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Editoriale

Negazionismo, il pericolo del reato

«Siamo di fronte a una di quelle misure che si rivelano al tempo stesso inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che vorrebbero debellare, e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi». Queste parole le scrisse nel 2007 Stefano Rodotà per contestare la proposta, venuta dall’allora ministro della giustizia Mastella, di introdurre nel codice penale il reato di negazionismo, prevedendo la prigione per chi neghi l’esistenza storica della Shoah. Quella norma non venne mai approvata dal Parlamento, ma il giudizio di Rodotà torna attuale dopo che la commissione giustizia del Senato ha dato il primo via libera a un disegno di legge di larghissime intese (dal Pd al Pdl, da Sel ai Cinquestelle) che modificando l’articolo 414 del codice penale stabilisce la reclusione fino a 5 anni per chi «nega l’esistenza di crimini di guerra o di genocidio o contro l’umanità».

Nel 2007 la proposta Mastella suscitò nell’opinione pubblica reazioni di plauso ma anche di decisa contrarietà. Alcuni dei più autorevoli storici italiani – da Carlo Ginzburg a Giovanni De Luna, da Sergio Luzzatto a Bruno Bongiovanni – promossero un appello contro il reato di negazionismo, in cui si affermava tra l’altro che «ogni verità imposta dall’autorità statale non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale». Posizioni analoghe vennero espresse da intellettuali europei come Paul Ginsborg e Thimoty Garton Ash: «La negazione dell’Olocausto – scrisse Ash – va combattuta nelle scuole, nelle università, sui nostri media, non nelle stazioni di polizia e in tribunale».

Sei anni dopo, trovo che le argomentazioni dei contrari al reato di negazionismo restino totalmente valide. Lo Stato non può e non deve intervenire in tema di libertà del pensiero, della parola, della ricerca storica; non può e non deve nemmeno di fronte ad affermazioni miserabili e aberranti come la negazione o la minimizzazione di un fatto – lo sterminio pianificato e sistematico di milioni ebrei da parte del nazismo e dei suoi alleati – che solo persone in malafede o incapaci d’intendere possono mettere in discussione. Il negazionismo è una vergogna ed è un orrore da combattere ogni minuto compiendo tutti gli sforzi possibili per far vivere e per trasmettere la memoria della Shoah; da combattere con tutti i mezzi tranne uno, vietare per legge la negazione di questa evidente e terrificante verità storica.

Ma oggi c’è persino una buona ragione in più, una ragione «empirica», per opporsi a questa scelta dei nostri legislatori. Nei paesi europei dove il negazionismo è reato da diversi anni – Francia, Germania, Austria, Lituania, Romania, Slovacchia… – questo non ha impedito il progressivo emergere di forze apertamente xenofobe e in più di un caso esplicitamente antisemite.

Così – è solo un esempio tra tanti, ma un esempio indicativo – il negazionista sedicente storico David Irving è considerato una macchietta a casa sua, in Inghilterra, dove il reato di negazionismo non esiste ma dove conta, e conta molto, la reputazione pubblica, mentre in Austria, dove è stato processato e condannato per le sue divagazioni deliranti, può atteggiarsi a vittima ottenendo larga e gratuita pubblicità. Infine. Lo dico da ebreo, da ebreo la cui famiglia ha lasciato dieci corpi nei forni di Auschwitz: io trovo svilente che nel mio paese – come prima in altri paesi europei – per affermare il carattere raccapricciante e «unico» della Shoah, per affermare dunque una verità di assoluta evidenza, si pensi di dover ricorrere a una norma di legge. L’idea di una verità storica di stato non solo è di per sé inaccettabile, ma in questo caso rischia di offrire un alibi all’incapacità che abbiamo tutti come corpo sociale – nella scuola, nella famiglia – di contrastare il negazionismo sull’unico terreno appropriato: il terreno dell’educazione, dell’informazione, della cultura. Insomma della società.

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