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Visioni

Nell’arte dell’inganno la grande commedia umana di Eduardo

A teatro. Carlo Cecchi in due diversi racconti di De Filippo, «Dolore sotto chiave» e «Sik Sik, l’artefice magico». Le farse fanno ridere ma rendono amaro il palato con i loro paradossi

Carlo Cecchi e Angelica Ippolito

Carlo Cecchi e Angelica Ippolito

Due giorni prima del grande coprifuoco che tutto ferma e cancella, aver visto uno strepitoso Carlo Cecchi in due diverse , ma entrambe tanto nere quanto comiche, favole di Eduardo De Filippo, può essere di qualche aiuto ad affrontare e superare questa sorta di stato di guerra non dichiarata, in gran parte giocata tra poteri e informazione. Entrambi i due racconti teatrali infatti scavano nell’arte dell’inganno: le sue radici, la sua pratica, ed anche la circonvenzione di vittime più o meno «capaci». Nella fattispecie un marito esautorato nei suoi sentimenti più intimi da una sorella maniacalmente possessiva, e nell’altro perfino il pubblico di un teatro sulla cui scena si esibisce un grande principe degli strafalcioni, un boss della parola «mess’in croce», un estorsore della più ingenua fiducia individuale.

LE DUE PICCOLE farse di Eduardo non perdonano, e non ammettono discussioni: fanno ridere, e molto, ma rendono anche amaro il palato, con i loro paradossi. Il primo dei due episodi è Dolore sotto chiave, testo quasi mai rappresentato, che gradualmente svela il paradosso di un marito che piange la moglie malata senza poterla avvicinare e neanche vedere per non causarle emozioni che sarebbero letali. In realtà la moglie è morta da molti mesi (e i vicini molesti ne racconteranno anche un funerale vistoso e partecipato) ma la sorella ha tenuto il poveretto all’oscuro, anche se a lui non sarebbe spiaciuto affatto rifarsi una vita altrove. La coincidenza di gelosia e iperprotettività in quella sorella assillante (una bravissima Angelica Ippolito) dispiega un paesaggio, di rapporti e ipocrisie piccolo borghesi, crudele quanto letteralmente «da ridere».

ANCOR più irresistibile è il celebre Sik Sik, l’artefice magico. Qui Cecchi è protagonista, imbonitore sublime di piccoli trucchi da baraccone che non vanno mai in porto, tra la moglie svampita e smorfiosa (ancora una graffiante Ippolito), il compare rimediato all’ultimo momento in sostituzione di quello abituale, e quest’ultimo che pur giunto in ritardo rivendica il suo ruolo.

UNA GRANDE commedia «umana». Dove i trucchi sono scoperti, ma la morale è sotterraneamente robusta, sotto il segno visivo inconfondibile di Titina Maselli, Cecchi sottolinea e fa emergere inusuale forza all’esercizio linguistico di Eduardo: deformazioni lessicali, giochi di parole, frasi fatte e fraintendimenti paradossali scoprono anche miserie e grandezze della lingua con cui comunichiamo, ai confini con l’avanguardia letteraria. Una vera goduria, cui partecipano da protagonisti anche Dario Iubatti e Vincenzo Ferrera, i due compari. Uno spettacolo di bellezza assoluta, e di intelligente crudeltà. Lo spettacolo, visto al teatro Franco Parenti, è attualmente sospeso come tutti, ma se non avverranno possibili cambiamenti di calendario, dal 3 aprile dovrebbe essere in scena all’Argentina di Roma.


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