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Editoriale

Mi riprendo il manifesto, per un grande «salto» in avanti

Salto con l'asta. Come una canna al vento, questo giornale resiste, indispensabile, da quarantatre anni. Partecipare al riacquisto della testata è l’impegno collettivo per un nuovo inizio

Un’improvvisa raffica di vento

Il manifesto di martedì ci propone un «salto con l’asta» per diventare padroni della storica testata che i liquidatori si apprestano a vendere all’asta entro la fine dell’anno.

Dobbiamo prendere sul serio il solito squisito gioco di parole delle titolazioni manifestine. Siamo pronti a saltare, compresi quelli come me poco temprati a pratiche sportive e già un po’ avanti con l’età.

Non è un inchino tardivo al diritto proprietario borghese. Si tratta di salvare la nostra identità da un ennesimo ed estremo tentativo di spoliazione. Il manifesto è parte integrante della storia del movimento operaio e della sinistra italiana. Entrambi non godono di buona salute da diverso periodo a questa parte.

Ma proprio per questo bisogna che il giornale della sinistra sopravviva. Non per fare testimonianza in un angolo della società e del dibattito politico-culturale. O peggio come prezioso reperto di un glorioso passato. Ma come elemento attivo e propulsivo della rinascita di un nuovo pensiero della sinistra che sia stimolo e riflesso nel processo per la costruzione di una nuova coalizione sociale e di un soggetto politico entro la più grave crisi economica, sociale, ambientale e democratica che il capitalismo europeo ha conosciuto nella sua non breve storia.

Scriveva Luigi Pintor il 28 aprile del 1971, data di nascita del manifesto:

«Se dunque questo giornale dovesse soltanto servire a una protesta, a una battaglia ideale contro l’ordine di cose esistente, già questa non sarebbe una fatica sprecata … Ma questo non potrebbe bastare».Luigi Pintor, 28 aprile 1971

Il rifiuto per Pintor era importante ma non sufficiente. Non voleva fare la fine del celebre scrivano di Melville. «Se non fosse questa la nostra convinzione, non ci saremmo impegnati in un lavoro e in una lotta che hanno per scopo ultimo la formazione di una nuova forza politica unitaria della sinistra di classe. E non faremmo, ora, questo giornale».

Quarantatre anni sono passati da quando queste parole furono pensate e scritte. È cambiato tutto: il quadro internazionale; la natura delle forze politiche in campo e la loro nomenclatura; i caratteri del nostro grande avversario, il capitalismo; i soggetti sociali si sono come sbriciolati o hanno cambiato volto; quando si dice sinistra si fatica pure a trovarla, almeno nel nostro paese.

Eppure chi non sottoscriverebbe quelle parole anche oggi? Il loro significato profondo si è conservato e rafforzato man mano che il mondo cambiava in peggio.

In fondo si tratta di tornare alle origini di una straordinaria avventura politica e intellettuale.

Ed è un buon ritorno. Nomina sunt substantia rerum. Quando i fondatori scelsero, quasi temerariamente, il nome della testata era evidente il voluto richiamo all’insuperabile «Manifesto del Partito Comunista» di Marx ed Engels del 1848. Ma che non si trattasse di un’operazione intellettualistica fu evidente fin dal primo numero del manifesto, non solo nel già citato editoriale di Pintor, ma anche nella prima parte del lungo titolo di apertura «Dai duecentomila della Fiat riparte oggi la lotta operaia». E qualcosa di quel titolo lontano è tornato nei commenti successivi alla grande manifestazione del 25 ottobre di quest’anno: il legame indissolubile di questo giornale con i movimenti reali.

Acquistare la testata, dopo le tante traversie economiche e politiche che il giornale ha attraversato, resistendo come una piccola canna al vento che si piega all’occorrenza senza spezzarsi mai – grazie anche al sacrificio personale delle compagne e dei compagni che hanno donato tempo e intelligenza, rinunciando a più comodi percorsi professionali – non significa solo tornare «padroni di noi stessi».
Significa molto di più. Ed è in nome di quel di più che ci si può rivolgere a tutte e a tutti per chiedere un sostegno non solo morale e politico, ma materiale, che sarà decisivo per condurre in porto la sfida dell’acquisto della testata.

Significa mantenere aperto e allargare ancora di più uno spazio intellettuale e politico di ricerca e di riflessione comune per tutti coloro che considerano le sconfitte subite dalla sinistra non definitive.

Per coloro, persone e movimenti, intellettuali e militanti, forze organizzate e sinistra diffusa, riformisti e rivoluzionari ( restituendo a questo parole un senso che è stato capovolto) che si impegnano nella critica del capitalismo contemporaneo e delle sue cangianti mutazioni; che non sacrificano a questa ricerca l’attenzione indignata e costante alla ingiustizia e alla lotta quotidiane; che fanno della testata di un quotidiano comunista non solo una bandiera da mettere orgogliosamente in evidenza ben ripiegata nella tasca della giacca o nel palmo chiuso della mano, ma lo strumento indispensabile per rendere pubblica la loro parola, senza il quale resterebbero muti.

Partecipa su: miriprendoilmanifesto.it

  • Roberto

    Cari compagni del manifesto, mi spiacerebbe davvero vedervi soccombere. Devo dirvi, però, che se a salvarvi saranno sponsor e “azionisti” come l’autore di questo articolo – di cui non intendo negare la buona fede – potrete puntare al massimo a una modesta sopravvivenza. Insomma, se salto con l’asta deve essere, prendete il volo attenti a non atterrare negli anni ’70.
    Luigi Pintor non può che essere un riferimento straordinario per questo giornale, se non lo si riduce a una madonna pellegrina da portare in giro ad ogni raccolta di fondi. Bisogna afferrarne la lezione di avversario di ogni retorica sedativa, bisogna assumerne la posizione etica e politica di intellettuale comunista irriducibile al ruolo di megafono della sinistra (“un giornale è un giornale”).
    Non è tempo di volantoni nazionali, né, men che meno, di contenitori informi di news e tribune politiche (nel senso della Rai e della par condicio).
    Più di tutto, c’è bisogno di seminare nuova curiosità rivoluzionaria, di diffondere attitudine all’analisi e alla critica protestante, lungo la linea della tradizione migliore del manifesto quotidiano comunista. Il prezzo potrebbe essere alto ma non nuovo, né proibitivo: si tratta di volere uno stile di dignitosa povertà e di affrontare i soliti risentimenti negli ambienti della sinistra costituita.