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Alias Domenica

McIntosh, una trama alla deriva tra relitti dell’era digitale

Scrittori americani. In un pastiche di stili, generi e diversi formati tipografici, un romanzo costruito su una fragile impalcatura noir: ilMistero.doc, dal Saggiatore

Gregory Crewdson, «The Father» dalla serie «Beneath the Roses», 2007

Gregory Crewdson, «The Father» dalla serie «Beneath the Roses», 2007

Le carte personali di uno scrittore sono da sempre una risorsa preziosa per gli studiosi: dai manoscritti agli epistolari, dai taccuini di appunti alle note scarabocchiate sui libri, ogni indizio può risultare utile a illuminare le varie fasi di stesura di un romanzo, a svelare le fonti utilizzate dall’autore e quindi a ricostruire l’evoluzione del testo. Con l’avvento dei primi software di scrittura (dallo spartano Wordstar che girava su sistemi Dos e viene usato ancora oggi da nostalgici come George R. R. Martin, fino ai più moderni Word Processor) il computer è diventato parte integrante dell’officina dello scrittore, nonché strumento indispensabile per il critico letterario.

Già da trent’anni gli archivi di alcune università statunitensi custodiscono, insieme ai manoscritti, computer e supporti informatici utilizzati dagli scrittori per la stesura delle loro opere: nel 2006, Salman Rushdie ha donato alla biblioteca della Emory University di Atlanta i suoi laptop, mettendo a disposizione degli studiosi il loro contenuto. Va da sé che nei prossimi anni gli archivi digitali raccoglieranno le e-mail, i tweet, i profili Facebook e le Instagram Stories degli scrittori contemporanei, forse conservando anche i file con le modifiche e i suggerimenti degli editor.

Un’opera gargantuesca
Secondo romanzo dello scrittore statunitense Matthew McIntosh, ilMistero.doc (traduzione di Luca Fusari, Il Saggiatore, pp. 1600, € 39,00) si configura come una riflessione metafinzionale sul processo della scrittura creativa e sulla fruizione letteraria e mediatica nell’era di internet e dei social network. Nonostante il titolo richiami quello di un documento in formato Word – la versione digitale di un manoscritto d’autore – il libro somiglia, in realtà, a una gigantesca memoria virtuale contenente le suggestioni mediatiche, letterarie e autobiografiche che hanno contribuito alla scrittura del romanzo.

La trama principale di quest’opera gargantuesca, composta da un pastiche di stili, generi e formati tipografici e visuali differenti, si regge sulla sua fragile impalcatura in stile noir: un uomo si sveglia in una casa sconosciuta senza alcuna memoria di sé e della propria vita; secondo la vicina, egli sarebbe uno scrittore al lavoro da undici anni su un «giallo post-post-neo-moderno», ma il suo pc contiene un unico file chiamato ilmistero.doc, che, una volta aperto, risulta vuoto. Forse il file è proprio il romanzo che stiamo leggendo, o forse è l’esistenza stessa dello scrittore a frammentarsi in una serie di dati digitali, come riflette egli stesso nel libro: «Be’, presto anche noi saremo fuori tempo, e che cos’avremo lasciato? Un cassetto di fotografie, lettere, appunti, striscioline di carta. Un cassetto di jpeg, tif, pdf, mp3, midi, wav, aiff, mpg, mov».

IlMistero.doc esplora ogni possibile strategia di fruizione artistica, mediatica e digitale a disposizione dell’utente/scrittore nel nuovo millennio: tra le sue pagine incontriamo stringhe di codici informatici, fermoimmagine di film popolari, annunci pop-up, link che rimandano a pagine web, commenti lasciati da visitatori su forum online, liste di siti risultati da ricerche su Google, trascrizioni di file audio, fotogrammi di video pubblicati su YouTube, dialoghi in chat; ma anche foto di famiglia, cartoline, trascrizioni di conversazioni private, memorie intime di amici e parenti.

Questo materiale eterogeneo è accompagnato da una scrittura che riproduce in modo eclettico linguaggi, gerghi e stili differenti (dal thriller al memoir, dalle e-mail commerciali ai messaggi con emoticon) grazie anche all’ausilio di accorgimenti tipografici di vario tipo: pagine ricoperte di asterischi si alternano a brani cancellati in nero o a fogli lasciati interamente bianchi. In questo modo la fruizione di alcune parti del libro è più simile a quella di un graphic novel o di un’installazione artistica che alla lettura di un romanzo vero e proprio.

