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Internazionale

Netanyahu a un seggio dalla maggioranza

Israele/Elezioni. Secondo gli exit poll diffusi ieri sera alla chiusura delle urne, il premier e leader del blocco delle destre ha vinto le terze elezioni in un anno in Israele ed è ad un passo dalla formazione di una nuova maggioranza di destra. Successo della Lista araba. Crollo dei Laburisti e del Meretz

Sull’onda di un’alta affluenza alle urne, come non si registrava dal 1999, spinto in alto dal piano di Donald Trump in linea perfetta con il programma della destra israeliana, ieri sera Benyamin Netanyahu appariva negli exit poll in netto vantaggio sul suo avversario centrista Benny Gantz e, come capo del blocco delle destre nazionaliste e religiose, ad un soffio dai 61 seggi necessari per formare una nuova maggioranza di governo.  Il suo partito, il Likud, era dato a 36-37 seggi. La lista Blu Bianco di Gantz a 32-33 seggi. In totale al blocco di destra vanno 60 dei 120 seggi della Knesset contro i 52-54 seggi del centro sinistra che includono anche quelli della Lista araba. Lo spoglio dei voti reali potrebbe regalare al premie il seggio che gli occorre per mettere insieme la nuova coalizione di destra. Lo stallo politico che ha portato gli israeliani per tre volte al voto in appena 11 mesi forse non è stato ancora superato. La Lista araba unita, data ieri in forte crescita a 14-15 seggi, potrebbe rovinare almeno in parte la festa al primo ministro. In ogni caso per Netanyahu è stata una rivincita su chi, come Gantz, già lo considerava finito, destinato ad uscire di scena dopo l’incriminazione lo scorso novembre per corruzione, frode e abuso di potere.

Gantz teorizzava un «cambiamento», un «nuovo corso» per Israele. Aveva promesso l’uscita di scena di Netanyahu e «l’inizio di un processo di guarigione, in cui si possa ricominciare a vivere insieme». La sua campagna elettorale però è stata fiacca, poco incisiva, non paragonabile a quella svolta da Netanyahu: capillare, intensa, segnata da colpi bassi inferti agli avversari. Gantz ha puntato sulla questione morale, ossia l’incriminazione di Netanyahu che il 17 marzo andrà alla sbarra. Un premier sotto processo, ha ripetuto il leader di Blu Bianco per mesi, «non può guidare Israele». Ha poi realizzato che per almeno metà degli israeliani i guai giudiziari di Netanyahu sono meno rilevanti del controllo della Cisgiordania palestinese e di Gerusalemme. Per capire meglio la realtà del paese, Gantz avrebbe dovuto leggere anche i risultati di una ricerca sugli orientamenti in politica e società dei giovani israeliani ebrei, tra i 18 e i 24 anni, pubblicati ieri dal quotidiano Haaretz: il 69,9% degli intervistati si proclama di destra, solo il 29,6% sostiene la soluzione dei Due Stati (Israele e Palestina), il 40% vuole l’annessione della Cisgiordania a Israele respinta invece dal 59% degli over 65.

Soltanto negli ultimi giorni, di fronte ai sondaggi che davano in crescita il Likud, Gantz si è mostrato più combattivo. Ma ha compreso troppo tardi che Netanyahu, con in tasca il piano Trump, ha ridato entusiasmo a tutti gli elettori di destra, non solo quelli del Likud, invogliandoli ad andare alle urne e a riconfermarlo al potere. A questi elettori ultranazionalisti il premier ha promesso che annetterà a Israele al più presto le colonie ebraiche in Cisgiordania e la Valle del Giordano. Fondamentale è stato anche l’annuncio che saranno costruite migliaia di nuove case per coloni in aree strategiche, come la E1 tra Gerusalemme e Gerico, in modo da impedire che un ipotetico Stato palestinese in Cisgiordania abbia un territorio omogeneo. Anche Gantz ha accolto con favore il piano della Casa Bianca e proclamato a gran voce che non avrebbe mai formato un governo assieme alla Lista araba unita. Ma non è riuscito a guadagnare consensi a destra e allo stesso tempo ha perduto terreno a sinistra, tra gli israeliani convinti che la politica Usa non risolverà, al contrario aggraverà il conflitto con i palestinesi.

A favorire l’avanzata di Netanyahu e delle destre è stato l’arretramento di Yisrael Beitenu, il partito del nazionalista Avigdor Liebermam che dopo le elezioni del 9 aprile e del 17 settembre era emerso come l’ago della bilancia della politica israeliana. Lieberman ha probabilmente commesso l’errore di tenersi troppo a lungo a distanza sia da Netanyahu che da Gantz costringendo il paese ad andare al voto tre volte in un anno. Una posizione attendista che l’elettorato di destra ha punito raccogliendosi intorno a Netanyahu. Da sottolineare il crollo della lista di centrosinistra Laburisti-Gesher-Meretz che, stando agli exit poll, avrebbe superato di un soffio la soglia di sbarramento ottenendo appena 6 seggi.


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