai combattenti jihadisti, mentre riprendono i micidiali raid aerei governativi e russi e i lanci di razzi dei «ribelli» che hanno provocato sei vittime nel quartiere Bustan al Qasr da poco riconquistato dai governativi.

Ora la foto vera dello stallo siriano sono gli autobus, con le insegne governative, che avrebbero dovuto portare a termine l’ultima evacuazione, fermi e vuoti ad Al Ramusa, con colonne di civili che si sono avvicinate per poi allontanarsi di nuovo.

Di fronte alla tragedia di Aleppo, sfigurata per sempre nell’orizzonte delle sue rovine, i media occidentali sembrano divertirsi a gridare alla «strage di civili», quasi augurandosela.

Ma di stragi di civili ce ne sono state a centinaia e nell’indifferenza generale, se è vero che i morti di Aleppo sono più di 100mila e più di 200mila nel Paese ormai dilaniato, con 1 milione di feriti e con circa 7 milioni tra profughi e rifugiati interni. Questa è la strage che più o meno dovrebbe stare sotto i nostri occhi tutt’altro che innocenti.

Perché i Paesi europei, gli Stati uniti con la Turchia e le petromonarchie del Golfo (Arabia saudita in testa) hanno tentato con coalizioni internazionali come gli «Amici della Siria» e con un intervento militare indiretto – fatto di forniture di armi, finanziamenti e addestramento militare fin nelle basi della Nato nella confinante Turchia – di destabilizzare la Siria esattamente come avevano fatto già con successo in Libia con Gheddafi.

Certo sulla scia della repressione di Assad contro una rivolta interna che era scoppiata, ma che più che movimento di «primavera» fu quasi subito armata e con un ruolo centrale dello jihadismo islamista (dai salafiti, ad Al Nusra-Al Qaeda, a formazioni legate all’Isis) e invece con una presenza subito marginale dell’«opposizione democratica», anch’essa armata. Un’area politica, quella jihadista, dilagata dai santuari libici in tutta la regione fino a costituirsi in «Stato islamico» in metà della Siria e in due terzi dell’Iraq, qui grazie ai disastri provocati di ben tre guerre americane.

Questa tragedia strategica dell’Occidente, segnatamente sia delle destre che delle sinistre al governo, è un’ombra che sarà difficile rimuovere.

Nonostante – ha recentemente notato anche Paolo Mieli sul Corriere della Sera – il dispendio di manicheismo politico-giornalistico. Per il quale ci sarebbero i bombardamenti aerei dei «buoni», quelli Usa che su Mosul sgancerebbero caramelle – e invece anche lì è strage di civili – e dall’altra i raid aerei dei «cattivi» del nemico finalmente ritrovato, la Russia di Putin. Che, è bene ricordarlo, torna sullo scenario siriano una prima volta nel 2013 quando impedisce l’attacco Usa per un presunto raid governativo al gas nervino – che inchieste indipendenti e il New Yorker dimostreranno inventato – insieme alla preghiera di papa Francesco. Che in questi giorni ha inviato una lettera che auspicava la fine della guerra «contro ogni violenza» proprio ad Assad in qualche modo criticando i suoi metodi ma anche accreditandolo come interlocutore; poi Putin ritorna a fine 2015 quasi chiamato da Obama che lo incontra nel «vertice del caminetto» alla Casa bianca, di fronte al fallimento della strategia militare occidentale e all’esplodere del bubbone Turchia, con le rivelazioni sui rapporti diretti, in armi e traffici petroliferi, tra il Sultano atlantico Erdogan e lo Stato islamico.

Ora Aleppo est è liberata dalle milizie jihadiste e dei pochi combattenti dell’opposizione democratica che però per esistere si sono ormai coordinati con salafiti e qaedisti, dopo l’ennesimo insuccesso degli Stati uniti – per ammissione della stessa Cia – che hanno provato ad organizzarli.

Ma la guerra non è finita, anzi. Con la Turchia impegnata a massacrare i kurdi e a demolire le autonomie del Rojava ai suoi confini, e con l’Isis che resta forte a Idlib e Raqqa. Dove affluiscono tutti i jihadisti scampati da Aleppo e quelli in fuga dall’Iraq.

La nuova battaglia infatti che si apre, e che punta a decretare la pericolosa spartizione della Siria, è quella delle «vie d’uscita» jihadiste.

Con chi stare in questo caos sanguinoso? Solo con i civili

Con chi stare in questo caos sanguinoso? Solo con i civili, in fuga in milioni e in centinaia di migliaia arrivati nel cuore dell’Europa e sostanzialmente da noi respinti. Con i civili, anche adesso che servono a far durare la battaglia di Aleppo.

Ma è naturalmente politicamente scorretto dire per Aleppo quello che è narrazione corrente per Mosul: e cioè che sono sequestrati come scudi umani. Se escono loro devono uscire anche i miliziani jihadisti.

Questa è la trattativa sul campo, quello che l’inviato dell’Onu Staffan De Mistura chiede da due mesi appellandosi alle milizie anti-Assad perché abbandonino le posizioni evacuando sotto supervisione Onu.

Della foto di questo stallo la didascalia che suggeriamo è: «Ecco il fallimento della guerra umanitaria dell’Occidente che ha avvantaggiato Putin richiamandolo a ruolo egemone nell’area, permettendo alla nuova destra nazionalpopulista americana di ergersi addirittura a garante della pace».

La rappresentante Usa all’Onu Samantha Power ha accusato Russia-Iran e Cina di «sponsorizzare la barbarie», invitandoli a «vergognarsi».

Ma non dovrebbero vergognarsi per primi proprio gli Stati uniti e i governi europei impegnati nella scellerata «amicizia» con la Siria?