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Editoriale

Nelle urne un voto da ultima spiaggia

Europee 2014. Il record elettorale del Pd non è una vittoria sul populismo, Renzi non è meno populista di Grillo. E i voti per Syriza sono una spinta per coltivare il nucleo nascente di un’alternativa

Renzi-Grillo

La riduzione della competizione per le elezioni europee a un match frontale tra due icone vuote di contenuti quanto piene di invadente presenzialismo ha premiato Renzi e punito Grillo. Ma a perdere sono stati gli italiani o, meglio, ha perso la democrazia. Perché la riforma elettorale, quella del Senato o l’abolizione delle Province volute da Renzi non fanno che ridurne progressivamente il campo di applicazione.

Ha perso il pluralismo: ora c’è un uomo solo al comando di un partito, del governo, arbitro, anche, dei destini dello Stato; e gli altri partiti, satelliti o comprimari, sono in via di sparizione, né hanno molte ragioni per continuare ad esistere. E ha perso, rendendo sempre meno sindacabili le scelte del “premier”, la prospettiva di un vero cambiamento: il quadro europeo in cui il Pd si inserisce e di cui sarà un garante non consente cambi di rotta. E con tutte queste cose hanno perso i lavoratori, i disoccupati, i giovani, i pensionati; anche, e forse soprattutto, quelli che lo hanno votato.

Ma non si tratta, come sostengono molti commentatori, di una vittoria sul populismo.

Renzi non è meno populista di Grillo se per populismo si intende un richiamo identitario (le “riforme”, presentate come intervento salvifico, senza specificarne il contenuto, e la “rottamazione” presentata come programma) che fa aggio sui contenuti specifici delle misure proposte. Il programma di Grillo, se si eccettua la sua ambivalenza di fondo sull’euro, che è ambivalenza sul ruolo che può e deve avere l’Europa nel determinare un cambio di rotta per tutti, era addirittura più concreto di quello con cui Renzi ha affrontato questa scadenza elettorale. Entrambi comunque avevano gli occhi puntati sugli equilibri interni al pollaio italiano; la resa dei conti con le politiche europee l’avevano rimandata a un indeterminato domani: eurobond o uscita dall’euro per uno; ridiscussione dei margini del deficit per l’altro; nessuno dei due sembra rendersi conto che la crisi europea impone una revisione radicale del quadro istituzionale e delle strategie politiche, prima ancora che economiche.

Non è stata nemmeno, quindi, una vittoria dell’europeismo contro l’antieuropeismo: se per Grillo il problema è inesistente – la sua “indipendenza” da tutto e da tutti gli impedisce di avere alleati e prospettive che vadano al di là delle Alpi e dei mari di casa, per Renzi è l’assoluta subalternità al patto tra Schulz e Merkel, ormai ratificato dall’esito elettorale anche in Europa, che gli impedisce di avere, se non a parole – ma di parole la sua politica non manca mai – una visione delle misure, delle strategie e delle conseguenze di una vera rimessa in discussione dell’austerità. Quell’austerità che l’Europa la sta disintegrando (e i primi a pagarne le conseguenze saremo noi).
Meno che mai quella di Renzi è stata una vittoria della speranza contro il rancore. Se nell’ultimo anno il Movimento 5S ha dato prova della sua sostanziale inconcludenza, dovuta al controllo ferreo che i suoi due leader pretendono di esercitare sui quadri e sui parlamentari, la motivazione di fondo del voto a Renzi è stata un clima da “ultima spiaggia”. Paradigma di questo atteggiamento sono gli editoriali su la Repubblica di Eugenio Scalfari, che non approva praticamente alcuna delle misure varate da Renzi e meno che mai i suoi progetti, ma che invita a votarlo lo stesso perché “non c’è alternativa”.