Quasi a fornire una giustificazione a questo organismo eterogeneo, la voce narrante dello scrittore a un certo punto afferma: «A mano a mano che il libro si complica, prendendo i diversi ingredienti che aggiungo, crea a sua volta forme diverse – forme che non ho mai visto, che non avevo in programma – e così nelle parole e nelle frasi che già c’erano si addensa molto più significato di prima, e finalmente cominciano ad avere senso – più senso di prima, raggiungono nuovi livelli di significato».

Il lettore è costretto a navigare senza una precisa direzione tra questi relitti dell’era digitale, che sembrano vagare alla deriva nel testo privi di un ordine apparente; anzi, è il narratore stesso a suggerire la necessità di una fruizione attiva: «Lettore, sta a te decidere se il paragrafo, pur breve, è pertinente con la nostra indagine o no. Se decidi di no, allora tralascialo del tutto, dimenticalo, passa oltre». Sfogliando le pagine che riproducono l’immensa memoria – digitale e organica – dello scrittore, chi legge prova un senso di frustrazione e ammirazione per questo «romanzo esploso» che è al tempo stesso originalissima opera letteraria e intrigante esperimento comunicativo.

Forse la definizione più azzeccata a questo tipo di testo si ritrova nel primo capitolo di quel capolavoro della letteratura postmodernista che è L’opera galleggiante di John Barth, dove il narratore descrive il proprio libro come uno showboat su cui va in scena uno spettacolo: «Il battello non sarebbe ormeggiato, ma andrebbe su e giù per il fiume con la marea, e il pubblico sarebbe seduto sulle due sponde, in grado di cogliere la parte della trama che per caso si svolge al momento in cui la barca passa vicino a loro». Come afferma il narratore/scrittore del Mistero.doc, «un finale ultimo la storia ce l’ha, e io sto cercando un modo per raggiungerlo. Non posso semplicemente arrivare. Devo compiere un viaggio».

C’è sicuramente un metodo nella proliferazione rizomatica di trame, configurazioni e motivi sempre cangianti del romanzo, ma è legato appunto al percorso da seguire più che a un’ipotetica destinazione da raggiungere. In un’intervista McIntosh ha rivelato di aver studiato a fondo il ritmo della narrazione, organizzando in modo maniacale la distribuzione delle pagine: «Questo significa che spesso devi rivedere la struttura del romanzo, anche fino a venti o trenta pagine indietro, per assicurarti che il testo scorra a un ritmo particolare affinché il lettore arrivi proprio in quel momento a girare quella pagina e scoprire quella immagine».

Tutto si tiene
IlMistero.doc sembra dunque voler celebrare l’enigma dell’arte e quello della vita, mostrando come entrambi facciano parte del più grande mistero dell’esistenza umana. Scienza e religione, storia nazionale e memoria individuale, tutto è collegato tra le pagine del libro: la perdita di memoria dello scrittore è associata alla scomparsa altrettanto misteriosa di una giovane donna, Kim Forbes (avvenuta realmente nel 2004); la morte dopo lunga malattia di un uomo (nella fattispecie quella del padre dell’autore, di cui compaiono le foto sul letto d’ospedale) è giustapposta alla tragica morte delle persone intrappolate nel World Trade Center l’11 settembre 2001 (di cui sono riportate le disperate telefonate al 911); il mistero dello scorrere del tempo, codificato attraverso la successione di fotogrammi statici nell’istante necessario a voltare pagina tra un fermoimmagine e l’altro, è collegato a una riflessione sugli effetti che la fisica quantistica avrà in futuro sul nostro cervello; ma rimanda a sua volta al mistero di Dio e della fede (il padre del narratore, come quello dell’autore, era un pastore). Rimane da chiedersi dove porta tutto ciò, cosa resta alla fine delle 1600 pagine.

La riflessione di una delle voci narranti del romanzo vale anche da commento alla coraggiosa operazione tentata da McIntosh: «Boh, cioè, non so, tipo – che senso ha? Il senso sta nel Libro vero e proprio, o nell’anima? Nel cervello? Nell’Idea, nella Forma… oltre il Libro? Chi lo sa, ma – mi sta proprio cambiando il cervello».


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