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Cultura

Nella «città giusta» che ridisegna il senso dell’abitare

GIANCARLO DE CARLO. Un percorso di letture, tra saggi e riedizioni, indagano il tragitto dell’urbanista a cento anni dalla nascita. In un periodo di ridondanti masterplan la sua esperienza di insegnamento si può leggere come una delle più coerenti forme di resistenza all’eclettismo postmoderno

Giancarlo De Carlo, Magistero (1968-1976)

Giancarlo De Carlo, Magistero (1968-1976)

Se il lessico rispecchia i tempi che si vivono, quello di Giancarlo De Carlo ne è una prova evidente. Alle sue parole, quali «riuso», «partecipazione», «abitare popolare» e «territorio», si sono sostituiti quelle di «rigenerazione», «consenso», social housing e smart land. La differenza non è formale. Con i nuovi lemmi è come se si fossero indeboliti i significati riformatori che contenevano i primi. Ad esempio ne esce debilitato il riferimento alle disuguaglianze, alla rendita immobiliare, ritenuta un vanto, o alla salvaguardia degli spazi pubblici, sempre più ristretti. Insomma, il nuovo lessico urbano riflette le ciniche regole neoliberiste che bruciano risorse pubbliche senza concedere nulla in cambio e il linguaggio vi si adegua. Al contrario, quello di De Carlo fu un lessico interpretativo condiviso insieme a una élite di urbanisti e architetti impegnati dagli anni Cinquanta intorno alla questione dei centri storici, alla crescita urbana, alla mancanza di alloggi.

CIÒ CHE RISALTA nella sua opera, specchio del suo argomentare, è la perfetta coerenza tra comportamento etico e l’esito finale della sua produzione urbanistica e architettonica. Alla base della sua teoria c’è la prospettiva ideale della «città giusta», conseguenza di risultati verificabili, responsabili, condivisi.

I saggi che qui di seguito segnaliamo si legano, sul finire delle celebrazioni per i cento anni dalla nascita di De Carlo, all’attualità della sua riflessione sulla città e la storia e di conseguenza sul convivere civile.
Partiamo da Lorenzo Mingardi, con il saggio Sono geloso di questa città (Quodlibet Studio, pp.163, euro 19). È il risultato di un attento scavo storiografico in cui sono illustrate le molteplici difficoltà incontrate da De Carlo a Urbino all’inizio del suo lavoro per trasformare il piccolo centro agricolo marchigiano in una sede prestigiosa di studi universitari.
Il racconto si snoda cronologicamente dalla redazione del Piano Regolatore (1954-64) al «primo brano» dei Collegi universitari (1960) per finire con la Facoltà di Magistero (1968). Si tratta del periodo del suo sodalizio con Carlo Bo, rettore dell’università urbinate e quando era sindaco il comunista Egidio Mascioli.

Mingardi non sviluppa la fase successiva, quella terminata alla fine degli anni Novanta, con il recupero del Teatro Sanzio, del Palazzo Battiferri, l’espansione dei Collegi e la stesura del nuovo Piano Regolatore, e che nel mezzo vide la riprovevole vicenda del recupero dell’area del Mercatale, la quale meriterebbe un saggio a sé per come si riuscì ad attaccare la soluzione decarliana di qualità assoluta.
Dal racconto degli avvenimenti emerge quali e quante difficoltà Giancarlo De Carlo dovette affrontare per vedere affermate le sue idee. Innanzitutto, quelle della sua «città futura» pensata affinché i nuovi insediamenti universitari non fossero isolati, ma integrati al centro storico e i veri «catalizzatori» della vita cittadina, inseriti nella struttura della città. Il contrario, ad esempio, di ciò che a Milano si sta facendo attualmente, spostando dal centro alcune sedi universitarie.

PRESE POI POSIZIONE perché la tutela del tessuto edilizio storico non fosse una pratica passiva di conservazione dell’esistente. Scrisse che quando ci si trova davanti a «un edificio del passato è per destrutturarlo dei suoi significati originali e poi ristrutturarlo in un nuovo contesto di significati». Solo in questo modo si può affermare di «essere nella storia».
Salvifica fu per Urbino la legge speciale che nel 1968 permise l’individuazione delle risorse economiche affinché il programma di De Carlo si realizzasse nei modi desiderati. Lo accompagnarono però, un numero infinito di polemiche e discussioni. Coesistevano in contrasto tra loro, da un lato le rigidezze nell’applicazione delle norme per la conservazione dell’isolato storico dell’ex convento di Santa Maria della Bella, spazio prescelto per la facoltà di Magistero, dall’altra le deroghe dell’amministrazione al suo Piano generale che permisero nelle aree di espansione della città nuova di costruire «edifici di speculazione abnormi».
Della tenace ostinazione e della combattiva ricerca di De Carlo sono testimonianza le sue opere oggi considerate una esemplare prova di coraggio e di rispetto nei confronti della storia e del paesaggio nel segno della modernità.