Così, se con queste elezioni la parabola del M5S ha imboccato irrevocabilmente una curva discendente, mentre Renzi sembra invece sulla cresta dell’onda – forse raggiunta troppo in fretta per poter consolidare una posizione del genere – è il vuoto di prospettive e la mancanza di una proposta di respiro strategico per riformare l’Europa a condannarlo a sgonfiarsi altrettanto rapidamente. Il che succederà inevitabilmente – pensate alla parabola di Monti! – non appena Renzi dovrà fare i conti con quella governance che forse immagina di riuscire a conquistare con la stessa facilità, superficialità e disinvoltura con cui si è impadronito, gli uni dopo le altre, di primarie, partito, governo ed elettorato. Ma là, invece, c’è la “scorza dura” dell’alta finanza che Renzi non si è mai nemmeno sognato di voler intaccare, ma che non è certo disposta a concedergli qualcosa che vada al di là di un sostegno formale e simbolico (un po’ di spread in meno, forse; e solo per un po’).

Ma come Grillo sta lasciando dietro di sé, in modo forse irreversibile, perché non facile da prosciugare, un mare di macerie (la politica trasformata in pernacchia, come Berlusconi l’aveva, prima di lui, e aprendogli la strada, trasformata in barzelletta e licenza), così anche Renzi lascerà dietro la sua prossima quanto inevitabile parabola, altri danni irreversibili. Danni alla democrazia e alla costituzione; al diritto del lavoro e alle condizioni dei lavoratori, precari e non (se ancora ce ne sono); alla scuola, alla sanità, al welfare, alle autonomie locali (che da sindaco non ha mai difeso dal patto di stabilità); a quel che resta della macchina dello Stato, smantellandone i capisaldi in nome del risparmio e dell’efficienza; al sistema delle imprese e dei servizi pubblici, messi in svendita per fare cassa; e, soprattutto, danni alla tenuta morale della cittadinanza, messa per la terza o la quarta volta alla prova di una politica fondata sulle apparenze.

“L’altra Europa con Tsipras” rappresenta un piccolo ma importante episodio di resistenza

Di fronte a questo panorama, di cui l’elettorato non potrà evitare di prendere atto in tempi stretti, i risultati della lista “L’altra Europa con Tsipras” rappresentano un piccolo ma importante episodio di resistenza; perché in quella lista, e in nessun’altra proposta di livello nazionale ed europeo, è contenuto il nucleo di un’alternativa possibile e praticabile alla perpetrazione di politiche destinate a portare allo sfascio l’intero continente, Germania compresa.
Certamente i nostri numeri non sono esaltanti, anche se lo sono quelli di alcuni dei nostri partner europei. Però sono il frutto di un lavoro di conquista, voto per voto, consenso per consenso, impegno per impegno, che ha coinvolto migliaia di compagni e di sostenitori delle più diverse provenienze, che non avevano certo come obiettivo finale o esclusivo il risultato elettorale. Ma che proprio sperimentando, almeno in parte, e non senza molte contraddizioni, forme nuove, o profondamente rinnovate, di condivisione e di coesione, fondate su nuove pratiche, sono ben determinati ad andare avanti lungo la strada appena intrapresa. E non ciascuno per conto suo, o facendo ricorso alle proprie appartenenze, ma tutti insieme, aprendosi a quel mondo di delusi, di arrabbiati, di abbandonati, di incerti che la crisi del M5S e il mutamento antropologico del Partito Democratico si stanno lasciando, e continueranno a lasciarsi, dietro le spalle.

In questa piccola affermazione i voti di preferenza raccolti da due capolista come Barbara Spinelli e Moni Ovadia, che hanno messo il loro nome, la loro faccia e un mare di fatica a disposizione del progetto per rappresentarne il carattere unitario, sono una importante dimostrazione di quella spinta a un radicale rinnovamento delle proprie identità che fin dall’inizio è stata la cifra della nostra intrapresa.

In pochi anni, sotto la guida di Alexis Tsipras, Syriza, da piccola aggregazione di identità differenti si è fatta partito di governo. Dunque, si può fare. Se abbiamo messo quel nome nel simbolo della nostra lista non è per caso.

  • arduazz

    No, non si può fare. Si deve fare.

