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Alias Domenica

Memorie dall’Azerbaijan, passando dalla Rivoluzione russa

Letteratura azera. Umm-El-Banine Assadoulaeff, «I miei giorni nel Caucaso», da Neri Pozza

Ashraf Heybat, «The daily life of rural Azerbaijan»

Ashraf Heybat, «The daily life of rural Azerbaijan»

Quando Umm-El-Banine Assadoulaeff morì nel 1992, «Le Figaro» scelse come suo epitaffio questa descrizione: «era una di quelle persone dalla vita romanzesca, che attraversano un secolo, attraendo a sé come un magnete le persone più interessanti».
A seconda che prevalesse la versione originale azera, o quella russa, si faceva anche chiamare Asadullajeva, ma scelse come nome letterario il più semplice Banine, e così esordì in tempo di guerra, nel 1942, pubblicando presso Gallimard il suo primo libro Nami.

Molti erano gli scrittori (tra cui Henry de Montherlant e André Malraux) che da tempo la spronavano a scrivere memorie del suo paese d’origine, l’Azerbaijan e della sua esistenza avventurosa, attraverso la Rivoluzione russa e in esilio.

In italiano era uscito finora soltanto Ho scelto l’oppio (Massimo, 1965) cronaca della sua conversione al cattolicesimo, avvenuta nella maturità. Ora opportunamente Neri Pozza manda in libreria il notevole I miei giorni nel Caucaso (in uscita giovedì, traduzione vivace di Giovanni Bogliolo, pp. 303, € 19,00) uscito per la prima volta da Juilliard nel 1946, e ora presentato con una prefazione di Ernst Jünger, al quale l’autrice fu a lungo legata (a lui dedicò il volume Rencontres, 1951). La sua vicenda autobiografica mette al centro la clamorosa avventura della scoperta dei giacimenti petroliferi a Baku e dintorni.

L’Azerbaijan, fino a quel momento, era una regione povera, dedita a agricoltura e pastorizia, poi in brevissimo tempo le famiglie che possedevano i terreni divennero ricchissime. La capitale era fiorita di palazzi di stile russo e tedesco (la Germania, come spiega con notevole ironia l’autrice, era il paese scelto come modello in tutti i campi); mentre i giovani abbandonavano l’Islam per seguire modelli internazionali, attirandosi l’anatema dei loro fratelli maggiori. In questo senso è memorabile la figura della nonna, enorme e torreggiante, sempre pronta a scagliare insulti contro il figlio, i nipoti, e la balia baltico-germanica, pallida e assai compita, che Banine vede come propria personale nemica.

Destinata a un matrimonio combinato, anche se con assai meno vincoli di altre sue parenti, riuscì a lasciare il consorte dopo la rivoluzione, abbandonandolo a Istanbul, e realizzando il sogno di vivere a Parigi.

Lo sviluppo del libro, in cui l’osservazione è spesso acuta e ironica, ricorda per certi aspetti le trame, assai più melodrammatiche, del romanzo nazionale azero Alì e Nino (uscito in italiano dal Saggiatore nel 2000), una specie di Romeo e Giulietta moderno, sullo sfondo dello scontro tra armeni e azeri, opera del misterioso Khurban Said, acuto biografo di Stalin (che aveva conosciuto poco più che bambino a Baku) con il nome di Essad Bay.

Banine conclude il suo libro con la partenza per una Istanbul già profondamente segnata dalle decisioni moderniste di Atatürk: di lì a poco sarebbero iniziati i suoi Jours parisiens, ricchi di avventure e incontri.