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Cultura

Nel presente ingestibile ci si allena al conflitto. Ma con moderazione

Saggi. «Combattere la postdemocrazia», l’ultimo saggio del sociologo Colin Crouch, tradotto per Laterza. L’autore britannico vede nella crisi globale uno dei segni del declino

A vent’anni dalla formulazione del concetto di post-democracy, (è del 2000 il saggio Coping with Post-Democracy, sviluppato nel fortunato Postdemocrazia del 2003), Colin Crouch ritorna, con intento autocritico, sul concetto con Combattere la postdemocrazia (Laterza, pp. 196, euro 18, traduzione di Marco Cupellaro).

SIN DALLA PREFAZIONE Crouch avverte: «se la postdemocrazia ci ha condotto fin qui, “gestirla” non è più sufficiente: occorre combatterla». Dopo avere cercato una sorta di compromesso fra una postdemocrazia che, come la globalizzazione, gli appariva ineluttabile, e le spinte anti-democratiche che potevano essere contenute in nome di una sorta di capitalismo ben temperato capace di ripensare se stesso in nome del proprio stesso interesse (vedi il contributo interno al volume curato da Jacobs e Mazzucato, Ripensare il capitalismo, Laterza 2017) o di una poco convincente “socialdemocrazia assertiva” (Quanto capitalismo può sopportare la società?, Laterza 2014), Crouch riconosce di aver compiuto tre errori nell’analisi della politica postdemocratica. Il primo è di aver sopravvalutato quei «momenti democratici» nei quali spinte esterne ai professionisti della politica in qualche modo sono in grado di riequilibrare il rapporto fra cittadini e «professionisti della politica»; il secondo, la sottovalutazione dei movimenti populisti e xenofobi, fraintesi come reazione più o meno positiva alle tendenze postdemocratiche, laddove ne rappresentano una esasperazione; infine, di aver sottovalutato la capacità di classi sociali medie e basse della società postindustriale di esprimere una propria politica, convinto (all’epoca) che «nelle società postindustriali le classi non sviluppano un’autoscienza».

PAREVA A CROUCH che tanto i movimenti populisti quanto quelli femministi potessero essere considerati una sorta di positiva iniezione di democrazia, finalizzata, beninteso, a una rivitalizzazione dei partiti e delle classi dirigenti. A farlo ricredere è stata la crisi economica del 2008. Fermo restando che «avere “più democrazia” non sarebbe bastato a salvarci dalla crisi finanziaria del 2008», Crouch vede in questa crisi globale (e nella peculiare conseguenza della crisi del debito sovrano europeo) uno dei segni caratteristici della postdemocrazia sia sul lato delle cause – l’impossibilità di fronteggiare la crisi con gli strumenti di una forte regolamentazione antitrust e della proprietà pubblica –, sia su quello degli effetti – «il predominio del “popolo del mercato” sul “popolo dello Stato”».

PREDOMINIO che si sostanzia anche con l’estensione del mercato ad ambiti dai quali esso era un tempo assente, attraverso il New Public Management, che abolendo il confine fra settore pubblico e privato con l’estensione al primo di metodi e criteri improntati al libero mercato, porta le società postdemocratiche in una situazione che altri, più radicali approcci descrivono da tempo attraverso concetti come «società del controllo» e «decostituzionalizzazione». Per Crouch, non siamo ancora al totale predominio politico delle grandi imprese, ma vi siamo avviati.

A rendere più cupo il quadro è la «scoperta» che la «politicizzazione del pessimismo nostalgico», ovvero la protesta populista e xenofoba, è un rimedio peggiore del male: l’uso distorto, rispetto agli ipotetici fini comunicativi, dei social media, la capacità di poche grandi corporation di controllare non solo l’estrazione della ricchezza sociale attraverso l’acquisizione di dati personali sensibili, ma anche di generare uno pseudo-dibattito in grado di orientare la pubblica opinione (Cambridge Analytica), e la virulenza dell’alt-right, che lungi dall’essere un’alternativa al neoliberismo si dimostra in grado di proporre a questo un comune modus vivendi, minacciando la democrazia «non tanto per le idee e i valori che trasmette», quanto per l’attacco alle istituzioni poste a difesa della democrazia. Nondimeno, il sorgere di movimenti ambientalisti e femministi lascia sperare Crouch nello sviluppo di una cittadinanza più critica e consapevole, in opposizione alle spinte postdemocratiche.

MA È PROPRIO su questo terreno che Crouch rivela la sua debolezza: al netto di alcune tare (una visuale occidentalocentrica, una superficiale conoscenza dei movimenti femministi, una scarsa comprensione del carattere globale dei movimenti migratori), manca a Crouch, oggi come ieri, una capacità di lettura radicale del capitalismo del terzo millennio, e dei soggetti sociali che lo agitano. Il neoliberismo sembra essere uno dei possibili esiti che il capitalismo poteva darsi, e non l’intenzionale risposta del capitale al ciclo di lotte mondiali degli anni’60-’70: solo a questo prezzo Crouch può pensare a un’alternativa alla postdemocrazia che non preveda un’uscita dal capitalismo.

Fatto è che per Crouch la democrazia sembra per un verso essere l’idealizzazione della democrazia borghese, depurata del segno di classe delle istituzioni create dalle lotte e dai conflitti sociali del passato; e dall’altro, proprio in quanto idealizzata, qualcosa di impensabile nei termini di una democrazia radicale e sovranazionale che si può rintracciare nel pensiero di autori come Appadurai, Butler, Mbembe, Negri e Hardt, Fisher come segno di quell’orizzonte di possibilità cui fanno segno le lotte globali in atto. Detto altrimenti, rimane il mistero del perché un pensatore riformista e tutto sommato socialdemocratico sia considerato un pensatore della sinistra radicale. Segno dei tempi, probabilmente.


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