  • WalterD

    Se si vuole capire a fondo perché’ la sinistra ha sempre perso in Italia (tranne poche eccezioni e con coalizioni assurde), basta leggere questo articolo. La vocazione “Tavazzi” e’ rappresentata benissimo e non solo non si e’ digerita la “lezione” di Renzi, che ha portato ad una vittoria (per quanto alle Europee) ma si hanno seri problemi anche con i “fondamentali”. Suggerirei un rilettura più’ attenta delle opere di Lenin, magari anche il “Principe” di Machiavelli, ed aggiungerei anche un minimo di buon senso e magari un pizzichino di Togliatti. Adesso il nuovo totem e’ “Tsipras” che e’ “venduta” come TM (Trade Mark) della nuova sinistra, con programmi che sembrano quelli di Bill Di Blasio (sindaco di New York), quindi neanche tanto distanti da quelli di Renzi (magari confusi, ma il PD e’ nel PSE grazie a lui, se aspettavano la “sinistra” interna ….) . Bene, vedremo quanto dura e come finirà’.

  • Roberto

    Analisi condivisibilissima sulla natura e sulla funzione del PD: “Il qua­dro euro­peo in cui il Pd si inse­ri­sce e di cui sarà un garante
    non con­sente cambi di rotta. E con tutte que­ste cose hanno perso
    i lavo­ra­tori, i disoc­cu­pati, i gio­vani, i pen­sio­nati; anche,
    e forse soprat­tutto, quelli che lo hanno votato. […] Renzi non è meno popu­li­sta di Grillo. […] …la “scorza dura” dell’alta finanza che Renzi non si è mai nem­meno
    sognato di voler intac­care, ma che non è certo dispo­sta
    a con­ce­der­gli qual­cosa che vada al di là di un soste­gno for­male
    e sim­bo­lico (un po’ di spread in meno, forse; e solo per un po’) […] Renzi lascerà die­tro la sua pros­sima quanto ine­vi­ta­bile para­bola,
    altri danni irre­ver­si­bili. Danni alla demo­cra­zia e alla
    costi­tu­zione; al diritto del lavoro e alle con­di­zioni dei
    lavo­ra­tori, pre­cari e non (se ancora ce ne sono); alla scuola, alla
    sanità, al wel­fare, alle auto­no­mie locali (che da sin­daco non ha mai
    difeso dal patto di sta­bi­lità); a quel che resta della mac­china
    dello Stato, sman­tel­lan­done i capi­saldi in nome del rispar­mio
    e dell’efficienza; al sistema delle imprese e dei ser­vizi pub­blici,
    messi in sven­dita per fare cassa; e, soprat­tutto, danni alla tenuta
    morale della cit­ta­di­nanza, messa per la terza o la quarta volta alla
    prova di una poli­tica fon­data sulle apparenze”. Peccato, caro Guido Viale, che uno dei tre europarlamentari della lista Tsipras su cui ripone tante (evidentemente, mal riposte) speranze, Curzio Maltese, Lunedì 26 maggio si sia espresso (in estrema sintesi) così: “La sinistra, in gran parte il Pd, ha ottenuto il triplo dei voti di Berlusconi. […] Il nostro obiettivo è allearci col Pd e coi partiti socialisti”. Per l’audio integrale delle dichiarazioni di Maltese, cliccare qui: http://video.repubblica.it/dossier/elezioni-europee-2014/curzio-maltese-lista-tsipras-dall-italia-nascono-speranze-per-l-europa/167084/165571
    Cordialmente

  • http://www.twitter.com/FaustoAliberti Fausto Aliberti
  • Michelinux

    Impossibile non concordare con la lucida e attenta analisi di Viale. Finalmente qualcuno che racconta la realtà senza guardarla attraverso lo specchio deformante dei media o del web.
    Ricordo a chi se ne fosse dimenticato in preda all’euforia del 40% del PD, che Renzi era e continua ad essere quello del «sto con Marchionne senza se e senza ma» all’epoca del vergognoso ‘referendum’ di Mirafiori; quello del NO all’acqua pubblica a Firenze pur in presenza di un voto popolare plebiscitario a favore dei beni comuni; quello che irrideva i dipendenti del comune di Firenze dichiarando: «chiamarli Fantozzi sarebbe far loro un complimento».
    Basta uno spot e qualche balla ben confezionata, e gli italiani perdono subito la memoria..

    Grande Viale, articolo eccellente!