Preservarle è diventato l’impegno dell’Università che nel 2015 ha ottenuto dalla Getty Foundation il finanziamento per il restauro dei Collegi. La pubblicazione I Collegi universitari di Giancarlo De Carlo a Urbino (Mimesis, pp. 428, euro 34), illustra l’analisi, il progetto e il piano di manutenzione elaborato per il programma Keeping it Modern della fondazione statunitense.
Coordinato da Maria Paola Borgarino con la supervisione di Monica Mazzolani e Antonio Troisi, il conservation plan adottato si presenta come un insieme di buone pratiche applicate in una visione dinamica dei cambiamenti fisici e sociali intervenuti nel complesso edilizio: due forme entrambe di «invecchiamento». Intervenire per darne soluzione non ha significato, però, musealizzare i Collegi, bensì trasformarli secondo i nuovi bisogni degli studenti. Atraverso un questionario, sono stati ascoltati anche se le loro voci, forse, non permetteranno di «aiutare a creare forme significative e stimolanti» come, racconta Donlyn Lyndon, ancora accadeva all’International Laboratory of Architecture and Urban Design (Ilaud).

I LABORATORI ESTIVI ideati da De Carlo dal 1976 al 2003 furono il vivace luogo di scambio, antiaccademico e itinerante (Urbino, Siena, Venezia) tra studenti e docenti per la ricerca e il confronto intorno lo spazio fisico dell’uomo. Intorno a questa singolare esperienza la raccolta di testimonianze contenute in Giancarlo De Carlo and Ilaud. A movable frontier, a cura di Paolo Ceccarelli (Fondazione OAMi, pp.212, euro 20) sono un utile strumento di conoscenza anche in rapporto agli anni che stiamo vivendo. Infatti, in un periodo di ridondanti masterplan che assecondano l’incultura di committenti impazienti di «oggetti» architettonici (Zardini), l’esperienza didattica di De Carlo si può leggere come una delle più coerenti forme di resistenza all’eclettismo postmoderno.
Nelle lezioni che nel 1993 tenne alla facoltà di Architettura di Genova a conclusione della sua prolifica carriera – ora in La città e il territorio. Quattro lezioni, a cura di Clelia Tuscano (Quodlibet, pp. 209, euro 16) – illustrò in una mirabile sintesi storica, come le «città siano rimaste senza contesto, e quindi in balia delle forze incontrastate che generano la loro espansione». Le «forze» egemoni sono quelle prodotte dal famelico capitalismo finanziario che ha scelto di essere «urbano-centrico» dimenticandosi del territorio: «entità passiva e morta».
Dalla città romana attraverso il Medioevo, il Rinascimento, il Barocco e l’Illuminismo per arrivare al Movimento Moderno, l’excursus di De Carlo è una lettura operativa della storia dell’architettura alla ricerca delle sedimentate tracce e dei manufatti dell’uomo per comprenderli e riannodarvi il nostro spazio presente.

IL SUO OSTINARSI sull’importanza del principio di reciprocità tra città e territorio è l’invito che ci rivolge perché riprendano ad esistere «strutture che siano consecutive e forme che siano coerenti» pur dentro un «altro tipo di ordine» perché il vecchio è ormai smarrito per sempre. Occorre altro che la fantasia, ma senso di responsabilità, «orgoglio e consapevolezza critica». Per questo l’architettura e l’urbanistica erano per De Carlo uno strumento politico, anche se si continua a negarlo.

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SCHEDA: TRIENNALE
Con la mostra solo sui «Quaderni» si perde una preziosa occasione

Come, per celebrare Giancarlo De Carlo, la Triennale abbia potuto limitarsi a un’esposizione come quella concepita raccolta intorno ai suoi Quaderni (fino al 29 marzo), è segno di quanta poca sensibilità circoli in ciò che ancora ci si ostina a definire l’élite culturale di Milano. I sedici Quaderni che accompagnano dal 1966 al 2005 l’intera carriera professionale di De Carlo sono documenti importantissimi, poco conosciuti e finora custoditi dalla figlia Anna. Avrebbero potuto costituire l’elemento clou di una mostra eccellente che il Palazzo di Muzio non vede dal 1995. Invece, in ritardo sulla celebrazione, si sceglie di esporre i Quaderni con poco materiale documentario di contorno, qualche plastichetto e neppure lo sforzo di inserire le edizioni originali dei sui celebri saggi. Un qualsiasi dipartimento universitario avrebbe fatto meglio. Infine, la mostra si annuncia insieme ad altre due, quelle degli artisti Francesca Torzo e Corrado Levi, riducendone ancor più il rilievo, come se la quantità debba soddisfare sempre le regole del marketing.
Così in attesa che un editore attento sappia restituirci la bellezza tattile dei quaderni-collage di De Carlo, cogliamo l’occasione per leggere qualcosa di suo al volo. Ad esempio che «odiava» essere definito un «intellettuale politico» solo perché solidale con i giovani del ’68, oppure che non l’entusiasmava l’Expo di Osaka, «la solita spesa di denaro pubblico per la gloria e gli affari del potere», o ancora che nutriva ottimismo, al contrario di alcuni suoi «stanchi» colleghi, sul futuro delle loro aree dismesse delle ferrovie dello stato. Chissà cosa avrebbe detto oggi, davanti alle astute manovre di quell’ente sul «bene comune» degli scali milanesi. Dai suoi scritti si potrebbe facilmente dedurlo, ma di questo tema e di altri avremo modo di riparlare. (m. giu.)


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