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#mediorientexpress

Dal 21 maggio al 9 giugno il manifesto vi porterà in viaggio nel cuore del Medio Oriente, tra iracheni, curdi e siriani, le loro storie e le loro lotte.
Da Baghdad al Sinjar fino al Rojava del confederalismo democratico.
Articoli, foto e video nel racconto in presa diretta della nostra inviata Chiara Cruciati

Prima tappa: Baghdad

Il simposio iracheno

«Sono colui la cui letteratura può essere vista anche dal cieco e le cui parole ascoltate anche dal sordo». Con questi versi, sulla riva orientale del Tigri, Abu Tayyib al-Mutanabbi spinge ad addentrarsi nel più iconico tra i luoghi simbolo di Baghdad. La statua del poeta di epoca abbaside, interlocutore critico dei re incontrati nel suo peregrinare e penna che ha plasmato la lingua araba

L’Iraq si ritrova a piazza Tahrir per chiedere giustizia, la polizia gli spara addosso

Dal sud e dalla capitale migliaia di manifestanti protestano per i 35 omicidi mirati di attivisti avvenuti negli ultimi mesi e senza colpevoli. Al tramonto l’esercito si ritira e gli agenti anti-sommossa riprendono la piazza con la violenza. Aumentano le sparizioni forzate: «Un metodo alternativo per silenziare la protesta. Ma che differenza c’è con la morte?»

Più poveri e senza diritti, le macerie del lavoro in Iraq

Sindacati troppo deboli, l’unica è scioperare. Ma chi lo fa viene accusato di terrorismo. I bambini sfruttati sono la norma. E la pandemia produce altri due milioni di disoccupati

Iraq, pozzi di petrolio sull’uscio e niente corrente in casa

A Baghdad ogni poche ore salta la luce. Qualche secondo di blackout, poi le lampadine si riaccendono, riparte il wifi, ritorna il sibilo dei condizionatori. Succede di continuo, nessuno sembra farci caso.

Le femministe di Baghdad in rivolta contro patriarcato e fatalismo

L’ultima rivoluzione. Violenze domestiche, discriminazioni e diritti negati. I movimenti delle donne irachene premono per una legge già scritta ma mai approvata per ragioni politiche. «Siamo nel 2021 e leggi tribali non scritte prevalgono ancora su quelle dello Stato» denuncia Batool, aspirante giornalista

Seconda tappa: Sinjar

Entrare a Shengal (Sinjar in arabo) non è un’impresa facile. Regione del nord-ovest dell’Iraq, è tuttora contesa tra il governo centrale iracheno e il governo regionale del Kurdistan iracheno. Da Erbil a Sinjar si impiegano tre ore di auto. Noi ci abbiamo messo due giorni e mezzo, rimandati indietro ai checkpoint, fermati per ore, privati anche dei telefoni. Ma alla fine siamo arrivati.

L’autonoma Shengal nata tra le montagne

Sul monte Sinjiar le famiglie ezide sono arrivate a piedi per lasciarsi alle spalle la ferocia dello Stato islamico, ancora visibile tra le rovine, e costruire un modello di società condivisa, ecologica e matriarcale. Alla ricerca di un riconoscimento ufficiale

La fuga da Shengal nell’agosto 2014 e dall’attacco e il massacro dell’Isis nelle parole di Naam, membro dell’Assemblea delle donne yazide (Taje), impegnata nel recupero e il ritorno nella comunità delle migliaia di donne rapite e schiavizzate dallo Stato islamico

Un giovane yazida racconta la battaglia nel centro storico di Shengal City tra Isis e forze curdo-siriane e gli effetti dei bombardamenti americani. La città vecchia è ancora in macerie, mai ricostruita. Mentre la metà della popolazione yazida, 250mila persone su 500mila vive ancora da profuga.

Le donne ezide che esistono e resistono

L’altra metà dell’Iraq. Rapite e vendute come schiave da Daesh dopo il massacro del 2014, hanno preso le armi per difendersi. E oggi guidano la rinascita. Ma all’appello ancora ne mancano 1.117. A Shengal si curano le ferite di un dramma collettivo

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Terza tappa: Rojava

Dal Kurdistan iracheno al Rojava. Breve viaggio nel confederalismo democratico

Scatti dal Rojava

Nel Rojava decine di migliaia di civili hanno aderito in questi anni alle forze di autodifesa curde maschili e femminili, le Ypg e le Ypg, contro l’Isis prima e oggi contro l’occupazione turca. 11mila martiri, 27mila feriti, 5mila disabili. A Qamishlo li troviamo nella Casa dei Feriti dove lavorano a un reinserimento nella società.

Uno Stato islamico in miniatura

La città di Al-Hol dista appena qualche centinaio di metri dal campo. Chi arriva in auto la vede da lontano, una macchia di edifici interrompe l’ocra del deserto e fa solo intravedere il bianco e il grigio di migliaia di tende. Una conformazione innaturale che cresce di intensità via via che ci si avvicina all’ingresso del campo.

L’insediamento non è nuovo: era stato aperto nel 1991 dai rifugiati iracheni in fuga dalla prima guerra del Golfo. Si è moltiplicato negli ultimi tre anni con l’arrivo in massa delle famiglie dei miliziani dell’Isis catturati dalle Forze democratiche siriane (Sdf). Non è un campo rifugiati, è una città senza alcuna delle caratteristiche di una città. È un campo chiuso, un luogo di detenzione, uno Stato islamico in miniatura.

È un buco nero, foraggiato dal voluto oblio internazionale. Le 60mila persone che ci vivono sono solo in parte siriane. Ci sono qualche centinaio di miliziani, per il resto sono bambini e donne da 60 paesi del mondo, figli e mogli degli islamisti, ma anche membri attivi del progetto statuale di Daesh tra Siria e Iraq.

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Nel Rojava si autogestisce anche l’assenza

Nel campo di Washokani 15mila sfollati hanno ricreato una «little Serekaniye», la loro città occupata dalla Turchia: comuni, assemblee di quartiere e comitati. Mentre ad Afrin l’occupazione turco-islamista prosegue nell’operazione di ingegneria demografica

Il campo di Washokani è sorto il 24 ottobre 2019 alle porte della città di Hasakah, nel Rojava, a due
settimane dal lancio dell’offensiva turca contro il nord-est siriano.
Qui vivono 2.373 famiglie provenienti dalla città di Serekaniye e dai villaggi alla sua periferia, da un
anno e mezzo occupati da forze turche e milizie islamiste. Un totale di 14.714 persone di cui la metà
bambini.

Nella guerra contro lo Stato islamico, le unità di autodifesa curde maschili e femminili Ypg e Ypj hanno perso 11mila combattenti. Decine di migliaia i feriti. Di questi 5mila sono disabili permanenti. Il racconto del combattente Ypg Sero, intervistato nella Casa dei feriti di Qamishlo.

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